Villa Corniole – Giovo (TN) – Val di Cembra

A pochi minuti dalla cittadina di Trento, proseguendo verso est, si sale in un piccolo territorio di montagna, terrazzato e coltivato a vite su terreno di porfido: la Valle di Cembra.

In questo paesaggio davvero scenografico, tra masi, caneve e laghi, primeggiano anche le aziende vitivinicole. Ad oggi, tuttavia, sono solamente sette quelle con coltivazione dell’uva per la produzione a marchio privato e sono tutte a gestione familiare.

Il resto delle vigne, allevate su un’estensione di 708 km di muretti a secco, è gestita più come “hobby” o come secondo lavoro dai “vignaioli del week-end” che conferiscono l’uva a realtà di maggiori dimensioni della provincia trentina.

Per il mio primo tour nella Val di Cembra, ho scelto Villa Corniole in quanto lo scorso luglio avevo conosciuto i proprietari alla Rassegna Muller Thurgau.

Villa Corniole è una realtà familiare nata circa vent’anni fa, dopo un passato da conferitori, e si caratterizza fin da subito per la produzione di vini bianchi. Negli anni successivi le etichette sono state completate con Pinot Grigio, Lagrein, Teroldego e, nell’ultimo anno, Pinot Nero. Un comprensorio di circa dieci ettari tra i terrazzamenti a Giovo e sul Monte Corona e qualche bel vigneto di rossi di tre ettari nella Piana Rotaliana.

Tralasciando i rossi della Piana (visto il focus del tour sulla Vallata), il mio interesse si è incentrato sui vini bianchi fermi e sugli spumanti del territorio.

Di principale importanza per l’Azienda è il pluripremiato Müller Thurgau, allevato con vigneti a pergola in quota sul Monte Corona, tra i 600 e gli 850 metri, su suolo calcareo (il comune di Giovo è l’unica zona di questo comprensorio che si caratterizza per la presenza di calcare, invece del porfido). Il debutto nel calice dell’annata 2017 è molto ampio al naso, con una carica di fiori e frutta seguiti da note dolci, minerali e da una leggera sensazione talcata. Assaggiandolo, il romanticismo del naso ha assunto un carattere deciso, con l’impatto sapido che si è elegantemente appoggiato con il suo corpo sul palato. Intrigante la sua personalità che chiude con erbe aromatiche nel retrogusto. Un buon compromesso per aperitivi o piatti a base di verdure.

Lo Chardonnay è il secondo vitigno principe della Valle, prediletto per il metodo classico Trento Doc, assieme al Müller copre l’80% della produzione dell’areale.

Con i vigneti di Chardonnay, coltivati sotto il paese di Giovo tra i 400 e 500 metri di altitudine, vengono prodotte due belle bollicine, conosciute con il nome SALISA (nome dedicato alle tre figlie). Due espressioni 100% Chardonnay nate come piccola produzione, ma che hanno preso ora il primo posto con la vendemmia 2018, arrivando a 25.000 bottiglie annue sulle 70.000 totali.

Scegliere non era facile e allora perchè non conoscerle entrambe?!

SALISA Brut millesimo 2015 con sboccatura 2019 si presenta al primo impatto in bocca con la mineralità del naso. Ricorda poi i biscotti al burro, la mela, le erbe aromatiche e le pietre. Un sorso raffinato seppur dalla bolla biricchina e dalla freschezza intensa. 3,5 grammi/litro di residuo zuccherino e 38 mesi di affinamento sui lieviti. Molto verticale e minerale, dove il terreno emerge dal naso alla bocca, rimanendo comunque morbido. Nel finale emergono le caratteristiche dell’uva Chardonnay con ritorni di mela e un po’ di mandorla.

SALISA zero 2014 con sboccatura 2018 ha un ventaglio di profumi più maturi e il perlage è maggiormente fine e cremoso (soprattutto al palato). Il sorso inganna con un’alta freschezza e sapidità del brut, che incentivano la beva. Divertente e “saporito”, da godersi durante i pasti. Anche in questo caso pochi fronzoli, pulizia e voglia di berlo senza pesantezze da lieviti o da legno!

Gli aromi freschi ed intensi e l’alta freschezza al palato di questi vini sono riconducibili alla peculiarità della zona che consiste in una notevole escursione termica, con anche 15 gradi di differenza tra il giorno e la notte e con correnti fredde provenienti dalla Val di Fiemme e dalla Val di Fassa.

Un gran bel debutto tra i Cembrani e il loro saper fare vino… Una gioia da condividere con voi l’essere stata accolta da Maddalena di Villa Corniole nella loro piccola cornice pittoresca, ma veramente tosta per produrre vino. Come si può notare dalle foto, bisogna essere degli eroi per lavorare tra le pendenze di questi vitigni…

Ma fortunatamente i risultati premiamo, anche con il riconoscimento della sottozona Cembra Superiore all’interno del Disciplinare del Trentino DOC.

Complimenti per questo piccolo paradiso e per questi frutti da apprezzare a tutto tondo nei calici!

Alla prossima

#cincin

Rassegna Müller Thurgau – dal 4 al 7 luglio 2019 – Val di Cembra – Trentino

La vita di ogni giorno è fatta di tante piccole prime volte. Tutto sta captarle e non perderne l’occasione per godersele!

E durante il mio 4 luglio, l’Indipendence Day, ho staccato la spina dalla routine per scappare da sola qualche ora a Cembra Lisignago, a soli 20 km dall’uscita Trento Nord dell’A22.

Proprio ieri nella Val di Cembra si sono concentrati pensieri e soprattutto calici per inaugurare con un bel brindisi a Palazzo Maffei la 32a Rassegna Müller Thurgau – vino di montagna.

L’unione delle persone del posto, delle autorità e i vignaioli “eroici” di questa strepitosa valle, dalle pendici ripide con rocce scenografiche di color ocra rossa, mi ha fatto sentire per una sera dell’estate 2019 in famiglia.

Per non parlare del protagonista di questa Rassegna che rinfresca e disseta, ma soprattutto ti affascina per i profumi e le sensazioni sul palato che ti riportano in montagna.

 

E allora, se la voglia di evasione vi assale e non siete mai andati in Val di Cembra (come la sottoscritta fino a ieri), guardate il programma qui e andate a scoprire il Müller Thurgau.

 

Buon divertimento e Buona degustazione!

 

#cincin

www.mostramullerthurgau.it/

Alla scoperta dei PIWI

Si è appena concluso il Vinitaly, un grande evento per i palati dei winelovers e di tutti i tecnici di settore.

Chi ha partecipato alla fiera italiana più conosciuta nel mondo enologico, tra convenzionali, biologici, biodinamici, fermentati in acciaio o in legno, senza malolattica, ecc. sarà andato alla scoperta o alla ricerca dei vini da vitigni PIWI?
Pilwilderstandfähig in tedesco indica i vitigni resistenti alle malattie fungine (oidio e peronospora) coltivati da qualche anno anche nel nostro Trentino Alto Adige. Una creazione ibrida tedesca da incroci di specie di viti da vino e viti americane, quest’ultime resistenti appunto ai funghi.

La mia curiosità mi ha spinto qualche settimana fa alle porte di Ferrara, dove l’associazione PIV (composta da un gruppo di amici accomunati dalla passione per la natura, l’arte ed il vino) ha organizzato una tavola rotonda con cinque produttori di questi vini “green” molto attivi e pronti a raccontare la loro esperienza:
Werner Morandell, vicepresidente dell’Associazione PIWI per l’Alto Adige e titolare dell’azienda Lieselehof di Caldaro;
Nicola Del Monte, presidente dell’Associazione PIWI per il Trentino e titolare dell’azienda Filanda De Boron;
Thomas Niedermayr dell’omonima azienda sita ad Appiano, produttore dal 1995 di vini da vitigni Piwi;
Mario Pojer dell’azienda Pojer e Sandri di Faedo, posta in Val di Cembra a 800-900 m s.l.m. con 10 ettari di vigneti Piwi;
Patrick Uccelli della Tenuta Ansizt Dornach con 4 ettari passati dal 2012 a Piwi.

Piccoli vignaioli che credono fermamente in questo modo di coltivare, rispettando la natura e cercando di dare un prodotto sempre più pulito ai consumatori.

Solaris, Bronner e Souvigner Gris sono le varietà più conosciute, possono essere coltivate ad altitudini elevate, non soffrono le basse temperature (fino a -20 gradi), non necessitano di alcun trattamento in vigna (neanche rame e zolfo) né di continui passaggi con mezzi pesanti. Un ridotto impatto ambientale che preserva il territorio.

I vantaggi sembrano essere tanti sia a livello ambientale che economico. Ma i risultati?

Tra le proposte portate in degustazione l’espressione del Solaris rifermentato in bottiglia di Pojer e Sandri ed il Bronner di Thomas Niederemayr mi hanno sorpreso maggiormente. Vini piacevoli e validi che non hanno molto da invidiare a qualche altro vitigno internazionale o autoctono. Hanno la loro personalità, una grande verve!

Se non conoscete questi vini, vi consiglio di provare a scoprirli per ampliare le vostre conoscenze contribuendo al rispetto della natura con un semplice calice di vino.

Complimenti a questi temerari, considerati quasi dei “criminali” perchè hanno piantato qualcosa che va oltre il biologico, che hanno resettato la loro vita chimica e convenzionale talvolta pure contro tutti gli ostacoli legislativi.

Speriamo che un giorno la legge possa donargli qualche riconoscimento in più oltre all’attuale IGT (raggiunto 2 anni fa per alcuni vini trentini).

Attenzione massima, un po’ di tecnologia, un po’ di uso della testa, lieviti indigeni ed azoto. Processi senza travasi, senza filtrazioni, senza chiarifiche.

La qualità non è il fine, ma il mezzo.

#cincin

Az. Agricola Rauten – Famiglia Salvetta

Conosciuti all’ultima edizione di Vinnatur a Villa Favorita, i vignaioli Salvetta mi avevano conquistato riportandomi indietro nel tempo con il loro Vino Santo Trentino.
Una storia lunga secoli, quella dell’appezzamento di terreno a forma romboidale (Rauten in tedesco, definito così nel periodo di dominazione Austro-Ungarico) dell’allora vignaiolo Giacomo Sommadossi, uno dei primi produttori del Vino Santo Puro nella Valle del Sarca. Successivamente negli anni Trenta gli eredi di Sommadossi vendettero la tenuta ai Salvetta che continuarono a lavorare la terra con semplicità  secondo tradizione, diventando così la seconda generazione di produttori del Vino Santo. Quattro fratelli che nel corso del tempo si divisero gli ettari comprati dal padre seguendo ognuno la sua filosofia. Giancarlo puntò alla Nosiola, l’unica uva a bacca bianca autoctona del Trentino continuando la produzione di Vino Santo.
La posizione dei vigneti con altitudine di 250 m s.l.m. ed esposizione a sud è ottimale; tra la roccia del monte Casale (che di notte emana vampate di calore facendo lavorare quindi l’uva tutto il giorno) e l’ansa del fiume Sarca. Cosa volere di più come condizioni pedoclimatiche per quest’uva, dal tralcio color “nocciola”, il grappolo spargolo con acini dalla buccia molto consistente e dedita alla maturazione tardiva?!
I risultati vorrei raccontarveli con le immagini di questi vigneti tutti certificati biologici e con allevamento a guyot.
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Questa invece è la chicca selezionata per la scoperta della Nosiola Bio dei Salvetta:
NOSIOLA 2012
Dorato carico grazie alla settimana di criomacerazione con le bucce. Un calice fresco e morbido che al naso ti avvolge con note dolci di miele, fiori bianchi e agrumi.
NOSIOLA BIO 2013
Ecco la prima annata post certificazione ICEA. A differenza del 2012 dove le caratteristiche sono tutte legate all’uva, in quest’annata ritrovi il terroir con un bouquet minerale e floreale. Ancora più fresco e con una sapidità abbastanza presente.
VINO SANTO 2009
Arancio, miele e succo di mele. Naturale ed essenziale, non direi nulla di più. Questo passito parla da solo con un buon residuo zuccherino e una freschezza ammaliante.
MOSTO di VINO SANTO 2014 – prelevato dalla botte
Proprio così!
Ho avuto l’opportunità di provare il mosto pigiato nella Settimana Santa che ha finito la prima fermentazione dopo 3 mesi. Le caratteristiche dell’uva le ritrovi sia al naso che in bocca con questa nota mielata carica, buona la struttura, in bocca è molto morbido e chiude con una freschezza piacevole.
Dopo averlo conosciuto adesso deve riposare nelle botti di acacia ancora per qualche anno; aspetterò impaziente per poter scoprire le sue evoluzioni.
In questa realtà, dalla produzione di sole 6000 bottiglie, “Ogni Vigna ha un’anima” e, come dice Giancarlo, ogni anno non vedono l’ora di sentire che il Vino Santo CISA.
El Cisa, a dire il vero nel loro dialetto…. è quella fermentazione lenta e appena pronunciata a livello di suoni, quella che si sente ma non si vede.
E voi? Conoscete l’anima del Nosiola?

Bollicine su Trento.

Oggi riporto un altro evento nel mondo delle Bollicine metodo classico.

Dall’Alto Adige ci si sposta a Trento…..

<<“Bollicine su Trento. Incontri e suggestioni con sua eccellenza Trentodoc”. L’evento, organizzato dall’Ente camerale e dalla Provincia Autonoma di Trento, in collaborazione con Trentino Marketing, l’Istituto TRENTO DOC e con la partecipazione delle Strade del Vino e dei Sapori del Trentino, è l’occasione privilegiata per degustare le bollicine di montagna in compagnia di produttori, chef, sommelier, operatori dei media e consumatori. La proposta principale è naturalmente rappresentata dalle degustazioni: in abbinamento al Trento doc sarà possibile degustare le espressioni più tipiche della montagna trentina. Per sottolineare il perfetto connubio di sapori fra vino e gastronomia, Palazzo Roccabruna ospiterà ogni sabato e domenica “A tavola con il Trentodoc”, con gli chef trentini che si cimenteranno in menù di territorio, reinterpretati con originale creatività. Per chi intenda approfondire i temi della manifestazione, la rassegna propone un irresistibile programma di laboratori del gusto, condotti da esperti ed enologi delle stesse cantine spumantistiche, oltre a due originali approfondimenti curati dalle sezioni AIS ed ASPI del Trentino, intitolati “Ballerine o tacco 12? Ad ogni prodotto la sua bollicina” e “A tutto tondo, a tutto pasto: istruzioni per l’uso”. Per chi ama le atmosfere da cantina, Palazzo Roccabruna apre al pubblico il proprio scrigno sotterraneo invitando il pubblico in un percorso alla scoperta delle fasi produttive dello spumante, iniziativa denominata “Come nasce il Trentodoc?”. L’evento si allarga dalla città al territorio grazie al contributo delle Strade del vino e dei sapori del Trentino che organizzano “Trentodoc on the road”, un fitto programma di iniziative realizzate con la collaborazione di agritur, ristoranti, wine bar, alberghi, cantine e rifugi in quota.>>

Bollicine su Trento 2012