Azienda Agricola Ricci – Costa Vescovato (AL) – Colli Tortonesi

Sedersi a tavola con Daniele Ricci e il suo Timorasso è stato uno degli appuntamenti più attesi di fine 2018 dei miei tour enoici.
Non vedevo l’ora di conoscere più a fondo il vignaiolo e i suoi vini prodotti a Costa Vescovato, sui Colli Tortonesi.
L’azienda condotta da Daniele è stata acquistata dai nonni nel 1929 e si trova immersa tra boschi, vecchie cave di gesso e soprattutto tanta tranquillità. Dalla strada non si vede neppure la casa di famiglia, bisogna scendere una stradina tutta curve e pendenze per raggiungere la piccola tenuta di 10 ettari vitati.

Il suo racconto inizia stappando DONNA CLEM (dedicata alla nonna Clementina), l’ultima etichetta creata dopo tre anni di esperimenti. E’ un metodo classico da uve Timorasso, dosaggio zero e 36 mesi di sosta con lieviti indigeni. Alla base un blend di una parte di vino macerato 90 giorni con le bucce e di uno fermentato ed affinato in botti di acacia (all’anagrafe Giallo di Costa e San Leto).
Donna Clem è raffinata nella sua veste dorata, i suoi profumi ampi e complessi trasmettono maturità, contornati da cedro candito e lime. Il perlage è delicato e cremoso in bocca, permangono prevalentemente l’aspetto sapido e la freschezza. Pochi fronzoli al gusto e un carattere unico che ritengo difficilmente paragonabile ad altri spumanti. Una tiratura limitata, di sole 2.000 bottiglie, lo rende ancor più pregiato.

Sciolta la tensione e riscaldati i palati, Daniele mi racconta della sua vecchia routine da casellante autostradale pendolare a Milano e della voglia di affrontare, qualche anno fa, un radicale cambio di vita per dedicarsi completamente al Timorasso e all’azienda dei nonni, Cascina San Leto. Il tutto rimanendo fedele ai ritmi e alle necessità della natura, omettendo la chimica dal ciclo produttivo dei suoi vini.

DERTHONA 2016, imbottigliato da poco, è puro Timorasso macerato 3 giorni con le bucce ed affinato un anno in botti di acacia da 700 litri. Profumi di agrifoglio, pino e muschio, fiori freschi e un’accenno di salamoia appena versato nel calice, per poi ampliarsi in differenti sfumature man mano che si ossigena e prende calore. L’annata 2016 ha un po’ penalizzato questo vino con un filo di alcool in più, svantaggiando il livello raffinato e desiderato di eleganza che vanta solitamente. Bisogna concedergli più tempo per avere l’equilibrio dissetante che ci si aspetta da lui.

Dalle vigne vecchie di Timorasso nasce SAN LETO, un vino dal colore mischiato tra l’oro giallo ed il rame. 3 giorni di macerazione con le bucce, un anno sulle fecce nobili e almeno 2 anni di riposo in bottiglia per questo vino che rispetta di più i canoni del Timorasso invecchiato. Ricorda qualche Riesling per le note di pietra focaia, combustibili ed idrocarburo. Poi spuntano caramella d’orzo, muschio e mandarino a condimento del bagaglio olfattivo. E’ un orange wine pulito e facile da bere, seppur l’impatto del sorso appaia pieno e carico. L’emozione che trasmette e che lascia mentre lo si assaggia si fa spazio nella bocca tramandando note indimenticabili, eleganti e lunghe.

Il capitolo orange wine da uve Timorasso continua con il GIALLO DI COSTA. Qui cambia il registro e si passa a ben 90 giorni di macerazione sulle bucce a cappello sommerso e 2 anni di affinamento in bottiglia. Come per tutti gli altri vini, Daniele utilizza solamente lieviti indigeni e non esegue filtrazioni né chiarifiche.
Servito a circa 16° dentro un Ballon, Giallo di Costa risulta pulito ed elegante già al naso, con la mineralità che fa da padrona. Segue qualche traccia di fiori secchi e note caramellate leggere. Il sorso è prevalentemente spinto su una bella base acida, affiancata da un calore che riscalda e macera in bocca. Pulito, armonico e piacevole da bere. Di carattere amichevole, da degustare quando ci pare e piace!

Concludo il tour del Timorasso di Ricci con la versione macerata 100 giorni sulle bucce in anfore e affinato un anno in botti di castagno. IO CAMMINO DA SOLO 2012 è il frutto di una passione nata e nutrita dopo una visita da Gravner ad Oslavia negli anni ’90. Si tratta di una prima prova ma è già sulla buona strada. L’anfora è poco invasiva a livello olfattivo con del leggero caramello. Alcool non eccessivo, un tannino ben smussato e una lunga persistenza. Da dimenticare in cantina per il potenziale che ha ancora davanti.

Dalle 5 varianti di Timorasso che ho esplorato emerge un grande stile e soprattutto la voglia di continuare a degustarne e scoprirne le innumerevoli sfaccettature.

#cincin

Tenuta San Pietro – Tassarolo (AL) – Gavi ​

Tenuta San Pietro sorge in un anfiteatro tra le colline di Tassarolo, a pochi chilometri dalla cittadina di Gavi da cui prende il nome la DOCG di vino bianco da uva Cortese.
Tra la terra rossa tipica della fascia a nord di Gavi, i 35 ettari vitati della Tenuta si contraddistinguono per il suolo calcareo-argilloso, chiaro e delicato. I vigneti si trovano in corpo unico attorno alla cantina, come nei Chateaux francesi, e fanno parte di una proprietà di circa 70 ettari che comprende anche boschi e uliveti.
L’azienda originariamente apparteneva ad una delle donne pionere del Gavi, che girò il mondo per far conoscere questo vino delicato con un bouquet ampio di profumi all’olfatto, ma nel 2002 è stata acquistata da un imprenditore milanese del settore della moda che ha poi convertito la conduzione a regime biodinamico.

Il GAVI, con circa 150.000 bottiglie prodotte su un totale di 250.000, riveste la principale importanza. Il suo giallo paglierino lucente sprigiona al naso note sulfuree e talcate, con fiori bianchi e un notevole profumo di mela cotta. Di buon corpo con freschezza e morbidezza bilanciate, un ritorno della frutta cotta al retrogusto con leggera speziatura. Chiusura del sorso principalmente sapida e fresca.

Tra le differenti etichette prodotte, ritengo interessanti i due Brut rifermentati in autoclave con lieviti indigeni. La versione bianca di SAN PIETRO BRUT è un blend di Chardonnay e Cortese, elegante e raffinato alla beva, con perlage fine e un naso prettamente minerale. L’essenza minerale si sprigiona anche in bocca pulendo e sgrassando il palato e regalando un gusto di granelli di sale sul finale, contornato da tutta la componente semi-aromatica delle due uve. Il ROSÈ SAN PIETRO BRUT invece è un 100% Albarossa, quasi vinificato in bianco perchè quest’uva è ricca di sostanze coloranti. Ampio al naso con note erbacee, floreali e leggermente dolciastre che potrebbero ricondurre al moscato. Assaggiandolo il sorso è dotato di buon equilibrio e di estrema facilità. Il perlage è delicato e un velo di dolcezza zuccherina mi riporta a ciò che avevo percepito al naso, proponendo note di fiori ed albicocche. Il tutto con buona persisenza e una sapidità in chiusura ben armonizzata al resto.

IL MANDORLO GAVI DOCG viene prodotto esclusivamente da un cru di uva Cortese con basse rese per ettaro. Raccolta di uva più matura verso fine settembre, pressatura molto soffice e affinamento solo in acciaio. L’olfatto è ricco di essenze, mentre la bocca è secchissima, decisa e con grande sapidità. Stimola l’effetto glu-glu.

L’etichetta rossa d’entrata di Tenuta San Pietro (anche se non è propriamente così) è NERO SAN PIETRO MONFERRATO DOC, un blend di uve Albarossa, Barbera e Cabernet Sauvignon. Dal color rubino carico, tutti-frutti al naso, poliedrico e ruffiano man mano che lo si gusta. Non potrà mai essere considerato una base e il BELLAVITA MONFERRATO DOC, la versione affinata almeno due anni in barrique, assaggiando l’ultima annata in commercio (la 2013) ha un ventaglio olfattivo tra frutta rossa, talco ed erbe aromatiche. Un accattivante impronta tannica di primo impatto al palato e un corpo strong ancora da smussare in bottiglia, ma con buone potenzialità per un vino da abbinare a grandi piatti di carne rossa e selvaggina.

Tante sfumature di biodinamico tutte pulite ed eleganti, da provare e riprovare.

La prossima volta toccherà al Passito bianco di uva Cortese, vendemmiata a novembre e alle Grappe… Peccato però non poter scoprire due Riserve Private dei vitigni Gorrina (con piante a piede franco) e Nibiö (una vecchia varietà di uva della zona, anchessa a piede franco).

#cincin