Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

Bigagnoli Alessio – Calmasino di Bardolino (VR)

Per concludere in bellezza l’anno 2019 sono stata nell’entroterra della Denominazione Bardolino DOC, spinta dalla curiosità di conoscere una persona di cui mi hanno ben parlato alcuni conoscenti.

Bigagnoli è un piccolo produttore, certificato biologico dal 2019, con tre ettari vitati su terreni di origine morenica e una produzione annua tra le 6.000 e le 7.000 bottiglie.

La storia di Alessio Bigagnoli come produttore di vino è relativamente recente, nata come passione nel 2012 quando, su consiglio di Angelo Peretti (Direttore in carica del Consorzio Tutela del Vino Bardolino), partecipa a “Garage Wine Contest” classificandosi al primo posto con un Bardolino Chiaretto Metodo Classico, ma soltanto nel 2017 decide di lasciare il suo principale lavoro di tecnico di laboratorio enologico per dedicarsi esclusivamente alla cantina.

Bigagnoli è un’azienda vitivinicola alternativa per alcuni aspetti:

  • l’azienda è composta solo da Alessio, che dirige tutto, dalla cantina alle spedizioni del suo vino;
  • per la produzione si avvale dell’aiuto di un amico vignaiolo che gli concede spazio e  macchinari;
  • i vigneti sono sparsi tra le sottozone La Rocca e Montebaldo, solamente uno di circa mezzo ettaro è raggiungibile a piedi in quanto posizionato accanto la casa di famiglia;
  • da lui non si stappano vini, ma si svitano in quanto utilizza soltanto tappi a vite per non avere alcun margine di errore sulla sua piccola produzione (e per la convinzione che le moderne tecnologie permettono di raggiungere risultati impensabili fino a poco tempo fa).

Il primo anno la produzione si è incentrata su Bardolino, Chiaretto e Chiaretto spumante, dedicando quasi la metà della produzione a quest’ultimo. A poco a poco, le tendenze del suo mercato lo hanno portato a variare le scelte produttive ampliando anche il numero di etichette che ad oggi sono 6:

  • Bardolino
  • Chiaretto
  • Chiaretto spumante charmat
  • Zeja (Garganega)
  • Concubine (Garganega da uve stramature)
  • Scrum (vino rosso affinato in anfora di gres ceramica clayver).

Il mercato principale di vendita è rappresentato dalla piazza milanese, che acquista quasi la metà delle bottiglie prodotte, sulla quale hanno avuto un importante riflesso positivo i premi Best Label e Best Packaging nell’International Packaging Competition Vinitaly del 2014.

I milanesi non hanno proprio torto… queste bottiglie sono strepitose, di design moderno ma elegante e raffinato allo stesso tempo, d’impatto visivo sia a tavola che sullo scaffale.

E così, dopo averle “svitate” è inizia la degustazione.

Il primo vino proposto da Alessio è il suo (quasi) neonato, ovvero il Chiaretto Rifermentato in bottiglia col fondo, vendemmia 2018 e 11,5° alcool. Corallo rosa lucente ma dal cuore giustamente torbido, profuma di fresco, di aria lacustre con note fragranti e sul finale ribes rosso e muschio. Lo considero una bibita di facilissima beva, dotata di grande freschezza e un bel corpo divertente con una salivazione che stimola il “vuoto per pieno”, ovvero una mera esigenza di arrivare al fondo della bottiglia. Una spuma fine di bollicine che pizzicano sulla lingua come piccoli spilli intriga il sorso, che termina con spiccate note saline. Il sentore di lieviti è ben amalgamato e fa prevalere l’uva.
Che disgrazia iniziare così la degustazione, con un vino che richiama l’aperitivo in spiaggia vista mare! Ammetto che non vedo l’ora venga immesso sul mercato per gustarmelo nuovamente. Attendendo nel frattempo anche la modifica del Disciplinare che potrebbe vedere il rifermentato col fondo tra le varianti produttive del Chiaretto DOC.

001 Chiaretto Spumante Brut è lo Charmat che (purtroppo) sta volgendo al termine della produzione per lasciare spazio al rifermentato appena raccontato. L’annata 2018, prodotta con 80% Corvina, 10% Rondinella e 10% Molinara, è dotata di un naso elegante che si presenta con sentori che mi ricordano fragole fresche e un particolare mix tra un aspetto balsamico e delle espressioni agrumate. Maggiore la complessità al palato, più rotondo e dal finale acido tagliente sulla scorza di lime. E’ caldo (grazie ai suoi ben 13°), la persistenza è buona e la bolla è fine, non invasiva. Un prodotto che si sposa bene nell’abbinamento con il cibo e che si discosta dai fratelli sul mercato per la varietà di profumi e le bizzarre performance gustative.

Il motto che mi fa descrivere il prossimo vino è “Abbasso lo standard, viva il carattere!”.
Profumi importanti ed eleganti si sprigionano da questo calice di Chiaretto fermo del 2018. Ho proprio voglia di berlo senza fronzoli tecnici di degustazione: si assesta sulla lingua e con calma scende giù, l’acidità si ferma sulle gengive e il sorso di buon corpo risulta gioioso. Profuma di vita, di territorio… poi torna l’acino di quel grappolo d’uva che ti toglie tutti i sapori alla fine di un pasto. Lo sogno accostato a pane, burro e acciughe, nulla di più.
Non vi ho detto che, oltre a percentuali e annata medesime allo 001, per questo vino viene fatto il Salasso con una permanenza sulle fecce di 4-5 mesi e successivamente (in questo caso) anche la Malolattica. Due motivi in più per questo carattere birbante e di sostanza!

Un altro progetto da poco inaugurato nella Linea è Zeja, che per il primo anno è frutto di Garganega al 100% su terreno sassoso in prevalenza. Alla vista è lucente con un paglierino che vira al dorato. Camomilla ed erbe aromatiche prevalgono tra i profumi mentre lo annuso. E’ pulito, fresco e lungo in bocca. E’ atipico perchè vuole una temperatura di servizio più alta e richiede uno spazio tutto suo per esser gustato con calma. Nulla di scontato anche in questo vino dalle molteplici sfaccettature, complimenti Alessio.

Come vini rossi abbiamo degustato due annate di Bardolino Classico e il vino personale di Alessio. Personale perchè ti basta guardarlo, “spacchettarlo” e leggerlo per relazionarlo a lui, ex giocatore di rugby per una decina di anni. Packaging fantastico con un cartoncino che avvolge la bottiglia, fermato da un braccialetto di gomma che riporta il nome SCRUM (una fase di gioco, quella della mischia chiusa). Da un lato uno scatto di una partita di rugby, dietro il racconto firmato da Alessio che mixa il vino a questo sport. Una vendemmia tardiva dell’annata 2016 con 80% Corvina e 20% di Oseleta appassite in pianta. Pulito, leggero ed armonico, con un tannino maturo e una speziatura notevole che attutisce il colpo. Ci giochi in bocca e poi te lo gusti, con calma e dedizione.

Torno indietro con i due Bardolino lavorati solamente in acciaio. Partiamo dal 2017 atipico, divertente che emana bacche essiccate e spezie (chiodo di garofano, cannella). Tannino morbido, una bella acidità, lascia una bella salivazione. Ti spiazza proprio.

Il 2016 d’impatto ha sentori animali, poi si sveste e assume le sembianze al naso di qualcosa simile al Pinot Nero. E’ un Bardolino fuori dal coro: carico, speziato e strong. Tutto in equilibrio e armonia con una grande acidità che lo tiene vivo.

A chiusura e per divertimento Alessio svita e mi versa il passito Concubine, una Garganega da uve Stramature con 12°, annata 2017. Basso residuo zuccherino e tanta acidità.

Pochi fronzoli e tanta goduria.

Una sana e vera Great Experience!

Non mi resta che confermare quanto mi era stato raccontato, ovvero la particolarità dei prodotti e una mente giovane e molto tecnica dietro a questo piccolo scrigno di tesori.

Se passate nell’entroterra tra Lazise e Bardolino, segnatevi di chiamare Alessio!

Alla prossima

#cincin e buon inizio di nuovo decennio

Castello di Stefanago – Oltrepò Pavese (PV)

E’ finalmente giunta la primavera, con i tralci che lacrimano e qualche nuova gemma che sta nascendo timidamente sulle vigne. Con questo racconto però torno indietro di qualche mese per raccontarvi la visita più avventurosa ed intrigante vissuta quest’inverno.

A pochi passi dal Borgo di Fortunago (tra i più Belli d’Italia) nel pavese, a quasi 500 metri di altitudine, si regge il Castello di Stefanago. Appena arrivata mi sono sentita catapultata indietro nel tempo: un borgo medievale, con una chiesetta del 1477 e un’alta torre guardiana dell’anno 1000, dove vive uno dei due fratelli Baruffaldi che si può incontrare spesso nelle fiere di vini artigianali e che qualche anno fa aveva catturato la mia attenzione con un Pinot nero Ancestrale anche in versione rosè.

Il posto racchiude le scelte legate alla produzione dei loro vini: vallate immense lontane dalle città e dallo smog, pendenze collinari, vigneti posizionati tra boschi e laghetti naturali. In poche parole: Biodiversità.

E da questo concetto importantissimo, nasce una bella gamma di prodotti a marchio CASTELLO DI STEFANAGO che potrete assaggiare questo weekend a Vinnatur, ad ulteriore conferma di quanto sia importante per quest’azienda il “rispetto della natura e della tradizione del vino senza chimica”.

Tornando al racconto della mia gitarella, la prima tappa della mattinata nel Borgo è stata sulla torretta medievale, dove le scalette impervie mi hanno messo un po’ alla prova, ma quando sono arrivata in cima il premio è stato strepitoso: 360 gradi di tour con vista Alpi, Milano e Pavia, Pianura Padana, un po’ di valli e castelli dell’Oltrepò e l’inizio della propagine dell’Appennino che dividono l’Oltrepò pavese dalla Liguria e il mare.

I 140 ettari della tenuta Stefanago sono intorno alla torre con microvigneti sparsi in mezzo a bosco, seminativi, frutteti e pascoli che forniscono una vera protezione con barriere naturali.

Vengono coltivati orzo, segale, frumento e coriandolo per la produzione della loro birra ma anche dei grani antichi per la panificazione e la pasta. I vigneti coprono circa venti ettari di terreno, con allevamento a casarsa per mantenere l’acidità e guyot per il corpo e la parte alcolica. I vitigni coltivati principalmente sono Riesling Renano, Muller Thurgau, Traminer Aromatico, Pinot Nero, Pinot Grigio, Croatina e Barbera, con 15-20 anni di età media delle piante.

Da qualche anno è arrivato in famiglia anche il Bronner, vitigno Piwi che sta ancora familiarizzando con i vignaioli, che permette una vendemmia senza trattamenti stressanti ed invasivi. Il campione da vasca del secondo anno di vita di queste vigne che producono circa 800 grammi di uva per pianta ha catturatolo l’attenzione del mio palato… È ancora un gioco, non ha una pagina di scheda tecnica da potervi illustrare in quanto non è ancora stato deciso come indirizzarlo e quando sarà in vendita, ma la base fresca e salina, contornata da una bella spinta di calore e una lunga persistenza, promette veramente bene non solo per un vino tranquillo, ma eventualmente anche per una base spumante. Bisogna attendere un altro po’ perché come mi hanno detto i due produttori: “Man mano che passa il tempo si esprime, man mano si apre, man mano ti dà.” È emerso un pensiero fonte di dibattito durante l’assaggio: “bisogna combattere con il consumatore?”. Allora vi domando: “Voi che approccio avete con questi vini <relativamente nuovi>?

Beh, mentre ci pensate, continuo il mio racconto. Terminato il tour storico, salgo in jeep e inizio un vero e proprio safari nei colli, in giro per le strade forestali alla scoperta di questi micro appezzamenti nascosti tra i boschi. Il Muller Thurgau, raffinato e discreto se ne sta su terreni di tufo che gli concedono salinità, il pinot nero per la base spumante si trova invece su terra sabbiosa che gli permette di mantenere maggiore acidità, salinità e bevibilità.

Tante differenze tra un versante e l’altro delle colline, con componenti peculiari che si riflettono poi nei vini.

Vini puliti ed eleganti che partono senza aggiunta di solforosa, con uve vendemmiate in perfetta salute e maturazione ed un lavoro che punta molto sull’evoluzione. Per Castello di Stefanago lavoro di cantina vuol dire pressa per pigiare, contenitori per fermentare, affinamento in rovere per alcuni rossi e acacia per i bianchi, qualche anno in bottiglia per la maggior parte dei prodotti e poi tocca a noi stapparli e gustarli.

Da tenere ben presente, come cerco di sottolineare spesso, le temperature più generose di servizio senza raffreddare troppo i bianchi e concedergli il tempo di raccontarsi. Non hanno difetti, ma hanno bisogno di prendere confidenza con voi e con l’ambiente che li circonda.

Finita la godereccia gita, tocca il lavoro duro ovvero la tappa degustativa. Vengono scelti per l’occasione quattro vini a me completamente sconosciuti visto che finisco per cedere sempre ai due spumanti citati in fase di presentazione.

ARO’ è un 100% TRAMINER con fermentazioni spontanee e l’annata 2017, l’ultima in commercio, ha solamente 12 mg di solforosa. Il suo colore vira dal paglierino intenso all’oro lucente. Si distringue al naso con una leggera aromaticità abbinata a fiori gialli e a sentori minerali. Quando lo si gusta è morbido ma birbante e stuzzicante, con un finale lungo e sapido, amarotico, erbaceo ma anche dolcetto. Devo ammettere che la fine della bottiglia può arrivare troppo in fretta data la sua grande bevibilità. Da non lasciarsi trarre in inganno dallo stereotipo del Traminer Trentino e Alto Atesino perchè qui si esprime il territorio e l’evoluzione, non il varietale strong ad effetto “boom”.

Un altro bicchiere easy-to-drink ma di grande eleganza è SAN ROCCO: un RIESLING RENANO romantico nell’annata 2013, con un naso da distillato che rimanda a zucchero di canna e fiori secchi. Con i suoi 13,5° effettivamente è ciccione in bocca e rotondo, ma si beve senza spigoli e con il rischio che non basti mai. Cedro candito nel retrogusto mentre continua a rimanere a lungo il suo ricordo.

PINOT GRIGIO 2016 IVAN DRAGO è un insieme di tre periodi di vendemmia, ovvero 30% in anticipo per assicurare acidità, 50% vendemmia in piena maturazione fenolica e 20% tardiva per struttura e corpo alcolico. Da qui il “TI SPIEZZO IN TRE!”. I profumi mi ricordano il camino, tisane, erbe aromatiche, muschio. Al sorso risulta pulito ed elegante. Bella bevibilità, ma con struttura e corpo notevoli. Alla faccia dell’impatto che sembra esile, qui c’è della storia da raccontare.

VENDEMMIA D’AUTUNNO è la stessa vigna di Ivan Drago con uva in surmaturazione. Ha 20 g di residuo zuccherino e praticamente solfiti inesistenti e inutili. Carica ramata tra le sfaccettature del colore. L’annata 2013 al naso ricorda paglia, fiori secchi, caramella. In bocca è setoso e raffinato, per nulla ruffiano ma fa proprio chiacchierare. E ti fa mangiare, molto formaggio o pasticceria secca. Grande potenziale ancora di invecchiamento. Da mettere in cantina e riscoprire tra qualche anno. Un espressione di Pinot Grigio mai assaggiata, che sa di territorio.

Vini da compagnia che insieme ai racconti dei produttori in questa splendida mattina, rimarranno nella classifica dell’ottimo rapporto Qualità del vino/ Ottima ospitalità.

Grazie dell’esperienza vissuta!

Ci vediamo a Vinnatur

#cincin

 

Tenuta l’Armonia

È trascorso un po’ di tempo dal mio ultimo tour per cantine, quando sono andata a conoscere Andrea Pendin e la sua Tenuta l’Armonia vicino a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza.

Parlare di un vignaiolo, della storia dei suoi vini e della sua cantina sarebbe limitativo. Mi sono trovata di fronte ad una persona costantemente attiva nella costruzione di una rete di aziende e di figure che puntano al valore e all’identità del proprio territorio, dando vita a quelli che vengono definiti da Andrea “PROGETTI VINO”.

I 27 Progetti finora realizzati puntano all’espressione di quell’idea di vino che non guarda solo all’uva o al terreno, ma che idealizza il più possibile l’insieme degli elementi e l’animo dei vignaioli (sei produttori vicentini al momento, ognuno con una precisa funzione nell’organigramma di questa realtà POP).

La zona di produzione dei colli vicentini e berici regala leggiadria, finezza, freschezza, acidità e mineralità. I 24 ettari lavorati sono frazionati in Tanti vigneti, in Tanti Cru, in Tanti terroirs differenti.

Tenuta l’Armonia è una piccola azienda condotta in biodinamica, ancora ai primi passi, anche se nata nel 2009 quando Andrea e la sua famiglia si trasferirono in campagna. Un contadino del posto concesse una vigna ad Andrea (a quel tempo consulente nel settore della ristorazione), dandogli la possibilità di aprirsi al mondo del vino.

La sua storia è partita effettivamente da zero, con il supporto di un amico enologo.

Dalle prime lavorazioni di quel vigneto misto anni ’60-’70 nacquero 2000 bottiglie di un vin de garage di grande successo che portò Andrea sul “mercato”, spronandolo ad investire il resto della sua vita in quel mondo.

Due anni dopo, nel 2011, l’amico enologo si trasferì ed Andrea si intersecò nei marchingegni del lavoro in cantina. Iniziò inoltre a visitare numerose realtà vitivinicole in Italia, Francia e Slovenia, frequentò diversi corsi per comprendere l’arte del “creare vino”, dalla vigna alla cantina. Un mese di Loira nel 2013 però gli confermò quale filosofia e strada seguire nella creazione dei suoi progetti.

Da qui il concetto di non utilizzare uva cruda e fare in vigna un grande lavoro di pulizia dei singoli acini per avere vini puliti, minerali, lunghi e persistenti.

La prima parola chiave è TAGLIO, non focalizzandosi su un’uva. La seconda parola chiave è MACERAZIONE, perchè in tutti i suoi vini c’è sempre una parte di uva macerata.

Con la sua rete di “compagni di esperienze” condividono idee per poi cercare di produrre un vino che abbia i risultati attesi dal progetto iniziale. Tanti esperimenti che non definiscono sempre un punto di arrivo definitivo, ma un punto di partenza per il miglioramento della ricerca continua.

Tenuta l’Armonia si presenta con tre linee di prodotto:

POP sono i vini non per tutti, seppur siano i più facili e semplici da bere. Un bianco, un rosso e un frizzante con quest’aria beverina.

CRU sono i fratelli contrari dei POP. Un metodo classico con lunghe soste sui lieviti, un bianco da iper maturazione in pianta e un rosso da iper macerazione sulle bucce.

LAB è la linea non-statica in quanto in base all’annata gli stili dei progetti variano. Sono tutti vini realizzati a quattro mani, in collaborazione con altri vignaioli interni o esterni alla squadra. Ad esempio, in lavorazione ci sono un Tai rosso in anfora per la reinterpretazione di un preciso territorio e un Metodo Classico Non-Classico, prodotto con uve non da spumantizzazione classica: Freisa, Timorasso e Pecorino.

Con lo stile POP ho provato FRIZZI PET-NAT 2017, un Pinot Nero rifermentato in bottiglia con una piccola parte di Pinot Bianco e Durella che proviene da una vigna a 600 metri in zona Calvarina, vicino a San Giovanni Ilarione (vigneto non di proprietà, ma fin dal 2013 seguito direttamente da Andrea già dalla potatura e dal sovescio in vigna).

Non esiste una ricetta standard anche se viene cercata una certa continuità di anno in anno. In base alla vendemmia varia la dose delle due uve bianche. In questo caso il Pinot Bianco fa macerazione e dà polpa. Si presenta con una buccia di cipolla ramata, un colore molto distintivo, stile Borgogna.

L’eleganza delle bollicine sottilissime esalta la maturità degli aromi e del corpo succoso.

E’ fresco, pulito e molto beverino seppur sembri quasi un metodo classico. Poche parole per un entrée da degustatori navigati.

BOLLA CRU 2014 è la veste briosa della mano di Andrea, in modalità riserva.

Durella, di cui una parte macerata, e una punta di Pinot Nero con lunghe soste sui lieviti, un affinamento in grotta e un dosage zero.

Una piccola produzione di 1500/2000 bottiglie di uno spumante con fermentazione spontanea, dalle intense note mielate, di frutta matura, succo di mela e leggera sfumatura ossidativa. Il perlage è croccante e la beva decisamente elegante, acida e di lunga persistenza.

BIANCO POP 2016 è dato dall’insieme di Garganega, Manzoni, Durella e Pinot Bianco macerato sulle bucce, con prevalenza di vigneti su suolo vulcanico a 500 metri s.l.m.

Andrea lo definisce uno dei vini più precisi della sua gamma e per questo motivo continua la ricerca per arrivare ad una versione con maggiore identità. L’olfatto è ricco di profumi floreali e minerali, raffinato ed elegante nell’essenza. Si affianca una netta impronta di idrocarburo da Riesling. Il sorso è di pronta beva e facilità, senza spigoli di parti in prevalenza. E’ lungo e movimentato in bocca e tutta la semplicità apparsa al primo impatto a lungo andare si tramuta presentando un bel caratterino vispo ed astringente. Tutt’altro che un bianco easy.

PERLA CRU 2016 è il fratello di Bianco Pop, da zona calcarea. Garganega con Pinot Bianco e Chardonnay in piccole percentuali, che passano un po’ del loro tempo in botti di acacia. Per produrre questo vino, Andrea è ricorso all’esperienza maturata nella Loira, lasciando i grappoli in pianta fino ad un’estrema maturazione. Questa surmaturazione porta a sentori di caramello, affiancati da pesca, albicocca e un prato fiorito.

In bocca c’è poco da commentare, fatto sta che questa sfumatura di Garganega è una perla rara italiana che incanta il palato.

Complimenti per lo stile e per lo studio di questo progetto.

Il non-statico di Tenuta L’Armonia l’ho testato in piccole dosi da vasca, da botte, da bottiglia appena chiusa, da bottiglia senza ancora un nome perchè lì, come vi ho detto, è tutto un viaggio in un sistema che ogni giorno vuole rinnovarsi!

Alla prossima Andrea e #cincin

Nevio Scala – Colli Euganei

Oggi vi parlo di un progetto ampio che unisce vino e natura: ci troviamo nei Colli Euganei, vicino al castello di Valbona, dove il Sig. Nevio Scala gestisce da tanti anni l’azienda agricola di famiglia.

Nel corso della sua vita ha svolto principalmente attività nel mondo del calcio professionistico, ma nel tempo libero non ha mai perso l’occasione per tornare a casa e gestire l’azienda agricola assieme al fratello, coltivando principalmente tabacco e uva in una campagna di circa cento ettari.

Negli ultimi quattro anni, i due figli di Nevio e la nuora hanno preso le redini dell’azienda, rivisitando il concetto di azienda agricola e ridefinendo i principali obiettivi per il loro nuovo progetto presente e futuro. Da un’agricoltura convenzionale, considerata principalmente come fonte di reddito, hanno eliminato a poco a poco l’utilizzo della chimica mettendo in piedi un piano B, ovvero la conversione in biologico sia dei vigneti che del seminativo, bonificando la pianura con stagni e paludi, investendo sul rimboschimento e utilizzando le risorse naturali per un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente.

Nel 2014 hanno piantato la Garganega su 3 ettari di terreno, un’uva versatile che si presta bene su quei suoli misto vulcanici ed alluvionali, fornendo varie sfaccettature sulla base di diversi fattori in vigna e in cantina.
Così dalle prime vendemmie di casa Scala “2.0” sono nate tre simpatiche proposte.

Il primo frangente della vendemmia, dopo metà agosto, solitamente permette di avere uve sane e acide per il Gargànte, un rifermentato in bottiglia su lieviti indigeni. La prima fermentazione avviene in vasche di acciaio per poi riposare in cemento fino a fine febbraio. L’imbottigliamento con i lieviti nativi viene fatto tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. In fase finale viene aggiunto un 3-4% minimo della stessa garganega appassita. L’annata 2017 è un frizzante naturale, senza solfiti aggiunti, dal naso raffinato ed elegante che evoca il profumo di fiori bianchi, pompelmo e menta fresca. Con i suoi soli 10,5 gradi può essere ideale per un aperitivo o un buon compagno di bevute estive. È fresco, di buon corpo, dotato di una spuma croccante e una sensazione rustica finale al palato. Abbastanza sapido, equilibrato ma soprattutto facile e pulito.

A seguire Dilètto, vendemmiato ad inizio settembre, vino bianco fermo da tutto pasto, lavorato in solo acciaio, senza chiarifiche nè filtrazioni. Fiori, agrumi e mineralità al naso. La degustazione in bocca risulta facile, fresca e pulita, con continua salivazione e un minimo tocco di astringenza che stuzzica l’accompagnamento al cibo. Completamente lineare al piccolo fratello frizzante.

Dall’ultima fase della vendemmia vengono ottenuti i grappoli delle uve più mature messi a fermentare in acciaio con le bucce per quasi due settimane per poi sostare in vasche di cemento. In questo caso l’annata 2016 di Cóntame è caratterizzata da un colore arancione del sole caldo estivo. Nuvole di frutta tropicale di primo acchito, seguite da leggere note di susina gialla, succo di arancia, erbe aromatiche secche e incenso. La piacevolezza e la delicatezza di questo orange wine sono notevoli e l’armonia che ci si ritrova nel palato a fine sorso appaga.

Tre espressioni di freschezza e pulizia che contraddistinguono i vini di Nevio Scala sul mercato artigianale.
Nella pianificazione del futuro prossimo, all’interno della tenuta stanno progettando la nuova cantina e dei percorsi per l’enoturismo tra le vigne. Ma non solo: possibilità di birdwatching nelle due zone lacustri e paseggiate tra i campi di tabacco (anche BIO) o nelle altissime piante di canapa. Tanti pezzetti di un puzzle che punta alla valorizzazione della natura e che potranno essere apprezzati tra qualche anno vicino a Valbona.

#cincin