Ferrocinto – Castrovillari (CS)

Immergendomi nell’entroterra della punta del nostro amato stivale italiano, ho contattato la tenuta di FERROCINTO, colpita dal connubio di tradizione e innovazione che emergeva guardando gli scatti presenti sul web.

Mi sono quindi diretta a Castrovillari, in provincia di Cosenza, dove dal 2008 l’azienda Ferrocinto (legata alla società agricola cooperativa Campoverde) vinifica in proprio le uve coltivate in 50 ettari vitati su suolo rosso (ricco di ferro e magnesio) in collina fino a 580-600 metri s.l.m..

Il Magliocco è il Re di casa, seguito da Mantonico, Greco Nero e Greco Bianco. Il restante 20% della coltivazione è di Chardonnay, Cabernet e Merlot. L’azienda ha concluso recentemente le procedure di certificazione biologica, presentando sul mercato una nuova linea di vini BIO.

Appena si arriva in cima alla collina dove si trova la tenuta, si rimane affascinati dalla masseria fortificata della metà dell’800 (di proprietà della Famiglia Salituri), seguita sulla destra da una moderna struttura che fa accomodare con gli occhi tra i vigneti nella Conca del Re, zona ambita per la produzione diversificata a livello agricolo, a soli 15-20 km sia dal Mar Ionio che dal Tirreno, caratterizzata da sbalzi termici giorno-notte, correnti marine e montane che predispongono tanti microclimi zonali. Questa zona è rinomata anche per la produzione del Riso di Sibrai.

La struttura ultramoderna della barricaia e dell’open space dedicato a degustazione ed eventi è caratterizzata da due materiali: il CORTEN, che richiama il colore del terreno e il LARICE, che ricorda gli arbusti degli olivi.

Per gli appassionati di architettura lascio il link di spiegazione del progetto di realizzazione dell’edificio, seguito da Francesco Lamanna: 

https://www.theplan.it/award-2018-production/barricaia-ferrocinto-1

Tornando alla produzione di vino, l’azienda Ferrocinto ha reimpiantato nel 2001 l’intera coltivazione con vitigni autoctoni ed internazionali. Da quattro anni ha iniziato un percorso di ricerca delle cultivar presenti nei loro areali, analizzando circa 1.000 campioni, 110 dei quali presentavano un DNA sconosciuto ai registri e il loro impegno è stato (ed è tuttora) la continua analisi di queste viti, coltivandone alcune nell’ottica di poter avere sempre un maggior numero di prodotti autoctoni che possano racchiudere le peculiarità della zona (Campo biodiversità Pollino Calabrese).

L’attuale selezione di vini include uno spumante charmat, due metodo classico e una decina di vini fermi da monovitigno. Produzioni limitate, con rese massime di 50 quintali ettaro, vendemmia a mano e in cassette, seguiti in cantina dagli enologi Marco Monchiero e Stefano Coppola.

CLAVÈ è un Greco Bianco charmat lungo (40-45 giorni), dotato di un naso elegante con note floreali, erbette fresche e pera verde. Un perlage fine ed elegante all’ingresso in bocca, di buon corpo, fresco e con un timbro sapido persistente in chiusura. Divertente e gioioso da bere.

A seguire DOVÌ BIANCO, lo CHARDONNAY rifermentato in bottiglia, millesimo 2014 con sboccatura fine 2019. Note croccanti e tostate ben accentuate, sentori di frutta matura che si concentrano all’olfatto in chiave delicata e sinuosa. Bella beva leggera d’ingresso ove prevalgono l’aspetto minerale e le note ferrose del terreno. Perlage notevole e duraturo. Il valore aggiunto che ho percepito è dato dal terroir valorizzata rispetto all’impronta del lievito e dello chardonnay. Un’espressione molto interessante, degna di una grande bevuta.

DOVÌ ROSÈ, 100% AGLIANICO, è stato premiato come miglior spumante rosè a Radici del Sud 2019. L’annata 2015, sboccata a luglio 2020, è una bolla fresca e biricchina, ancora giovane, ma con lo sprint giusto al palato per dare soddisfazione dopo qualche mese dalla sboccatura. Anche in questo calice l’impronta della sapidità del terreno è ben presente. Grande persistenza e retrogusto agrumato. Continua salivazione in bocca, un calice chiama l’altro, che bontà! Notevole bilanciamento tra naso e palato, presenta una sua identità ben distinta.

Della DOP TERRE DI COSENZA del POLLINO, il MANTONICO mi ha lasciato un ricordo incredibile con un boom al naso di mela e pera, contornato da leggero pot-pourri, gesso e spezie dolci. Giallo paglierino luminoso alla vista, secco, raffinato, con chiusura erbacea alla degustazione. Che aromaticità nei profumi, fa strage. Sapidità presente ma più delicata la nota rispetto agli altri. 

Il POLLINO ROSATO DI AGLIANICO viene prodotto solo con il mosto fiore, senza macerazione leggera con le bucce, affinato 6 mesi in legno e 6 mesi in bottiglia. Profuma di donna, rose rosse, talco e rossetto. Elegante, suadente.

Il PECORELLO è un altro bianco chic, ancor più profumato del Mantonico…molto gustoso al palato con una bevuta di corpo. Lungo e fine.

In chiusura la perla rossa calabrese, il MAGLIOCCO, affinato 6 mesi in barrique di rovere francese. Pane appena sfornato, fiori secchi, profumo di spezie natalizie, infusi di frutta e scorze di agrumi: questo il bouquet sviluppato nel calice dal quale sono stata catturata. Vino morbido, leggermente polveroso. Una bella acidità coniugata alla parte tannica in perfetto equilibrio.

Dopo qualche scatto meraviglioso della Tenuta di Ferrocinto, purtroppo in una giornata uggiosa, posso confermare di aver conosciuto un’azienda affidabile, con prodotti di notevole qualità che vale la pena scoprire. Il valore che emerge è la ricerca della differenza che sta nel loro territorio, dove la natura può solo regalare condizioni ideali per fare dei grandi vini unici.

Una perla del nostro Sud Italia, bella da vivere e buona da degustare.

#cincin

Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

Tenuta l’Armonia – Montecchio Maggiore (VI)

È trascorso un po’ di tempo dal mio ultimo tour per cantine, quando sono andata a conoscere Andrea Pendin e la sua Tenuta l’Armonia vicino a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza.

Parlare di un vignaiolo, della storia dei suoi vini e della sua cantina sarebbe limitativo. Mi sono trovata di fronte ad una persona costantemente attiva nella costruzione di una rete di aziende e di figure che puntano al valore e all’identità del proprio territorio, dando vita a quelli che vengono definiti da Andrea “PROGETTI VINO”.

I 27 Progetti finora realizzati puntano all’espressione di quell’idea di vino che non guarda solo all’uva o al terreno, ma che idealizza il più possibile l’insieme degli elementi e l’animo dei vignaioli (sei produttori vicentini al momento, ognuno con una precisa funzione nell’organigramma di questa realtà POP).

La zona di produzione dei colli vicentini e berici regala leggiadria, finezza, freschezza, acidità e mineralità. I 24 ettari lavorati sono frazionati in Tanti vigneti, in Tanti Cru, in Tanti terroirs differenti.

Tenuta l’Armonia è una piccola azienda condotta in biodinamica, ancora ai primi passi, anche se nata nel 2009 quando Andrea e la sua famiglia si trasferirono in campagna. Un contadino del posto concesse una vigna ad Andrea (a quel tempo consulente nel settore della ristorazione), dandogli la possibilità di aprirsi al mondo del vino.

La sua storia è partita effettivamente da zero, con il supporto di un amico enologo.

Dalle prime lavorazioni di quel vigneto misto anni ’60-’70 nacquero 2000 bottiglie di un vin de garage di grande successo che portò Andrea sul “mercato”, spronandolo ad investire il resto della sua vita in quel mondo.

Due anni dopo, nel 2011, l’amico enologo si trasferì ed Andrea si intersecò nei marchingegni del lavoro in cantina. Iniziò inoltre a visitare numerose realtà vitivinicole in Italia, Francia e Slovenia, frequentò diversi corsi per comprendere l’arte del “creare vino”, dalla vigna alla cantina. Un mese di Loira nel 2013 però gli confermò quale filosofia e strada seguire nella creazione dei suoi progetti.

Da qui il concetto di non utilizzare uva cruda e fare in vigna un grande lavoro di pulizia dei singoli acini per avere vini puliti, minerali, lunghi e persistenti.

La prima parola chiave è TAGLIO, non focalizzandosi su un’uva. La seconda parola chiave è MACERAZIONE, perchè in tutti i suoi vini c’è sempre una parte di uva macerata.

Con la sua rete di “compagni di esperienze” condividono idee per poi cercare di produrre un vino che abbia i risultati attesi dal progetto iniziale. Tanti esperimenti che non definiscono sempre un punto di arrivo definitivo, ma un punto di partenza per il miglioramento della ricerca continua.

Tenuta l’Armonia si presenta con tre linee di prodotto:

POP sono i vini non per tutti, seppur siano i più facili e semplici da bere. Un bianco, un rosso e un frizzante con quest’aria beverina.

CRU sono i fratelli contrari dei POP. Un metodo classico con lunghe soste sui lieviti, un bianco da iper maturazione in pianta e un rosso da iper macerazione sulle bucce.

LAB è la linea non-statica in quanto in base all’annata gli stili dei progetti variano. Sono tutti vini realizzati a quattro mani, in collaborazione con altri vignaioli interni o esterni alla squadra. Ad esempio, in lavorazione ci sono un Tai rosso in anfora per la reinterpretazione di un preciso territorio e un Metodo Classico Non-Classico, prodotto con uve non da spumantizzazione classica: Freisa, Timorasso e Pecorino.

Con lo stile POP ho provato FRIZZI PET-NAT 2017, un Pinot Nero rifermentato in bottiglia con una piccola parte di Pinot Bianco e Durella che proviene da una vigna a 600 metri in zona Calvarina, vicino a San Giovanni Ilarione (vigneto non di proprietà, ma fin dal 2013 seguito direttamente da Andrea già dalla potatura e dal sovescio in vigna).

Non esiste una ricetta standard anche se viene cercata una certa continuità di anno in anno. In base alla vendemmia varia la dose delle due uve bianche. In questo caso il Pinot Bianco fa macerazione e dà polpa. Si presenta con una buccia di cipolla ramata, un colore molto distintivo, stile Borgogna.

L’eleganza delle bollicine sottilissime esalta la maturità degli aromi e del corpo succoso.

E’ fresco, pulito e molto beverino seppur sembri quasi un metodo classico. Poche parole per un entrée da degustatori navigati.

BOLLA CRU 2014 è la veste briosa della mano di Andrea, in modalità riserva.

Durella, di cui una parte macerata, e una punta di Pinot Nero con lunghe soste sui lieviti, un affinamento in grotta e un dosage zero.

Una piccola produzione di 1500/2000 bottiglie di uno spumante con fermentazione spontanea, dalle intense note mielate, di frutta matura, succo di mela e leggera sfumatura ossidativa. Il perlage è croccante e la beva decisamente elegante, acida e di lunga persistenza.

BIANCO POP 2016 è dato dall’insieme di Garganega, Manzoni, Durella e Pinot Bianco macerato sulle bucce, con prevalenza di vigneti su suolo vulcanico a 500 metri s.l.m.

Andrea lo definisce uno dei vini più precisi della sua gamma e per questo motivo continua la ricerca per arrivare ad una versione con maggiore identità. L’olfatto è ricco di profumi floreali e minerali, raffinato ed elegante nell’essenza. Si affianca una netta impronta di idrocarburo da Riesling. Il sorso è di pronta beva e facilità, senza spigoli di parti in prevalenza. E’ lungo e movimentato in bocca e tutta la semplicità apparsa al primo impatto a lungo andare si tramuta presentando un bel caratterino vispo ed astringente. Tutt’altro che un bianco easy.

PERLA CRU 2016 è il fratello di Bianco Pop, da zona calcarea. Garganega con Pinot Bianco e Chardonnay in piccole percentuali, che passano un po’ del loro tempo in botti di acacia. Per produrre questo vino, Andrea è ricorso all’esperienza maturata nella Loira, lasciando i grappoli in pianta fino ad un’estrema maturazione. Questa surmaturazione porta a sentori di caramello, affiancati da pesca, albicocca e un prato fiorito.

In bocca c’è poco da commentare, fatto sta che questa sfumatura di Garganega è una perla rara italiana che incanta il palato.

Complimenti per lo stile e per lo studio di questo progetto.

Il non-statico di Tenuta L’Armonia l’ho testato in piccole dosi da vasca, da botte, da bottiglia appena chiusa, da bottiglia senza ancora un nome perchè lì, come vi ho detto, è tutto un viaggio in un sistema che ogni giorno vuole rinnovarsi!

Alla prossima Andrea e #cincin

Cantina della Volta – Bomporto (MO)

C’era una VOLTA il Lambrusco”…

Gira e rigira, quando ho voglia di godermi cibo e vino finisco sempre in Emilia Romagna!
…e continuando a stimare quel vino che mi aiuta a riassumere il concetto di pranzo all’italiana, sono andata a trovare uno dei produttori che a “LAMBRUSCO A PALAZZO” mi ha dato delle ottime soddisfazioni al palato: CANTINA DELLA VOLTA.

Siamo a Bomporto, a nord di Modena, tra i fiumi Secchia e Panaro, nella zona del LAMBRUSCO DI SORBARA DOC. Le uve ammesse per la produzione di questa denominazione sono soltanto due: Lambrusco di Sorbara (min. 60%) e Lambrusco Salamino (al max. per il 40%). Quest’ultimo assolve una funzione essenziale nei vigneti, ovvero l’impollinazione del Sorbara. Come indica il disciplinare di produzione “Il “Lambrusco di Sorbara” è un vitigno a bacca rossa di elevata vigorìa con portamento semi-eretto, ma ha fiori fisiologicamente femminili con stami riflessi e polline sterile per cui è soggetto ad acinellatura. Si è reso così necessario prevedere nella base ampelografica dei vigneti altri vitigni lambrusco per consentire l’impollinazione e la fruttificazione delle uve ”.

La famiglia Bellei, dopo anni di studi ad Alba e nella Champagne, ha riportato nel modenese l’esperienza acquisita, puntando alla produzione nella cantina di famiglia del Lambrusco di Sorbara metodo classico. I vigneti per la produzione di questo nettare rosso si trovano in pianura, vicino alla cantina. Qualche anno fa sono stati inoltre acquistati ben 34 ettari di terreno (di cui 10 di superficie vitata ed il resto bosco) a Riccò di Serramazzoni, a seicento metri di altezza. Questo habitat, con un’ottima escursione termica, è ottimale per altre tre uve allevate dai Bellei: Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Meunier, utilizzate sia per produrre due vini fermi sia per quattro tipologie di spumanti metodo classico.

La vendemmia 2017 per Cantina della Volta è stata lunga e ragionata, con perdite abbastanza notevoli (40-50% della produzione) a causa delle gelate dopo Pasqua. In montagna è iniziata la terza settimana di agosto per avere un alto tenore di acidità sulle uve internazionali. In pianura invece l’uva “locale” è stata raccolta in diversi step nell’arco di un mese per seguire i differenti gradi di maturazione dei grappoli. Parliamo in entrambi i casi di raccolta manuale, con cassette da 17 kg al massimo per prevenire lo schiacciamento dell’acino.

Piccoli dettagli di casa Bellei, come la pressatura soffice effettuata di sera e lieviti selezionati per avere come principali caratteristiche pulizia e profumi.

Un entrée con gli spumanti IL MATTAGLIO Dosaggio zero e Brut per partire con la degustazione, prodotti con Pinot Nero e Chardonnay del vigneto montano con terreno gessoso ed argillo-calcareo. All’olfatto il Dosaggio Zero sprigiona note delicate di fiori, crosta di pane e frutta. All’inizio risulta un sorso leggero e garbato, che prosegue in un’esplosione di mineralità fissandossi appieno su palato e gengive. Ritorno di mandorla e limoni con una persistenza infinita. La versione Brut, di veste più confortevole, presenta sentori meno distinti rispetto al primo, ma maggiormente amalgamati in un profumo soft. Anche in bocca rende più facile la degustazione, con maggiore rotondità ed una persistenza corretta ma non invasiva ed intrigante come la prima. Bollicine fini ed eleganti in entrambi i metodi Champenoise.

Una champagnotta con vetro bianco e sacchetto rosso presenta “Christian Bellei“, ovvero l’anima bianca e pura dell’uva Lambrusco di Sorbara. Annata 2013 con la prima fermentazione fatta in barrique per quest’alternativa dalla base acida, in naso maggiormente legata a sentori agrumati e fiori bianchi. In bocca il perlage compensa la spinta acida per uno stimolo croccante. Finale ibrido, tra note dolci ed acide, come un pompelmo succoso.

Se osservo il calice successivo, qualcosa mi riporta nel paese delle meraviglie: un colore rosa antico, anzi, quella buccia di cipolla che tanto sta attraendo gli occhi dei wine lovers. Manca qualcosa però…che forse la foto non riuscirà ad evidenziare completamente… un’infinità di riflessi color oro! Sto parlando del Lambrusco di Modena doc Rosè, 36 mesi di rifermentazione sui lieviti. Ribes ed erbe aromatiche mi solleticano il naso. Il sorso stavolta trova una notevole schiuma cremosa, seguita da un esplosione di sensazioni ed emozioni in bocca. E’ pieno, lungo e gustoso, con un retrogusto erbaceo. Da tutto pasto, ma qui ci si diverte proprio a tavola perchè ogni abbinamento può essere una vera ghiottoneria!

Prima di gustare nuovamente i lambruschi rossi che conosco, mi viene proposto un confronto con “La prima Volta“, senza tanti dettagli… Vira a note dolci se lo annuso, poi scopro che è l’unico esperimento ossidato con sensazioni impossibili da descrivere, non capisco la pienezza del sorso, la cremosità delle bollicine e quell’acidità che passeggia lievemente in bocca. E’ amabile, caloroso, buono… come la prima volta con un vino passito.

In conclusione mi concedo nuovamente qualche versione di Lambrusco di Sorbara doc classico (anche se pochi si possono paragonare a quelli metodo classico di Cantina della Volta), virando dal “Trentasei” con la sua marmellata di ciliegie al naso, alle annate 2011 con 54 mesi sui lieviti e la 2010 sboccata quattro anni fa. Non sono esperimenti, ma conferme. Il Lambrusco non è solamente quello venduto al supermercato che ha una resa incredibile di 250 quintali/ettaro e dal modico prezzo. Il Lambrusco, come vi ho già raccontato, è quella conferma che si può mettere a tavola, dando grandi soddisfazioni. Se metodo classico ancor di più!
Provare per credere!

#cincin

Maeli – Colli Euganei – Baone (PD)

L’azienda MAELI, situata a Baone sui Colli Euganei, nutre un amore incondizionato nei confronti dell’uva Moscato Giallo.

I fratelli Bisol di Valdobbiadene hanno supportato il progetto di Elisa scegliendo di investire su quest’uva e sperimentandone ben cinque versioni: spumante dolce, metodo classico, frizzante rifermentato in bottiglia, secco e passito.

Il Moscato Giallo, comunemente conosciuto come FIOR D’ARANCIO, grazie a MAELI non è più soltanto il vino da dessert che ammalia con albicocche e fiori al naso ma diventa un prodotto molto più versatile, con la sua importante complessità ed un’intensa storia di territorio.

Viene coltivato su nove ettari di vigneto nelle colline delle Terre Bianche del Pirio, dove regnano terreni stratificati di marna, limo e calcare che contribuiscono all’attribuire al Moscato Giallo un ottimo potenziale per vini ‘speciali’.

Il fiore all’occhiello che identica l’azienda MAELI è il Fior D’Arancio Colli Euganei DOCG, spumante charmat fatto con un’unica fermentazione nelle vasche d’acciaio, direttamente dal succo dell’uva. Recentemente è stata presentata l’annata 2015 in quanto Elisa preferisce far riposare questo prodotto, che tutti definiscono fresco, giovane e beverino, per ricercare maggiore complessità. Non mancano freschezza e bevibilità, con una bella bollicina fine e persistente, una pulizia estrema ed un finale piacevolmente sapido. Un vino versatile, dolce ma con ritorni legati principalmente ad acidità e mineralità. Di carattere, può affiancare piacevolmente mortadella, pizza e baccalà mantecato.

Passando ad un 85% di Moscato Giallo e 15% di Chardonnay (un matrimonio inedito mai coniugato sui Colli Euganei) troviamo due vini: il frizzante ancestrale sui lieviti ed il metodo classico.

Dalla vendemmia successiva ai prodotti assaggiati ed attualmente disponibili sul mercato, anche queste due versioni sono passate ad un 100% di Moscato Giallo.

L’ancestrale, da bere torbido, è un vino rustico, con un’imponente nota sulfurea sul finale e una componente salina molto presente. É un vero e proprio vino da estate, con la facilità di beva di una birra artigianale ed i profumi intensi di fiori, frutta a polpa gialla e frutta secca che ricordano la bella stagione alle porte.

DILÁ è il primo metodo classico della storia prodotto con moscato giallo in terreni vulcanici, versione brut nature, con un anno di affinamento sui lieviti. Vino controverso che va oltre i pregiudizi, spingendosi alla ricerca del territorio e della piacevolezza di beva.

Una vera e propria bomba floreale, un’aroma che ricorda la conosciuta versione dolce, invece in bocca è secco e salato. L’attrattiva di questo vino è proprio la sua “imperfezione”, è tutto tranne che semplice. Un’ottima scoperta, in continuo studio a casa MAELI, essendo il primo esemplare di metodo champenoise con l’utilizzo di quest’uva.

Oltre al metodo classico, si sono spinti con l’affinamento del Moscato. La versione ferma annata 2014 esprime l’evoluzione possibile di quest’uva. Vino longevo, con una grande vena acida, molto complesso, con una mineralità che si esprime in maniera differente e più spinta rispetto al metodo classico nel quale si riscontra la salinità, mentre qui compare una vena amarognola. Ha il calore di un vino del sud, un’identità differente per i Colli Euganei.

Questa piacevole wine experience mi ha fatto conoscere il potenziale incredibile di un’uva che viene sempre identificata ed utilizzata per la produzione di vini dolci. Per fortuna la cocciutaggine di noi donne talvolta porta a degli ottimi risultati ed Elisa può veramente vantarsi di aver avuto il privilegio di poter seguire e credere in quest’uva dalle mille ricchezze.