Famiglia Marsilli – Tenuta La Casetta – Brentino Belluno (VR)

La provincia di Verona, oltre ad essere geograficamente eterogenea (a tal punto da includere lago, colline, montagne e pianura), è pure ricca di denominazioni vitivinicole.

Tra queste si scorda spesso quella localizzata in un piccolo fazzoletto a confine con il Trentino, sulla Strada della Terra dei Forti, così rinominata per la presenza di fortificazioni militari.

Ebbene sì, per la prima volta sono andata a scoprire quell’areale a Brentino Belluno, un paese ai piedi del Monte Baldo e costeggiato dal Fiume Adige. Il paesaggio da ammirare in questa valle tra i monti presenta una distesa di vigneti fra la pianura e la collina che giovano delle condizioni pedoclimatiche, compresa l’Ora del Garda, un vento molto prezioso che rinfresca le mattine.

La Famiglia Marsilli, conosciuta per la produzione di salumi, circa cinquanta anni fa acquistò l’azienda agricola La Casetta, situata nell’omonima località di Brentino Belluno, sulla sponda occidentale dell’Adige.

Dei sette ettari di vigne di proprietà (a corpo unico) della Tenuta, vi sono ancora due vigneti storici del 1982 di Chardonnay e Sauvignon.

Tra le altre uve, coltivate su terreni minerali, ricchi di materiale di riporto della montagna, troviamo Pinot Grigio, Lagrein, Merlot, Cabernet Sauvignon e l’autoctono Lambrusco a foglia frastagliata Enantio. Lambrusco e Lagrein vengono allevati a guyot, gli altri invece a pergola semplice, piantati principalmente in base all’esposizione solare. 

Da oltre sei anni, Matteo Bellini realizza con la Famiglia Marsilli ben 9 prodotti, di cui un blend e 8 monovitigno, perchè la filosofia dell’azienda mette al primo posto la valorizzazione del vitigno.

Le mani esperte di Matteo sperimentano tutti i giorni nuove tecnologie dalla vendemmia alla bottiglia, tendendo alla riduzione della chimica. In campagna le attenzioni sono molteplici, come l’esclusione del diserbo, l’utilizzo di stallatico e spollonatrice.

Giunta l’ora della vendemmia, le uve vengono raccolte e portate in cella frigo per una notte. Solo il Pinot Grigio, nella versione vinificata in bianco e lavorata in acciaio, viene immediatamente pressato a caduta per evitare la cessione del colore. 

Tra le differenti modalità di lavorazione dei vini prodotti, i rossi macerano un mese, il Merlot viene gestito con cappello sommerso per due mesi con le vinacce, qualcuno affina in botti, qualcun’altro si gode le anfore.

Qua ogni vino ha la propria carta d’identità personalizzata.

Aprendo le danze in compagnia di Matteo, lo

CHARDONNAY assaggiato nell’annata 2019 è rimasto nei tank di acciaio fino a giugno 2020 per poi essere imbottigliato. Il calice paglierino luminoso è dotato di un bouquet abbastanza ampio di note di pera ed erbe aromatiche, con preponderanza sull’aspetto salino. Fresco, ben equilibrato con una buona persistenza e solforosa bassissima. Ancora giovane, con un bel potenziale di invecchiamento. A seguire, un calice romantico ed affascinante di

PINOT GRIGIO RAMATO 2019. Eleganza al naso con frutti tropicali, note croccanti di acino d’uva, violetta e leggera pasticceria. La sua veste rame tende maggiormente al rosa rispetto all’arancione. Texture vellutata al sorso, raffinato e leggero. La mineralità, ben presente dal naso alla bocca, chiude assieme al frutto con una piacevole lunghezza. In anteprima il

SAUVIGNON 2018 in anfora. Una produzione limitata di 3,5 quintali di uva, messa a contatto due mesi con le bucce e affinata un anno in anfora senza solforosa. Confettura di albicocca, ricordi di crostata con note leggermente burrose, distillato di erbe e l’immancabile mineralità tra i profumi di questo neonato. Un naso avvolgente e un sorso accattivante. Dei tre mi risulta il più sapido e insieme alla sua maturità figura molto piacevole da godersi a pranzo in compagnia. Tra i rossi, abbiamo assaggiato il

LAGREIN 2018 fermentato in barrique e poi lasciato in serbatoi di acciaio fino all’imbottigliamento. Speziatura intensa d’impatto con pepe nero e chiodi di garofano seguiti da piccoli frutti rossi. Rubino molto luminoso. Un impatto secco e tannico al sorso, divertente, pimpante, con leggere note balsamiche che si incastrano nel retrogusto alla mineralità ben presente. Gli altri li ho tenuti per la prossima occasione! Quello che è emerso, dopo un pomeriggio a La Casetta, è la qualità del tempo e del lavoro. I vini vengono lasciati riposare il tempo giusto prima di esser venduti (indicativamente mai prima di un anno) e per perseguire i risultati attesi servono tanta cura e passione. Se vi va di andarli a trovare, hanno anche un Agritur con una splendida piscina riscaldata…

#cincin

Vini di Vignaioli 2021

Uomo + Uva = Vino

Quanto mi è mancata questa fiera?

Tanto, veramente tanto.

E finalmente, dopo questo periodo intenso ed alternativo di chiusura dovuto alla pandemia, a poco a poco si sta ripartendo.

Domenica 31 Ottobre e Lunedì 1 Novembre Vini di Vignaioli (comunemente identificata come Fornovo) ha riaperto in una nuova location, a pochi chilometri da quella storica.

Sarà che mi mancava tanto, ma quest’edizione l’ho vista molto positivamente: gli occhi di tutti brillavano, lo spazio era ampio e luminoso, i calici si innalzavano per brindare al presente, ai vini del cuore e alle amicizie tra vignaioli e ospiti che finalmente si rivedevano dopo tanto tempo.

Tanti nomi nuovi da scoprire, ma anche tante conferme sulle mie bevute preferite e sui vignaioli che mi trasmettono la felicità di poter bere bene e senza fronzoli.

PEZZALUNGA: piccolo produttore vicentino che tra i suoi magici tagli bordolesi, ha proposto pure le etichette di suo fratello tra le quali spiccano un Pinot Bianco romantico e lussurioso e una Durella ferma macerata 15 giorni e piena di personalità.

VILLA CALICANTUS: come non potermi fermare da Daniele che sui colli sopra Bardolino propone sempre versioni indimenticabili dei suoi Chiarotto, La Superiora e Avresir. 

I CACCIAGALLI: Aorivola e Zagreo in perfetta forma e da bere a fiumi anche per l’annata 2019 (la nuova messa in commercio).(Leggi qui)

RICCARDO DANIELLI, che nel suo piccolo fazzoletto ad Allerona, coccola le sue vigne per uscire con Pliocene, Cinquemila lire e Un giorno Capirai, ispirate alla sua infanzia con il nonno. Piccole meraviglie. (Leggi qui)

PIERO RICCARDI – LORELLA REALE che mi hanno fatto scoprire un Cesanese di Affile su terreno vulcanico dotato di una beva incredibilmente “Borgogna Style”.

COLICCHIO con i suoi Cinquanta Filari da sbicchierare con facilità e goduria.

JOSEF altra conferma strepitosa tra i suoi vini da macerazione carbonica e la veste più improbabile ed accattivante di Trebbiano di Lugana da farti fare la piroetta.

CANTINE DELL’ANGELO L’essenzialità dell’essere territorio, del grande Greco di Tufo più persistente che mai e dalle mille sfaccettature che si sposano tra gusto e olfatto.

TENUTA L’ARMONIA con Bolla che adoro sempre più. Bollicina cremosa, acidità decisa e un ricordo indelebile in bocca. (Leggi qui)

KOI che mi ha permesso un viaggio di bontà tra Grasparossa, Sorbara e Trebbiano modenese.

ROCCA RONDINARIA e le sue varianti di Dolcetto di Ovada imbattibili, anticipate in degustazione dal nuovo Timorasso Gagà.

E loro, i mitici CASTELLO DI STEFANAGO, che hanno battezzato il nuovo packaging sostenibile per il metodo classico e per l’ennesima volta mi hanno lasciato senza parole: Pinot Noir 36 mesi sempre al top, verticale di Riesling renano 2015/2014/2011, l’ancestrale Centomesi di Chardonnay che si meritava una canzone d’amore e il piccolo nuovo Sbarbatello che trasmette leggerezza ed armonia. (Leggi qui)

Ma che bontà

questa fiera qua!

Alla prossima!

#cincin

ps: A fine paragrafo dedicato alle cantine riviste, vi ho messo il link del mio racconto dell’azienda.

Orto Venezia – Sant’Erasmo (Laguna di Venezia)

Più passa il tempo e più avverto la necessità di provare a coniugare il mondo del vino con la natura, cercando di mettere in secondo piano tecnologia, architettura e tavolate di esperti valutatori di vini sulla base di punti oggettivamente prestabiliti.

Più passa il tempo e maggiore è la voglia di guardare intorno a me, di scoprire peculiarità che pochi conoscono e collegherebbero alla produzione del vino.

Ecco perchè con questo racconto vi porto a Sant’Erasmo, una delle isole più grandi della Laguna di Venezia, dove nasce ORTO, il vino della laguna prodotto da Michel Thoulouze

Ci troviamo nell’isola che da sempre nutre la laguna con la sua produzione di frutta e verdura, l’unica a non risentire dell’acqua alta in quanto è stata sistemata con argini e mura perimetrali dopo l’inondazione del 1966. Un’isola con tre tipologie di suolo (terra scura, sabbia e argilla) e l’aria delle Dolomiti che mitiga il clima di questo frammento suggestivo d’Italia.

Il Signor Thoulouze è un affascinante uomo francese dei dintorni di Montpellier che nel 2000 decise di comprare una proprietà di 11 ettari sull’Isola di Sant’Erasmo per godersi la pensione e la tranquillità, allontandosi dalla patria. 

L’idea di fare vino non fu immediata, ma forse per uno scherzo del destino, scoprì che sul catasto il suo appezzamento era denominato nel XVII secolo “Vigna del Nobilomo”. Allora Michel chiese supporto ad alcuni amici francesi e dopo aver analizzato il terreno, ha cominciato a lavorarlo, preparandolo lentamente ad accogliere due vitigni italiani, la Malvasia Istriana e il Vermentino, piantando entrambi a piede franco. 

Tanti scrupoli e grande lavoro della terra per far nascere un vino unico, un calice che potesse esprimere l’identità del micro-terroir di Sant’Erasmo, senza supporti aggiuntivi. Da qui la scelta di non utilizzare diserbo, concimi, pesticidi e irrigazione, per far si che la terra possa rimanere fertile e viva e che le radici delle viti possano scendere in profondità. 

Così 4 degli 11 ettari nel 2003 sono stati vitati su suolo argilloso, rendendo oggi al massimo 40 ettolitri per ettaro, arrivando ad una produzione di circa 15.000 bottiglie di ORTO, l’unica etichetta prodotta. 

L’identità di questo vino viene costruita nel vigneto, dove ogni giorno si lavora per aumentare la qualità e la salubrità dell’uva. A maggio viene fatta la selezione dei grappoli, riducendoli a 1,5-2,0 kg di uva per pianta. Poi si attende lentamente la piena maturazione fenolica, vendemmiando l’uva bella matura, partendo dalla Malvasia e terminando, circa un mese dopo, con il Vermentino. Vinificazioni separate con utilizzo di lieviti selezionati ma naturali. Una volta raggiunto il compromesso tra i due vini facendo i tagli e mantenendo come percentuali circa il 60% di Malvasia Istriana (per la struttura) e il 40% di Vermentino (per i profumi), ORTO passa ad invecchiare in bottiglia, affinando quasi 3 anni, prima dell’immissione sul mercato. Non viene effettuata la malolattica per preservarne la freschezza.

Michel lo definisce un vino puro, da uva sana e matura, dal grande potenziale di invecchiamento grazie all’alta dotazione di acidità naturale.

Il mio primo approccio con ORTO e l’annata 2017 è stato sicuramente diretto. 

Vestito di luce nelle sue sfumature paglierine intense, danza sinuoso nel bicchiere e si prospetta sicuramente importante a livello di struttura alcolica. 

Portandolo al naso inizia a frastornare la mia mente con la sua delicatezza ed i profumi che escono a rintocchi. Man mano che prendo confidenza con lui risulta fresco e delicato, con prati immensi di fiori mischiati alla brezza iodata della laguna.

Lo assaggio ed ecco che il suo impulso divampa in bocca, tra quest’acidità importante che si sposa elegantemente con un’ottima mineralità. Amplificazioni continue al palato, con modesto calore, ma una persistenza da perdere i conti.

Non ci puoi fare aperitivo senza dargli peso, devi pretendere che venga accompagnato da pietanze (anche orientali), perchè ha bisogno di chiaccherare con calma e di farsi conoscere lentamente con le sue sensazioni.

ORTO non ha similitudini, è micro per natura, ma ragiona in grande.

Perciò ora non mi resta che augurarvi di poter scoprire questa peculiarità che nasce in un angolo di paradiso italiano, dove per qualche ora si può vivere un’esperienza senza eguali sorseggiando un grande vino.

Che piccola favola!

#cincin

Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

Bigagnoli Alessio – Calmasino di Bardolino (VR)

Per concludere in bellezza l’anno 2019 sono stata nell’entroterra della Denominazione Bardolino DOC, spinta dalla curiosità di conoscere una persona di cui mi hanno ben parlato alcuni conoscenti.

Bigagnoli è un piccolo produttore, certificato biologico dal 2019, con tre ettari vitati su terreni di origine morenica e una produzione annua tra le 6.000 e le 7.000 bottiglie.

La storia di Alessio Bigagnoli come produttore di vino è relativamente recente, nata come passione nel 2012 quando, su consiglio di Angelo Peretti (Direttore in carica del Consorzio Tutela del Vino Bardolino), partecipa a “Garage Wine Contest” classificandosi al primo posto con un Bardolino Chiaretto Metodo Classico, ma soltanto nel 2017 decide di lasciare il suo principale lavoro di tecnico di laboratorio enologico per dedicarsi esclusivamente alla cantina.

Bigagnoli è un’azienda vitivinicola alternativa per alcuni aspetti:

  • l’azienda è composta solo da Alessio, che dirige tutto, dalla cantina alle spedizioni del suo vino;
  • per la produzione si avvale dell’aiuto di un amico vignaiolo che gli concede spazio e  macchinari;
  • i vigneti sono sparsi tra le sottozone La Rocca e Montebaldo, solamente uno di circa mezzo ettaro è raggiungibile a piedi in quanto posizionato accanto la casa di famiglia;
  • da lui non si stappano vini, ma si svitano in quanto utilizza soltanto tappi a vite per non avere alcun margine di errore sulla sua piccola produzione (e per la convinzione che le moderne tecnologie permettono di raggiungere risultati impensabili fino a poco tempo fa).

Il primo anno la produzione si è incentrata su Bardolino, Chiaretto e Chiaretto spumante, dedicando quasi la metà della produzione a quest’ultimo. A poco a poco, le tendenze del suo mercato lo hanno portato a variare le scelte produttive ampliando anche il numero di etichette che ad oggi sono 6:

  • Bardolino
  • Chiaretto
  • Chiaretto spumante charmat
  • Zeja (Garganega)
  • Concubine (Garganega da uve stramature)
  • Scrum (vino rosso affinato in anfora di gres ceramica clayver).

Il mercato principale di vendita è rappresentato dalla piazza milanese, che acquista quasi la metà delle bottiglie prodotte, sulla quale hanno avuto un importante riflesso positivo i premi Best Label e Best Packaging nell’International Packaging Competition Vinitaly del 2014.

I milanesi non hanno proprio torto… queste bottiglie sono strepitose, di design moderno ma elegante e raffinato allo stesso tempo, d’impatto visivo sia a tavola che sullo scaffale.

E così, dopo averle “svitate” è inizia la degustazione.

Il primo vino proposto da Alessio è il suo (quasi) neonato, ovvero il Chiaretto Rifermentato in bottiglia col fondo, vendemmia 2018 e 11,5° alcool. Corallo rosa lucente ma dal cuore giustamente torbido, profuma di fresco, di aria lacustre con note fragranti e sul finale ribes rosso e muschio. Lo considero una bibita di facilissima beva, dotata di grande freschezza e un bel corpo divertente con una salivazione che stimola il “vuoto per pieno”, ovvero una mera esigenza di arrivare al fondo della bottiglia. Una spuma fine di bollicine che pizzicano sulla lingua come piccoli spilli intriga il sorso, che termina con spiccate note saline. Il sentore di lieviti è ben amalgamato e fa prevalere l’uva.
Che disgrazia iniziare così la degustazione, con un vino che richiama l’aperitivo in spiaggia vista mare! Ammetto che non vedo l’ora venga immesso sul mercato per gustarmelo nuovamente. Attendendo nel frattempo anche la modifica del Disciplinare che potrebbe vedere il rifermentato col fondo tra le varianti produttive del Chiaretto DOC.

001 Chiaretto Spumante Brut è lo Charmat che (purtroppo) sta volgendo al termine della produzione per lasciare spazio al rifermentato appena raccontato. L’annata 2018, prodotta con 80% Corvina, 10% Rondinella e 10% Molinara, è dotata di un naso elegante che si presenta con sentori che mi ricordano fragole fresche e un particolare mix tra un aspetto balsamico e delle espressioni agrumate. Maggiore la complessità al palato, più rotondo e dal finale acido tagliente sulla scorza di lime. E’ caldo (grazie ai suoi ben 13°), la persistenza è buona e la bolla è fine, non invasiva. Un prodotto che si sposa bene nell’abbinamento con il cibo e che si discosta dai fratelli sul mercato per la varietà di profumi e le bizzarre performance gustative.

Il motto che mi fa descrivere il prossimo vino è “Abbasso lo standard, viva il carattere!”.
Profumi importanti ed eleganti si sprigionano da questo calice di Chiaretto fermo del 2018. Ho proprio voglia di berlo senza fronzoli tecnici di degustazione: si assesta sulla lingua e con calma scende giù, l’acidità si ferma sulle gengive e il sorso di buon corpo risulta gioioso. Profuma di vita, di territorio… poi torna l’acino di quel grappolo d’uva che ti toglie tutti i sapori alla fine di un pasto. Lo sogno accostato a pane, burro e acciughe, nulla di più.
Non vi ho detto che, oltre a percentuali e annata medesime allo 001, per questo vino viene fatto il Salasso con una permanenza sulle fecce di 4-5 mesi e successivamente (in questo caso) anche la Malolattica. Due motivi in più per questo carattere birbante e di sostanza!

Un altro progetto da poco inaugurato nella Linea è Zeja, che per il primo anno è frutto di Garganega al 100% su terreno sassoso in prevalenza. Alla vista è lucente con un paglierino che vira al dorato. Camomilla ed erbe aromatiche prevalgono tra i profumi mentre lo annuso. E’ pulito, fresco e lungo in bocca. E’ atipico perchè vuole una temperatura di servizio più alta e richiede uno spazio tutto suo per esser gustato con calma. Nulla di scontato anche in questo vino dalle molteplici sfaccettature, complimenti Alessio.

Come vini rossi abbiamo degustato due annate di Bardolino Classico e il vino personale di Alessio. Personale perchè ti basta guardarlo, “spacchettarlo” e leggerlo per relazionarlo a lui, ex giocatore di rugby per una decina di anni. Packaging fantastico con un cartoncino che avvolge la bottiglia, fermato da un braccialetto di gomma che riporta il nome SCRUM (una fase di gioco, quella della mischia chiusa). Da un lato uno scatto di una partita di rugby, dietro il racconto firmato da Alessio che mixa il vino a questo sport. Una vendemmia tardiva dell’annata 2016 con 80% Corvina e 20% di Oseleta appassite in pianta. Pulito, leggero ed armonico, con un tannino maturo e una speziatura notevole che attutisce il colpo. Ci giochi in bocca e poi te lo gusti, con calma e dedizione.

Torno indietro con i due Bardolino lavorati solamente in acciaio. Partiamo dal 2017 atipico, divertente che emana bacche essiccate e spezie (chiodo di garofano, cannella). Tannino morbido, una bella acidità, lascia una bella salivazione. Ti spiazza proprio.

Il 2016 d’impatto ha sentori animali, poi si sveste e assume le sembianze al naso di qualcosa simile al Pinot Nero. E’ un Bardolino fuori dal coro: carico, speziato e strong. Tutto in equilibrio e armonia con una grande acidità che lo tiene vivo.

A chiusura e per divertimento Alessio svita e mi versa il passito Concubine, una Garganega da uve Stramature con 12°, annata 2017. Basso residuo zuccherino e tanta acidità.

Pochi fronzoli e tanta goduria.

Una sana e vera Great Experience!

Non mi resta che confermare quanto mi era stato raccontato, ovvero la particolarità dei prodotti e una mente giovane e molto tecnica dietro a questo piccolo scrigno di tesori.

Se passate nell’entroterra tra Lazise e Bardolino, segnatevi di chiamare Alessio!

Alla prossima

#cincin e buon inizio di nuovo decennio