Corte Bravi – Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR)

Vino e Musica possono essere due elementi che ben si sposano tra loro per aiutare a rilassarsi e godersi una situazione. Forse è per questo che da quando sono stata a Corte Bravi continuo ad ascoltare le playlist dedicate ai loro vini (scorrendo tra le foto potete capire meglio).

Siamo in piena zona classica della Valpolicella, un corpo unico di quattro ettari e mezzo di vigneti, all’interno di una piccola vallata con ciliegi, ulivi e bosco. Un terreno calcareo con tufo giallo che si ritrova nel percorso sensoriale dei vini che vi racconto di seguito.

Azienda giovane, nata nel 2011, che da qualche anno ha deciso di intraprendere una strada che richiama la natura e l’essenza del frutto delle viti: uva biologica, bassi solfiti, fermentazioni spontanee, vini non filtrati.

Una scelta molto coraggiosa ma da apprezzare.

Passeggiando tra le vigne in compagnia di Andrea, titolare dell’azienda con il fratello Ivano, inizia la nostra chiacchierata in mezzo alla natura. L’approccio in campagna è verso la biodinamica, con sovescio per arieggiare il terreno, piantando senape e sambuco, utilizzo di decotti e oli essenziali per ridurre l’utilizzo di rame e zolfo. Rese diminuite a 90 quintali/ettaro per le uve autoctone (corvina, corvinone, rondinella, molinara). Muretti a secco, da tradizione, e un piccolo fazzoletto di oseleta, una varietà veronese poco utilizzata per le basse rese, che i fratelli Brunelli usano come taglio nel Valpolicella Superiore e non solo.

Visto la ridotta produzione, vendemmia e lavorazione delle uve vengono gestite in simultanea, con uve raccolte in cassoni al mattino e pigiate nel pomeriggio.Unica eccezione per l’Amarone, con appassimento in cassette di legno fino a metà gennaio delle quattro uve e ventilazione naturale. 

Raccontandomi la produzione dei vini e le scelte di lavorazione, passeggiando tra i locali della cantina, Andrea mi cita U2, Rolling Stones, Led Zeppelin. “Ogni gruppo utilizza strumenti diversi per emozionare e anche il vino devi captare quello che ti dà e le sensazioni che ti trasmette”.

Così, finito il giro nei locali di affinamento tra tonneaux di rovere curvate a vapore (per ricercare solo la microssigenazione dei vini) e due anfore da 16 ettolitri, parte il giradischi ed è ora di concentrarci sui calici di casa Brunelli, sorseggiando al ritmo di musica.

Debutto con BOCIA, presentato a febbraio e dedicato al papà (ultimo di sette fratelli, il piccolo di casa, “el bocia” in dialetto veronese). Spremitura di rondinella in purezza, da 9,5 gradi. E’ il vino quotidiano, nella bottiglia da un litro, che ti accompagna durante le merende nutrienti o a tavola. Il rubino è lucente e vispo, il naso mi riporta a frutti e speziature delicate di infusi. Bevendolo non è leggero come mi sarei immaginata, anzi dispone di un bel caratterino. Acidità presente che si sposa con una buona sapidità. Rintocchi speziati e leggera arancia sanguinella nel retrogusto a chiusura di un sorso di buona persistenza.

Poi arriva TIMIDO, il vino bianco richiesto dalla mamma e il primo esperimento di Andrea dal 2018: molinara e rondinella pressate timidamente e vinificate in bianco. Viene trattato come un vino rosso, fa la malolattica e rimane 3-4 mesi in acciaio con batonnage frequenti fatti con azoto, senza filtrazioni e solamente un travaso per un bianco senza solfiti aggiunti. E’ timida la pressatura, ma non la struttura, un bianco che può accompagnare salumi, baccalà e qualche buon cicchetto veneziano. Note di mela verde, pompelmo e una sensazione amidacea che mi riempie la bocca. Fresco come si deve, ma soprattutto grande sapidità che spinge fino all’ultimo secondo di persistenza. Sarà divertente riprovarlo con un po’ di evoluzione in bottiglia rispetto all’annata degustata (imbottigliata da sole due settimane).

SCATTO, altra anteprima, 100% corvina da vigne di dieci anni, affinato quattro mesi in anfora da 16hl. Rosso vivo, frutto prevalente con fragolina di bosco e marasca, quasi in composta. Bocca secca rispetto al naso che mi avrebbe condotto verso un vino più abboccato e morbido. Ampio con diverse sfaccettature speziate. Sorso interessante e molto omogeneo nell’equilibrio.

Passando alla “tradizione” della denominazione, un bel calice di VALPOLICELLA CLASSICO 2020, con prevalenza di corvinone (quasi 50%), seguito da corvina e da un bel 15% di rondinella. Parliamo di un prodotto che esce però dai ritmi scanditi dal disciplinare, portandolo a un anno di affinamento in acciaio e quattro/cinque mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Parte “Sweet Home Alabama” e la musica si fonde con questo rubino lucente, dalle speziature delicate al naso e dalla sensazione al palato di spremuta di melograno (per il mix di acidità, frutto e leggera astringenza della parte bianca del melograno). Il suolo calcareo dona leggerezza al naso e alla bocca, un vino che non cerca per forza il cibo. Lungo con ritorno di buccia di arancia, frutti rossi, prugna, erbe e spezie, quasi una tisana serale come insieme di profumi che continuano ad emergere dal calice e dal retrogusto.

Segue un altro piacere alla beva con il VALPOLICELLA CLASSICO SUPERIORE 2019, con un 20% di uva oseleta. Metà affinamento in legno per un anno e metà in acciaio per un 13,5° di tutto spessore, ma dotato di una beva non opulenta. Veste molto intensa e scura che riporta all’olfatto note di fiori secchi, frutti rossi e spezie sempre più prevalenti, per lo più di pepe nero. Un ricordo di karkadè. Sorso d’impatto astringente, di buon equilibrio con acidità e sapidità molto percettibili.

In chiusura, l’AMARONE annata 2017, con una selezione accurata delle migliori uve, quattro mesi di appassimento, oltre un mese di macerazione sulle bucce, affinamento di due anni in tonneau e un anno in bottiglia. Rispetto ai calici precedenti, passatemi il concetto di naso “invecchiato”. Chiudo gli occhi degustandolo e mi ritrovo a giocare a carte, poi a mangiare della buona carne che richiama il vino che sto sorseggiando. Relax, take it easy, ma non esagerare perché tra il romanticismo delle spezie al naso e l’estrema secchezza alla bocca ogni tanto si può sbandare mentre si assaggia questo Amarone.

Che dire, un’esperienza pura in compagnia di Andrea, Raja e Pascal tra le espressioni magiche della Valpolicella.

#cincin

Famiglia Marsilli – Tenuta La Casetta – Brentino Belluno (VR)

La provincia di Verona, oltre ad essere geograficamente eterogenea (a tal punto da includere lago, colline, montagne e pianura), è pure ricca di denominazioni vitivinicole.

Tra queste si scorda spesso quella localizzata in un piccolo fazzoletto a confine con il Trentino, sulla Strada della Terra dei Forti, così rinominata per la presenza di fortificazioni militari.

Ebbene sì, per la prima volta sono andata a scoprire quell’areale a Brentino Belluno, un paese ai piedi del Monte Baldo e costeggiato dal Fiume Adige. Il paesaggio da ammirare in questa valle tra i monti presenta una distesa di vigneti fra la pianura e la collina che giovano delle condizioni pedoclimatiche, compresa l’Ora del Garda, un vento molto prezioso che rinfresca le mattine.

La Famiglia Marsilli, conosciuta per la produzione di salumi, circa cinquanta anni fa acquistò l’azienda agricola La Casetta, situata nell’omonima località di Brentino Belluno, sulla sponda occidentale dell’Adige.

Dei sette ettari di vigne di proprietà (a corpo unico) della Tenuta, vi sono ancora due vigneti storici del 1982 di Chardonnay e Sauvignon.

Tra le altre uve, coltivate su terreni minerali, ricchi di materiale di riporto della montagna, troviamo Pinot Grigio, Lagrein, Merlot, Cabernet Sauvignon e l’autoctono Lambrusco a foglia frastagliata Enantio. Lambrusco e Lagrein vengono allevati a guyot, gli altri invece a pergola semplice, piantati principalmente in base all’esposizione solare. 

Da oltre sei anni, Matteo Bellini realizza con la Famiglia Marsilli ben 9 prodotti, di cui un blend e 8 monovitigno, perchè la filosofia dell’azienda mette al primo posto la valorizzazione del vitigno.

Le mani esperte di Matteo sperimentano tutti i giorni nuove tecnologie dalla vendemmia alla bottiglia, tendendo alla riduzione della chimica. In campagna le attenzioni sono molteplici, come l’esclusione del diserbo, l’utilizzo di stallatico e spollonatrice.

Giunta l’ora della vendemmia, le uve vengono raccolte e portate in cella frigo per una notte. Solo il Pinot Grigio, nella versione vinificata in bianco e lavorata in acciaio, viene immediatamente pressato a caduta per evitare la cessione del colore. 

Tra le differenti modalità di lavorazione dei vini prodotti, i rossi macerano un mese, il Merlot viene gestito con cappello sommerso per due mesi con le vinacce, qualcuno affina in botti, qualcun’altro si gode le anfore.

Qua ogni vino ha la propria carta d’identità personalizzata.

Aprendo le danze in compagnia di Matteo, lo

CHARDONNAY assaggiato nell’annata 2019 è rimasto nei tank di acciaio fino a giugno 2020 per poi essere imbottigliato. Il calice paglierino luminoso è dotato di un bouquet abbastanza ampio di note di pera ed erbe aromatiche, con preponderanza sull’aspetto salino. Fresco, ben equilibrato con una buona persistenza e solforosa bassissima. Ancora giovane, con un bel potenziale di invecchiamento. A seguire, un calice romantico ed affascinante di

PINOT GRIGIO RAMATO 2019. Eleganza al naso con frutti tropicali, note croccanti di acino d’uva, violetta e leggera pasticceria. La sua veste rame tende maggiormente al rosa rispetto all’arancione. Texture vellutata al sorso, raffinato e leggero. La mineralità, ben presente dal naso alla bocca, chiude assieme al frutto con una piacevole lunghezza. In anteprima il

SAUVIGNON 2018 in anfora. Una produzione limitata di 3,5 quintali di uva, messa a contatto due mesi con le bucce e affinata un anno in anfora senza solforosa. Confettura di albicocca, ricordi di crostata con note leggermente burrose, distillato di erbe e l’immancabile mineralità tra i profumi di questo neonato. Un naso avvolgente e un sorso accattivante. Dei tre mi risulta il più sapido e insieme alla sua maturità figura molto piacevole da godersi a pranzo in compagnia. Tra i rossi, abbiamo assaggiato il

LAGREIN 2018 fermentato in barrique e poi lasciato in serbatoi di acciaio fino all’imbottigliamento. Speziatura intensa d’impatto con pepe nero e chiodi di garofano seguiti da piccoli frutti rossi. Rubino molto luminoso. Un impatto secco e tannico al sorso, divertente, pimpante, con leggere note balsamiche che si incastrano nel retrogusto alla mineralità ben presente. Gli altri li ho tenuti per la prossima occasione! Quello che è emerso, dopo un pomeriggio a La Casetta, è la qualità del tempo e del lavoro. I vini vengono lasciati riposare il tempo giusto prima di esser venduti (indicativamente mai prima di un anno) e per perseguire i risultati attesi servono tanta cura e passione. Se vi va di andarli a trovare, hanno anche un Agritur con una splendida piscina riscaldata…

#cincin

Vini di Vignaioli 2021

Uomo + Uva = Vino

Quanto mi è mancata questa fiera?

Tanto, veramente tanto.

E finalmente, dopo questo periodo intenso ed alternativo di chiusura dovuto alla pandemia, a poco a poco si sta ripartendo.

Domenica 31 Ottobre e Lunedì 1 Novembre Vini di Vignaioli (comunemente identificata come Fornovo) ha riaperto in una nuova location, a pochi chilometri da quella storica.

Sarà che mi mancava tanto, ma quest’edizione l’ho vista molto positivamente: gli occhi di tutti brillavano, lo spazio era ampio e luminoso, i calici si innalzavano per brindare al presente, ai vini del cuore e alle amicizie tra vignaioli e ospiti che finalmente si rivedevano dopo tanto tempo.

Tanti nomi nuovi da scoprire, ma anche tante conferme sulle mie bevute preferite e sui vignaioli che mi trasmettono la felicità di poter bere bene e senza fronzoli.

PEZZALUNGA: piccolo produttore vicentino che tra i suoi magici tagli bordolesi, ha proposto pure le etichette di suo fratello tra le quali spiccano un Pinot Bianco romantico e lussurioso e una Durella ferma macerata 15 giorni e piena di personalità.

VILLA CALICANTUS: come non potermi fermare da Daniele che sui colli sopra Bardolino propone sempre versioni indimenticabili dei suoi Chiarotto, La Superiora e Avresir. 

I CACCIAGALLI: Aorivola e Zagreo in perfetta forma e da bere a fiumi anche per l’annata 2019 (la nuova messa in commercio).(Leggi qui)

RICCARDO DANIELLI, che nel suo piccolo fazzoletto ad Allerona, coccola le sue vigne per uscire con Pliocene, Cinquemila lire e Un giorno Capirai, ispirate alla sua infanzia con il nonno. Piccole meraviglie. (Leggi qui)

PIERO RICCARDI – LORELLA REALE che mi hanno fatto scoprire un Cesanese di Affile su terreno vulcanico dotato di una beva incredibilmente “Borgogna Style”.

COLICCHIO con i suoi Cinquanta Filari da sbicchierare con facilità e goduria.

JOSEF altra conferma strepitosa tra i suoi vini da macerazione carbonica e la veste più improbabile ed accattivante di Trebbiano di Lugana da farti fare la piroetta.

CANTINE DELL’ANGELO L’essenzialità dell’essere territorio, del grande Greco di Tufo più persistente che mai e dalle mille sfaccettature che si sposano tra gusto e olfatto.

TENUTA L’ARMONIA con Bolla che adoro sempre più. Bollicina cremosa, acidità decisa e un ricordo indelebile in bocca. (Leggi qui)

KOI che mi ha permesso un viaggio di bontà tra Grasparossa, Sorbara e Trebbiano modenese.

ROCCA RONDINARIA e le sue varianti di Dolcetto di Ovada imbattibili, anticipate in degustazione dal nuovo Timorasso Gagà.

E loro, i mitici CASTELLO DI STEFANAGO, che hanno battezzato il nuovo packaging sostenibile per il metodo classico e per l’ennesima volta mi hanno lasciato senza parole: Pinot Noir 36 mesi sempre al top, verticale di Riesling renano 2015/2014/2011, l’ancestrale Centomesi di Chardonnay che si meritava una canzone d’amore e il piccolo nuovo Sbarbatello che trasmette leggerezza ed armonia. (Leggi qui)

Ma che bontà

questa fiera qua!

Alla prossima!

#cincin

ps: A fine paragrafo dedicato alle cantine riviste, vi ho messo il link del mio racconto dell’azienda.

Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

L’aperitivo con Gagà – Santa Colomba – Lonigo (VI)

Agosto per me è stato sinonimo di relax, divertimento e goduria.
Quando d’estate il meteo non è ideale per sdraiarsi sotto il sole e non pensare a nulla, quale miglior alternativa di andar a trovare un amico vignaiolo?
Senza allontanarmi molto da casa, ho fatto tappa nella cittadina di Lonigo (VI) per andare a trovare Gianfranco Mistrorigo, un piccolo e recente produttore di vini naturali, che ha maturato esperienze significative in affiancamento ad Angiolino Maule e a Montalcino (presso l’azienda Loacker) prima di decidere, insieme al suo socio Marco Dani, di gestire una propria azienda vitivinicola.

Nel 2016 Gianfranco e Marco si sono presentati al pubblico di Vinnatur con campioni da vasca frutto del loro primo lavoro da vignaioli dell’Azienda SANTA COLOMBA, gestita in convenzionale fino a qualche anno prima dai Padri Pavoniani di Lonigo, successivamente da loro convertita (come prima gestione) in biologico per poi proseguire con minimi interventi sia in vigna che in cantina.

“Santa Colomba sorge sopra una collina tutto riso e amore, da cui l’occhio spazia per le dorate vie del firmamento, per le interminabili pianure e trascorre rapidissimo fino alle azzurre vette degli Appennini e alle candide Cime delle Alpi”(Arturo Pomello, 1886).

Ma il nostro appuntamento è stato presso il piccolo showroom alla destra dell’ingresso del parco di Villa San Fermo, un angolo storico di Lonigo, con un monumento imponente ed elegante all’interno del giardino.

Fare aperitivo con Gianfranco significa condividere aspetti interessanti della sua cultura enologica (convenzionale per studi, artigianale e naturale per esperienza e passione) e stappare quattro delle cinque etichette che parlano di lui e della sua impronta fresca, leggera e pulita; significa spaziare tra infiniti argomenti mentre provi a capire chi è e che vini produce.

E così finisci per perderti in infinite conversazioni, salvo poi renderti conto che, se si va avanti così, tocca aprire un’altra bottiglia perché tra una chiacchiera e l’altra te la sei scolata tutta senza aver preso nota di niente.

Detto ciò questo è quello che ho capito di alcuni dei suoi vini provenienti da 10 ettari vitati su suolo argillo-calcareo.

Il PRINCIPIANTE, garganega rifermentata con il passito della stessa uva, è stato il loro primo vino desiderato, prodotto con quest’uva che per me è davvero magica. La dose da degustazione è da abbondare per il primo concetto di leggerezza che lo rappresenta. Sfumatura paglierina cupa che, a poco a poco, s’illimpidisce con piccole bollicine brillantinose. Profuma di pompelmo, erbe di campo e fiori secchi. E’ un vino che assume le sembianze di una bevanda rinfrescante ed energetica, con un sorso spiritoso, la spuma che lascia tracce croccanti e un senso di pulito al palato con note saline in chiusura.

L’etichetta del GAGA’ rappresenta il Dandy del Principe Giovannelli, il vecchio proprietario di Villa San Fermo, l’antico monastero ai cui piedi si trova oggi lo showroom di Santa Colomba. L’eleganza di un nobile la si ritrova nel bicchiere di questa Garganega ferma che ha fatto sei mesi di batonnage sulle fecce e solamente l’inerte acciaio di assestamento. Il paglierino lucente si intreccia a riflessi dorati. Un naso intenso che mi coinvolge, minerale ed agrumato, con note di fiori bianchi e crosta di pane. Anche il corpo è deciso, seppur con ingresso elegante e raffinato. Caldo e persistente con attimi salaticci in chiusura.

Passando alle bacche rosse, IL MORO è l’unica espressione di vino scuro prodotta da questa azienda. La tradizione del taglio bordolese dei Colli Berici si riflette come stile in questo succo d’uva alcolico che profuma di bosco, tra rovi e more. Si gusta facilmente grazie alla sua freschezza equilibrata al tannino elegante. Un bel prodotto che può accontentare palati esigenti e non.

L’aperitivo proficuo ed intenso è stato portato egregiamente a termine con il passito di Garganega PÀSSITO. Lacrime di gioia. Un vino dolce di altri tempi e con altri schemi, senza trama pesante né fronzoli.

Purtroppo la Malvasia LA MALA VIA non era presente all’appello, ma non mancherà alla prossima visita che fisserò per approfondimenti su vigneti e cantina.

E così anche Agosto se ne è andato…
#cincin