Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

L’aperitivo con Gagà – Santa Colomba – Lonigo (VI)

Agosto per me è stato sinonimo di relax, divertimento e goduria.
Quando d’estate il meteo non è ideale per sdraiarsi sotto il sole e non pensare a nulla, quale miglior alternativa di andar a trovare un amico vignaiolo?
Senza allontanarmi molto da casa, ho fatto tappa nella cittadina di Lonigo (VI) per andare a trovare Gianfranco Mistrorigo, un piccolo e recente produttore di vini naturali, che ha maturato esperienze significative in affiancamento ad Angiolino Maule e a Montalcino (presso l’azienda Loacker) prima di decidere, insieme al suo socio Marco Dani, di gestire una propria azienda vitivinicola.

Nel 2016 Gianfranco e Marco si sono presentati al pubblico di Vinnatur con campioni da vasca frutto del loro primo lavoro da vignaioli dell’Azienda SANTA COLOMBA, gestita in convenzionale fino a qualche anno prima dai Padri Pavoniani di Lonigo, successivamente da loro convertita (come prima gestione) in biologico per poi proseguire con minimi interventi sia in vigna che in cantina.

“Santa Colomba sorge sopra una collina tutto riso e amore, da cui l’occhio spazia per le dorate vie del firmamento, per le interminabili pianure e trascorre rapidissimo fino alle azzurre vette degli Appennini e alle candide Cime delle Alpi”(Arturo Pomello, 1886).

Ma il nostro appuntamento è stato presso il piccolo showroom alla destra dell’ingresso del parco di Villa San Fermo, un angolo storico di Lonigo, con un monumento imponente ed elegante all’interno del giardino.

Fare aperitivo con Gianfranco significa condividere aspetti interessanti della sua cultura enologica (convenzionale per studi, artigianale e naturale per esperienza e passione) e stappare quattro delle cinque etichette che parlano di lui e della sua impronta fresca, leggera e pulita; significa spaziare tra infiniti argomenti mentre provi a capire chi è e che vini produce.

E così finisci per perderti in infinite conversazioni, salvo poi renderti conto che, se si va avanti così, tocca aprire un’altra bottiglia perché tra una chiacchiera e l’altra te la sei scolata tutta senza aver preso nota di niente.

Detto ciò questo è quello che ho capito di alcuni dei suoi vini provenienti da 10 ettari vitati su suolo argillo-calcareo.

Il PRINCIPIANTE, garganega rifermentata con il passito della stessa uva, è stato il loro primo vino desiderato, prodotto con quest’uva che per me è davvero magica. La dose da degustazione è da abbondare per il primo concetto di leggerezza che lo rappresenta. Sfumatura paglierina cupa che, a poco a poco, s’illimpidisce con piccole bollicine brillantinose. Profuma di pompelmo, erbe di campo e fiori secchi. E’ un vino che assume le sembianze di una bevanda rinfrescante ed energetica, con un sorso spiritoso, la spuma che lascia tracce croccanti e un senso di pulito al palato con note saline in chiusura.

L’etichetta del GAGA’ rappresenta il Dandy del Principe Giovannelli, il vecchio proprietario di Villa San Fermo, l’antico monastero ai cui piedi si trova oggi lo showroom di Santa Colomba. L’eleganza di un nobile la si ritrova nel bicchiere di questa Garganega ferma che ha fatto sei mesi di batonnage sulle fecce e solamente l’inerte acciaio di assestamento. Il paglierino lucente si intreccia a riflessi dorati. Un naso intenso che mi coinvolge, minerale ed agrumato, con note di fiori bianchi e crosta di pane. Anche il corpo è deciso, seppur con ingresso elegante e raffinato. Caldo e persistente con attimi salaticci in chiusura.

Passando alle bacche rosse, IL MORO è l’unica espressione di vino scuro prodotta da questa azienda. La tradizione del taglio bordolese dei Colli Berici si riflette come stile in questo succo d’uva alcolico che profuma di bosco, tra rovi e more. Si gusta facilmente grazie alla sua freschezza equilibrata al tannino elegante. Un bel prodotto che può accontentare palati esigenti e non.

L’aperitivo proficuo ed intenso è stato portato egregiamente a termine con il passito di Garganega PÀSSITO. Lacrime di gioia. Un vino dolce di altri tempi e con altri schemi, senza trama pesante né fronzoli.

Purtroppo la Malvasia LA MALA VIA non era presente all’appello, ma non mancherà alla prossima visita che fisserò per approfondimenti su vigneti e cantina.

E così anche Agosto se ne è andato…
#cincin

Castello di Stefanago – Oltrepò Pavese (PV)

E’ finalmente giunta la primavera, con i tralci che lacrimano e qualche nuova gemma che sta nascendo timidamente sulle vigne. Con questo racconto però torno indietro di qualche mese per raccontarvi la visita più avventurosa ed intrigante vissuta quest’inverno.

A pochi passi dal Borgo di Fortunago (tra i più Belli d’Italia) nel pavese, a quasi 500 metri di altitudine, si regge il Castello di Stefanago. Appena arrivata mi sono sentita catapultata indietro nel tempo: un borgo medievale, con una chiesetta del 1477 e un’alta torre guardiana dell’anno 1000, dove vive uno dei due fratelli Baruffaldi che si può incontrare spesso nelle fiere di vini artigianali e che qualche anno fa aveva catturato la mia attenzione con un Pinot nero Ancestrale anche in versione rosè.

Il posto racchiude le scelte legate alla produzione dei loro vini: vallate immense lontane dalle città e dallo smog, pendenze collinari, vigneti posizionati tra boschi e laghetti naturali. In poche parole: Biodiversità.

E da questo concetto importantissimo, nasce una bella gamma di prodotti a marchio CASTELLO DI STEFANAGO che potrete assaggiare questo weekend a Vinnatur, ad ulteriore conferma di quanto sia importante per quest’azienda il “rispetto della natura e della tradizione del vino senza chimica”.

Tornando al racconto della mia gitarella, la prima tappa della mattinata nel Borgo è stata sulla torretta medievale, dove le scalette impervie mi hanno messo un po’ alla prova, ma quando sono arrivata in cima il premio è stato strepitoso: 360 gradi di tour con vista Alpi, Milano e Pavia, Pianura Padana, un po’ di valli e castelli dell’Oltrepò e l’inizio della propagine dell’Appennino che dividono l’Oltrepò pavese dalla Liguria e il mare.

I 140 ettari della tenuta Stefanago sono intorno alla torre con microvigneti sparsi in mezzo a bosco, seminativi, frutteti e pascoli che forniscono una vera protezione con barriere naturali.

Vengono coltivati orzo, segale, frumento e coriandolo per la produzione della loro birra ma anche dei grani antichi per la panificazione e la pasta. I vigneti coprono circa venti ettari di terreno, con allevamento a casarsa per mantenere l’acidità e guyot per il corpo e la parte alcolica. I vitigni coltivati principalmente sono Riesling Renano, Muller Thurgau, Traminer Aromatico, Pinot Nero, Pinot Grigio, Croatina e Barbera, con 15-20 anni di età media delle piante.

Da qualche anno è arrivato in famiglia anche il Bronner, vitigno Piwi che sta ancora familiarizzando con i vignaioli, che permette una vendemmia senza trattamenti stressanti ed invasivi. Il campione da vasca del secondo anno di vita di queste vigne che producono circa 800 grammi di uva per pianta ha catturatolo l’attenzione del mio palato… È ancora un gioco, non ha una pagina di scheda tecnica da potervi illustrare in quanto non è ancora stato deciso come indirizzarlo e quando sarà in vendita, ma la base fresca e salina, contornata da una bella spinta di calore e una lunga persistenza, promette veramente bene non solo per un vino tranquillo, ma eventualmente anche per una base spumante. Bisogna attendere un altro po’ perché come mi hanno detto i due produttori: “Man mano che passa il tempo si esprime, man mano si apre, man mano ti dà.” È emerso un pensiero fonte di dibattito durante l’assaggio: “bisogna combattere con il consumatore?”. Allora vi domando: “Voi che approccio avete con questi vini <relativamente nuovi>?

Beh, mentre ci pensate, continuo il mio racconto. Terminato il tour storico, salgo in jeep e inizio un vero e proprio safari nei colli, in giro per le strade forestali alla scoperta di questi micro appezzamenti nascosti tra i boschi. Il Muller Thurgau, raffinato e discreto se ne sta su terreni di tufo che gli concedono salinità, il pinot nero per la base spumante si trova invece su terra sabbiosa che gli permette di mantenere maggiore acidità, salinità e bevibilità.

Tante differenze tra un versante e l’altro delle colline, con componenti peculiari che si riflettono poi nei vini.

Vini puliti ed eleganti che partono senza aggiunta di solforosa, con uve vendemmiate in perfetta salute e maturazione ed un lavoro che punta molto sull’evoluzione. Per Castello di Stefanago lavoro di cantina vuol dire pressa per pigiare, contenitori per fermentare, affinamento in rovere per alcuni rossi e acacia per i bianchi, qualche anno in bottiglia per la maggior parte dei prodotti e poi tocca a noi stapparli e gustarli.

Da tenere ben presente, come cerco di sottolineare spesso, le temperature più generose di servizio senza raffreddare troppo i bianchi e concedergli il tempo di raccontarsi. Non hanno difetti, ma hanno bisogno di prendere confidenza con voi e con l’ambiente che li circonda.

Finita la godereccia gita, tocca il lavoro duro ovvero la tappa degustativa. Vengono scelti per l’occasione quattro vini a me completamente sconosciuti visto che finisco per cedere sempre ai due spumanti citati in fase di presentazione.

ARO’ è un 100% TRAMINER con fermentazioni spontanee e l’annata 2017, l’ultima in commercio, ha solamente 12 mg di solforosa. Il suo colore vira dal paglierino intenso all’oro lucente. Si distringue al naso con una leggera aromaticità abbinata a fiori gialli e a sentori minerali. Quando lo si gusta è morbido ma birbante e stuzzicante, con un finale lungo e sapido, amarotico, erbaceo ma anche dolcetto. Devo ammettere che la fine della bottiglia può arrivare troppo in fretta data la sua grande bevibilità. Da non lasciarsi trarre in inganno dallo stereotipo del Traminer Trentino e Alto Atesino perchè qui si esprime il territorio e l’evoluzione, non il varietale strong ad effetto “boom”.

Un altro bicchiere easy-to-drink ma di grande eleganza è SAN ROCCO: un RIESLING RENANO romantico nell’annata 2013, con un naso da distillato che rimanda a zucchero di canna e fiori secchi. Con i suoi 13,5° effettivamente è ciccione in bocca e rotondo, ma si beve senza spigoli e con il rischio che non basti mai. Cedro candito nel retrogusto mentre continua a rimanere a lungo il suo ricordo.

PINOT GRIGIO 2016 IVAN DRAGO è un insieme di tre periodi di vendemmia, ovvero 30% in anticipo per assicurare acidità, 50% vendemmia in piena maturazione fenolica e 20% tardiva per struttura e corpo alcolico. Da qui il “TI SPIEZZO IN TRE!”. I profumi mi ricordano il camino, tisane, erbe aromatiche, muschio. Al sorso risulta pulito ed elegante. Bella bevibilità, ma con struttura e corpo notevoli. Alla faccia dell’impatto che sembra esile, qui c’è della storia da raccontare.

VENDEMMIA D’AUTUNNO è la stessa vigna di Ivan Drago con uva in surmaturazione. Ha 20 g di residuo zuccherino e praticamente solfiti inesistenti e inutili. Carica ramata tra le sfaccettature del colore. L’annata 2013 al naso ricorda paglia, fiori secchi, caramella. In bocca è setoso e raffinato, per nulla ruffiano ma fa proprio chiacchierare. E ti fa mangiare, molto formaggio o pasticceria secca. Grande potenziale ancora di invecchiamento. Da mettere in cantina e riscoprire tra qualche anno. Un espressione di Pinot Grigio mai assaggiata, che sa di territorio.

Vini da compagnia che insieme ai racconti dei produttori in questa splendida mattina, rimarranno nella classifica dell’ottimo rapporto Qualità del vino/ Ottima ospitalità.

Grazie dell’esperienza vissuta!

Ci vediamo a Vinnatur

#cincin

 

Tenuta l’Armonia

È trascorso un po’ di tempo dal mio ultimo tour per cantine, quando sono andata a conoscere Andrea Pendin e la sua Tenuta l’Armonia vicino a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza.

Parlare di un vignaiolo, della storia dei suoi vini e della sua cantina sarebbe limitativo. Mi sono trovata di fronte ad una persona costantemente attiva nella costruzione di una rete di aziende e di figure che puntano al valore e all’identità del proprio territorio, dando vita a quelli che vengono definiti da Andrea “PROGETTI VINO”.

I 27 Progetti finora realizzati puntano all’espressione di quell’idea di vino che non guarda solo all’uva o al terreno, ma che idealizza il più possibile l’insieme degli elementi e l’animo dei vignaioli (sei produttori vicentini al momento, ognuno con una precisa funzione nell’organigramma di questa realtà POP).

La zona di produzione dei colli vicentini e berici regala leggiadria, finezza, freschezza, acidità e mineralità. I 24 ettari lavorati sono frazionati in Tanti vigneti, in Tanti Cru, in Tanti terroirs differenti.

Tenuta l’Armonia è una piccola azienda condotta in biodinamica, ancora ai primi passi, anche se nata nel 2009 quando Andrea e la sua famiglia si trasferirono in campagna. Un contadino del posto concesse una vigna ad Andrea (a quel tempo consulente nel settore della ristorazione), dandogli la possibilità di aprirsi al mondo del vino.

La sua storia è partita effettivamente da zero, con il supporto di un amico enologo.

Dalle prime lavorazioni di quel vigneto misto anni ’60-’70 nacquero 2000 bottiglie di un vin de garage di grande successo che portò Andrea sul “mercato”, spronandolo ad investire il resto della sua vita in quel mondo.

Due anni dopo, nel 2011, l’amico enologo si trasferì ed Andrea si intersecò nei marchingegni del lavoro in cantina. Iniziò inoltre a visitare numerose realtà vitivinicole in Italia, Francia e Slovenia, frequentò diversi corsi per comprendere l’arte del “creare vino”, dalla vigna alla cantina. Un mese di Loira nel 2013 però gli confermò quale filosofia e strada seguire nella creazione dei suoi progetti.

Da qui il concetto di non utilizzare uva cruda e fare in vigna un grande lavoro di pulizia dei singoli acini per avere vini puliti, minerali, lunghi e persistenti.

La prima parola chiave è TAGLIO, non focalizzandosi su un’uva. La seconda parola chiave è MACERAZIONE, perchè in tutti i suoi vini c’è sempre una parte di uva macerata.

Con la sua rete di “compagni di esperienze” condividono idee per poi cercare di produrre un vino che abbia i risultati attesi dal progetto iniziale. Tanti esperimenti che non definiscono sempre un punto di arrivo definitivo, ma un punto di partenza per il miglioramento della ricerca continua.

Tenuta l’Armonia si presenta con tre linee di prodotto:

POP sono i vini non per tutti, seppur siano i più facili e semplici da bere. Un bianco, un rosso e un frizzante con quest’aria beverina.

CRU sono i fratelli contrari dei POP. Un metodo classico con lunghe soste sui lieviti, un bianco da iper maturazione in pianta e un rosso da iper macerazione sulle bucce.

LAB è la linea non-statica in quanto in base all’annata gli stili dei progetti variano. Sono tutti vini realizzati a quattro mani, in collaborazione con altri vignaioli interni o esterni alla squadra. Ad esempio, in lavorazione ci sono un Tai rosso in anfora per la reinterpretazione di un preciso territorio e un Metodo Classico Non-Classico, prodotto con uve non da spumantizzazione classica: Freisa, Timorasso e Pecorino.

Con lo stile POP ho provato FRIZZI PET-NAT 2017, un Pinot Nero rifermentato in bottiglia con una piccola parte di Pinot Bianco e Durella che proviene da una vigna a 600 metri in zona Calvarina, vicino a San Giovanni Ilarione (vigneto non di proprietà, ma fin dal 2013 seguito direttamente da Andrea già dalla potatura e dal sovescio in vigna).

Non esiste una ricetta standard anche se viene cercata una certa continuità di anno in anno. In base alla vendemmia varia la dose delle due uve bianche. In questo caso il Pinot Bianco fa macerazione e dà polpa. Si presenta con una buccia di cipolla ramata, un colore molto distintivo, stile Borgogna.

L’eleganza delle bollicine sottilissime esalta la maturità degli aromi e del corpo succoso.

E’ fresco, pulito e molto beverino seppur sembri quasi un metodo classico. Poche parole per un entrée da degustatori navigati.

BOLLA CRU 2014 è la veste briosa della mano di Andrea, in modalità riserva.

Durella, di cui una parte macerata, e una punta di Pinot Nero con lunghe soste sui lieviti, un affinamento in grotta e un dosage zero.

Una piccola produzione di 1500/2000 bottiglie di uno spumante con fermentazione spontanea, dalle intense note mielate, di frutta matura, succo di mela e leggera sfumatura ossidativa. Il perlage è croccante e la beva decisamente elegante, acida e di lunga persistenza.

BIANCO POP 2016 è dato dall’insieme di Garganega, Manzoni, Durella e Pinot Bianco macerato sulle bucce, con prevalenza di vigneti su suolo vulcanico a 500 metri s.l.m.

Andrea lo definisce uno dei vini più precisi della sua gamma e per questo motivo continua la ricerca per arrivare ad una versione con maggiore identità. L’olfatto è ricco di profumi floreali e minerali, raffinato ed elegante nell’essenza. Si affianca una netta impronta di idrocarburo da Riesling. Il sorso è di pronta beva e facilità, senza spigoli di parti in prevalenza. E’ lungo e movimentato in bocca e tutta la semplicità apparsa al primo impatto a lungo andare si tramuta presentando un bel caratterino vispo ed astringente. Tutt’altro che un bianco easy.

PERLA CRU 2016 è il fratello di Bianco Pop, da zona calcarea. Garganega con Pinot Bianco e Chardonnay in piccole percentuali, che passano un po’ del loro tempo in botti di acacia. Per produrre questo vino, Andrea è ricorso all’esperienza maturata nella Loira, lasciando i grappoli in pianta fino ad un’estrema maturazione. Questa surmaturazione porta a sentori di caramello, affiancati da pesca, albicocca e un prato fiorito.

In bocca c’è poco da commentare, fatto sta che questa sfumatura di Garganega è una perla rara italiana che incanta il palato.

Complimenti per lo stile e per lo studio di questo progetto.

Il non-statico di Tenuta L’Armonia l’ho testato in piccole dosi da vasca, da botte, da bottiglia appena chiusa, da bottiglia senza ancora un nome perchè lì, come vi ho detto, è tutto un viaggio in un sistema che ogni giorno vuole rinnovarsi!

Alla prossima Andrea e #cincin

Vinicio Bronzo – Caprino (VR)

Durante quest’estate rovente ho pianificato una piccola sosta enoica a Caprino Veronese, un paese alle pendici del Monte Baldo, non molto lontano dal confine con il Trentino e soprattutto a qualche chilometro dal Lago di Garda.

Vinicio Bronzo è una piccola azienda vitivinicola dei Colli di Caprino, fondata nel 1978, a conduzione familiare e con 18 ettari di terreno vitato.

I vigneti sono allocati in tre differenti aree: le colline intorno alla cantina con terreni argillosi, marnosi e ricchi di scheletro; i colli di Rivoli con il suolo più minerale e un clima maggiormente mitigato dal Lago di Garda; la pianura di Caprino con dei terreni “speciali” per la produzione del Bardolino Chiaretto.

2.500 ettolitri di vino venduti quasi in egual misura tra sfuso e in bottiglia, con una notevole numerica di etichette: ben 10 vini da conoscere e gustare che nascono in questo piccolo ritaglio di paradiso veronese.

Vi presento qualche sfumatura di casa Bronzo partendo con una bollicina frizzante chiamata SCIA’. E’ uno chardonnay (“sciardonnay”) con 2,5 bar di pressione e un residuo zuccherino tra gli 8 e i 10g/l. Un frizzantino dalla spuma croccante e fine, rifermentato circa 30-40 giorni in autoclave. La vendemmia anticipata verso metà agosto contribuisce al mantenimento di una spalla acida decisa. Al naso si presenta fresco e d’impatto con un bouquet di pere, mele verdi e note delicate di fiori bianchi. L’annata 2017 assaggiata è beverina e facile, anche se nello stesso tempo il suo carattere peperino persiste in bocca. Finale sapido che incita la beva.0

Dalla freschezza estiva dello SCIA’, faccio un salto indietro con le stagioni grazie al Pinot Grigio LA PREARA 2017. Un vino che rimanda ai prati primaverili, colmi di margherite ed erba appena tagliata. Ottenuto principalmente con l’uva di un vigneto coltivato con vigne di trent’anni su terrazzamenti in collina e da una piccola percentuale proveniente dai vigneti di Ceredello. Quest’ultimi presentano un terreno limoso e pieno di ciottoli che conferisce una splendida mineralità all’interno di questo calice che si presenta fruttato e delicato. In bocca si gusta con un sorso leggero, fresco, lievemente sapido, dal finale con effetto talcato e retrogusto di mela leggermente matura. La piacevole acidità si mantiene durante tutta la degustazione mentre si respira quest’attimo di primavera.

La terza proposta è il SAUVIGNON BLANC, la passione di Davide, il figlio del Sig. Vinicio. Uva spesso poco apprezzata da nasi e palati… forse perchè incisiva e persistente come impatto di profumi intensi ma poco romantici. Fatto sta che per Davide (e lo ammetto… anche per me) il Sauvignon è un po’ una debolezza alla quale è difficile rinunciare. Assaggio così l’annata 2017, la seconda vendemmia di produzione di un piccolo vigneto “di test”, posizionato in un’area abbastanza ombreggiata. Davide con questo vino, ritenuto ancora un esperimento, punta a dei risultati che possano sprigionare un buon livello di acidità e sentori erbacei. Ad oggi presenta un naso tradizionale, con un’esplosione di frutta che vira dal tropicale (principalmente ananas, mango e passion fruit) alle pere e ai fiori di sambuco. Finale con una leggere note balsamiche e di foglie di menta fresca, mentre l’evoluzione dei profumi è attiva ed affascinante. La mineralità si presenta delicata al naso e ben presente anche degustandolo, permanendo soprattutto sul finale. Una storia da assaggiare con questo effetto rinfrescante, degno anch’esso della stagione in corso.

Un attimo di sosta… poi mi sono letteralmente innamorata di un calice chiaro e lucente, dal color rosso rubino splendente del BARDOLINO DOC. Esprime tradizione, freschezza e giovinezza solo guardandolo, come il Bardolino del “c’era una volta…”. Corvina, Rondinella e Molinara si spremono insieme in questo “succo d’uva” piacevole e agile in bocca. E’ veloce con il suo corpo morbido, ma lascia tante tracce lungo la sua strada in bocca. I profumi sono principalmente di frutti rossi e spezie, ma la cosa che mi ha fatto innamorare è stata la sensazione di bere con facilità uva che sa di vita. Nulla di più, non riesco a spiegarlo meglio perchè nella mia degustazione si è presentato con la grazia dei vini di Borgogna, che non danno motivazioni e ti lasciano senza parole.

Concludo questa parte “estiva” di degustazione suggerendovi di programmare una piccola fuga enoturistica prima che le giornate non permettano di godervi la posizione di questo piccolo borgo collinare.

Se invece cercate l’autunno in anticipo, il CABERNET, LE SELVOLE e TERRE ROSSE fanno al caso vostro: due versioni di Cabernet Sauvignon che terminano il loro affinamento diversamente e una Corvina in purezza.

Il CABERNET 2015 è lavorato completamente in acciaio, imbottigliato un anno dopo il “termine dei lavori” e un affinamento rilassante di un anno in bottiglia per cercare di evitare l’aspetto rude del vitigno. E’ di colore rubino intenso, con un olfatto tendente principalmente a sentori fruttati, erbacei e balsamici. Di buon corpo, piacevole, morbido con una leggera acidità e dei tannini setosi. E’ accomodante al palato e regala una sensazione di pienezza che termina con una continua salivazione grazie alla componente sapida ben presente. Una buona espressione che trasmette l’importanza dell’uva.

LE SELVOLE 2015 si differenzia dal precedente per la vendemmia, nello stesso vigneto, posticipata di una settimana e l’affinamento di un anno in barrique usate. L’approccio con la degustazione mantiene la sensazione di facilità di beva, contornata da un bell’equilibro tra morbidezze e durezze per chiudersi con la sapidità. Al naso è erbaceo e balsamico, con note di muschio e liquirizia in sottofondo. La vaniglia delle barrique è solamente nebulizzata all’ossigenazione del vino.

TERRE ROSSE invece è un 100% di uva Corvina della collina sopra all’azienda, ripassata sulle vinacce del vino ICARO e affinata 4-5 mesi in tonneau. L’annata 2016 si presenta di colore rubino scarico, con note speziate, balsamiche ed eteree al primo vortice del calice che si tramutano in sentori fruttati di ciliegia e amarena sotto spirito man mano che si inizia ad approfondire la sua conoscenza. La linearità di casa Bronzo si trova anche in questa versione rara di Corvina, con acidità e leggerezza. La morbidezza smussa delicatamente il tannino verde, danzando nel palato con la stessa intensità e lasciando spazio alla chiusura sapida.

Questo piccolo viaggio non molto lontano da casa si conclude con ICARO, Corvina appassita qualche mese ed affinata due anni in botti veronesi. Un vino unico che vi lascio scoprire e apprezzare da soli.

Unica è stata anche questa mattinata trascorsa con Davide e Vinicio, che ringrazio per la disponibilità (per l’ottimo salame fatto in casa) e la voglia di essere ancora tradizionali con i vini che producono.

#cincin