L’aperitivo con Gagà – Santa Colomba – Lonigo (VI)

Agosto per me è stato sinonimo di relax, divertimento e goduria.
Quando d’estate il meteo non è ideale per sdraiarsi sotto il sole e non pensare a nulla, quale miglior alternativa di andar a trovare un amico vignaiolo?
Senza allontanarmi molto da casa, ho fatto tappa nella cittadina di Lonigo (VI) per andare a trovare Gianfranco Mistrorigo, un piccolo e recente produttore di vini naturali, che ha maturato esperienze significative in affiancamento ad Angiolino Maule e a Montalcino (presso l’azienda Loacker) prima di decidere, insieme al suo socio Marco Dani, di gestire una propria azienda vitivinicola.

Nel 2016 Gianfranco e Marco si sono presentati al pubblico di Vinnatur con campioni da vasca frutto del loro primo lavoro da vignaioli dell’Azienda SANTA COLOMBA, gestita in convenzionale fino a qualche anno prima dai Padri Pavoniani di Lonigo, successivamente da loro convertita (come prima gestione) in biologico per poi proseguire con minimi interventi sia in vigna che in cantina.

“Santa Colomba sorge sopra una collina tutto riso e amore, da cui l’occhio spazia per le dorate vie del firmamento, per le interminabili pianure e trascorre rapidissimo fino alle azzurre vette degli Appennini e alle candide Cime delle Alpi”(Arturo Pomello, 1886).

Ma il nostro appuntamento è stato presso il piccolo showroom alla destra dell’ingresso del parco di Villa San Fermo, un angolo storico di Lonigo, con un monumento imponente ed elegante all’interno del giardino.

Fare aperitivo con Gianfranco significa condividere aspetti interessanti della sua cultura enologica (convenzionale per studi, artigianale e naturale per esperienza e passione) e stappare quattro delle cinque etichette che parlano di lui e della sua impronta fresca, leggera e pulita; significa spaziare tra infiniti argomenti mentre provi a capire chi è e che vini produce.

E così finisci per perderti in infinite conversazioni, salvo poi renderti conto che, se si va avanti così, tocca aprire un’altra bottiglia perché tra una chiacchiera e l’altra te la sei scolata tutta senza aver preso nota di niente.

Detto ciò questo è quello che ho capito di alcuni dei suoi vini provenienti da 10 ettari vitati su suolo argillo-calcareo.

Il PRINCIPIANTE, garganega rifermentata con il passito della stessa uva, è stato il loro primo vino desiderato, prodotto con quest’uva che per me è davvero magica. La dose da degustazione è da abbondare per il primo concetto di leggerezza che lo rappresenta. Sfumatura paglierina cupa che, a poco a poco, s’illimpidisce con piccole bollicine brillantinose. Profuma di pompelmo, erbe di campo e fiori secchi. E’ un vino che assume le sembianze di una bevanda rinfrescante ed energetica, con un sorso spiritoso, la spuma che lascia tracce croccanti e un senso di pulito al palato con note saline in chiusura.

L’etichetta del GAGA’ rappresenta il Dandy del Principe Giovannelli, il vecchio proprietario di Villa San Fermo, l’antico monastero ai cui piedi si trova oggi lo showroom di Santa Colomba. L’eleganza di un nobile la si ritrova nel bicchiere di questa Garganega ferma che ha fatto sei mesi di batonnage sulle fecce e solamente l’inerte acciaio di assestamento. Il paglierino lucente si intreccia a riflessi dorati. Un naso intenso che mi coinvolge, minerale ed agrumato, con note di fiori bianchi e crosta di pane. Anche il corpo è deciso, seppur con ingresso elegante e raffinato. Caldo e persistente con attimi salaticci in chiusura.

Passando alle bacche rosse, IL MORO è l’unica espressione di vino scuro prodotta da questa azienda. La tradizione del taglio bordolese dei Colli Berici si riflette come stile in questo succo d’uva alcolico che profuma di bosco, tra rovi e more. Si gusta facilmente grazie alla sua freschezza equilibrata al tannino elegante. Un bel prodotto che può accontentare palati esigenti e non.

L’aperitivo proficuo ed intenso è stato portato egregiamente a termine con il passito di Garganega PÀSSITO. Lacrime di gioia. Un vino dolce di altri tempi e con altri schemi, senza trama pesante né fronzoli.

Purtroppo la Malvasia LA MALA VIA non era presente all’appello, ma non mancherà alla prossima visita che fisserò per approfondimenti su vigneti e cantina.

E così anche Agosto se ne è andato…
#cincin

Gentili – Caprino veronese (VR)

È ormai conclusa la potatura anche nell’AZIENDA GENTILI, visitata qualche giorno fa a Caprino Veronese, tra il Monte Baldo e le Colline Moreniche, a ridosso del Lago di Garda.
L’azienda vitivinicola, con circa cinquanta ettari di terreno vitato, è nata alla fine degli anni Settanta con la produzione di vino da vendere sfuso. Dal 2010 Enrico ed Elisa (che hanno ereditato l’azienda del padre) hanno iniziato a posizionarsi sul mercato anche con delle loro etichette.
Le denominazioni Bardolino e Chiaretto di Bardolino coprono la maggior parte della produzione, affiancate da un Bianco IGT con uva Trebianél, un Pinot Grigio e due cru della linea “San Verolo”.

Una parte dei vigneti è a corpo unico, accanto alla corte antica che funge da azienda, e presenta delle pergole storiche di Corvina che hanno un sesto d’impianto con distanze di circa 5 metri, non meccanizzabili, su un terreno limoso-argilloso con pochi ciottoli.
Sulle Colline Moreniche, vicino Costermano, dove il suolo è più ricco di sabbia e ghiaia, è stato invece piantato un vigneto a guyot nell’anno 2000.
Il lavoro in vigna durante l’anno ed i risultati delle due diverse tipologie di vigneto sono un costante elemento di studio per Enrico che non è ancora pienamente arrivato ai “prodotti che vorrebbe”: sta testando il sovescio da qualche anno, ha omesso l’utilizzo del diserbo, ha ridotto le dosi di bentonite e recentemente ha sposato anche i vitigni resistenti PIWI. Un insieme di elementi per raggiungere il suo obiettivo di TORNARE INDIETRO nella metodologia di coltivazione e produzione e FERMARE IL TEMPO gustandosi dei vini prodotti puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità. “Bisogna far convivere la natura e la buona tecnica, senza eccedere negli interventi” afferma durante la nostra passeggiata in vigna.

Scendendo poi nel sottoterra della cantina, ho avuto modo di condividere emozioni e diverse espressioni sugli esperimenti in vasca. La leggerezza di questi giovani e potenziali vini collima con l’assaggio delle etichette presenti ad oggi sul mercato, dal packaging pulito ed elegante.
Stranamente si parte con il BARDOLINO DOC CHIARETTO 2018, imbottigliato soltanto da due settimane. E’ un vino rosa (cit. Angelo Peretti) che Enrico definisce “spettinato”. Acidità e sapidità in prevalenza, croccantezza a pieno, di buon corpo, morbido e persistente. Manca poco per assestarsi completamente. Corvinone, Rondinella e Molinara di un vecchio vigneto mai irrigato, un filare impalcato ad arco, senza traversine, ove i tralci vengono legati ai fili e i germogli creano una sorta di cespuglio. Grappoli sempre indietro con la maturazione in quanto coperti dalle foglie che li proteggono dal sole. Sosta quattro mesi con le fecce fini (Batonnage) per evitare diversi travasi e per maneggiarlo il meno possibile.
L’invecchiamento di questo Chiaretto, nel primo anno di vita in bottiglia, punterà ad un frutto molto fresco. Dal quarto anno circa sembra rinasca con una nuova veste: tutto da scoprire e forse ci si deve pure scommettere. D’altronde le barriere nei confronti dei vini rosati o rosa spesso hanno ancora troppi limiti da abbattere. Forse è arrivato il momento di prenderne una bottiglia e metterla da parte in cantina?

Secondo step, il TREBIANÉL annata 2017. Uva poco conosciuta, easy to drink, piacevole e stimolante sia al naso che in bocca per la freschezza che presenta. Solo 11.5°, vecchia storia…un bianco ritrovato che profuma di miele, un po’ amarotico, permane in bocca e stimola la beva.
Tra i tanti progetti in corso, tra qualche mese, il Trebianél avrà una seconda veste rifermentato in bottiglia con i lieviti.

Il BARDOLINO DOC 2017 ha quell’intensità di colore leggermente sfumata del Pinot Nero di Borgogna, seppur più lucente e solare.
Ribes rosso, leggere erbe aromatiche e fiori secchi, punta di gesso e polvere finale. Un sorso amarognolo, leggermente astringente, le gengive stridono e la lingua è finemente velata. Ma tutto poi comincia a salivare, un secondo assaggio è d’uopo, ritorna importante e fruttato.

Un salto di qualità per i SAN VEROLO 2016 e 2015. Il più giovane (per modo di dire) è composto da un 70% di Corvina e un 30% di Sangiovese. Maraschino, rosa, quella parta leggermente alcolica e legnosa da whisky, fruttato e balsamico da erbe officinali, con piccoli accenni di crema. Quasi una diluizione in bocca ma con acidità spiccata. I profumi attirano, il sorso ancor di più.
Il 2015 invece è un fifty-fifty delle due uve ed è tutta frutta: succo di mirtillo, ciliegia e melograno. La freschezza emerge, tannino elegante e una pulizia molto interessante. Nulla di pesante da sorseggiare, un buon calice da abbinamento e da convivialità.
Due cru di Bardolino da rispettare: eleganti, puliti e per niente “vecchi”. Ben venga l’invecchiamento di questo vino lacustre, purtroppo spesso svalutato e “sbevazzato” nel primo anno di vita.

L’aspirazione e la voglia di fare di Enrico sono da apprezzare ed i suoi vini, tra il lago e la montagna, sono sicuramente interessanti, facili da abbinare e Gentili (di nome e di fatto) con chi li degusta e, sempre più, con la natura.

#cincin

Cascina Bandiera – San Sebastiano Curone (AL)

Il ritmo della vita frenetica, le abitudini dei paesi industrializzati e la tecnologia che disturba la convivialità vengono momentaneamente archiviati quando si arriva in Località Bandiera, a San Sebastiano Curone, nell’Alessandrino.

La giornata tipica di Andrea e Lina, che affrontano i loro giorni da vignaioli gestendo CASCINA BANDIERA, sembra vissuta in un’altra epoca. Sono trascorsi più di venticinque anni da quando, nel 1992, hanno lasciato Arzignano (VI), trasferendosi su questo colle isolato nel Basso Piemonte.

I vigneti inizialmente erano gestiti in biologico, ma l’esclusione da possibili vicini contaminanti e le difese naturali del posto li hanno spinti al biodinamico nella conduzione della loro piccola azienda agricola.

L’estensione del terreno vitato non arriva a due ettari, il suolo si presenta marnoso e salino, con presenza di fossili, mentre nella parte più alta è limoso. L’uva regina della casa è lo Chardonnay, seguita da Timorasso e Pinot Nero, per una tiratura annua complessiva che sfiora appena le 4.000 bottiglie delle annate migliori.

Tralasciando le ultime due, un 2018 faticoso per l’eccessivo caldo e un 2017 senza raccolta per l’estrema siccità, le bottiglie che riposano nell’area di stoccaggio di questa casa di campagna possono raccontare la piccola storia di questa coppia che ho conosciuto qualche mese fa ad una manifestazione dedicata ai vini macerati (gli “orange wine”).

Poche alternative e fronzoli tra le tre etichette monovarietali prodotte: vendemmia delle uve in periodi con bassa presenza di acidità, sosta del mosto con le fecce fini un anno in autoclave, lieviti indigeni, fermentazione malolattica, un anno di sosta in acciaio, pulizia del vino solamente per decantazione (e con il tempo), minimo due anni in bottiglia prima del commercio. Escluse da tutti i vini chiarifiche, filtrazioni e aggiunta di anidride solforosa.

Tra frutta secca, focaccia stirata e formaggi locali, il gioco della degustazione a casa di Andrea e Lina è partito con una carrellata di annate di CHARDONNAY, servite rigorosamente a temperatura ambiente.

Il 2014  si presenta pulito, minerale, sapido, godereccio da tutto pasto. Seppur non abbia nulla di scomposto e prevalente, durante la degustazione mi svelano che secondo loro non ha ancora raggiunto la perfezione attesa. Si prospetta comunque un’ottima annata di facile beva già nell’arco dei prossimi sei mesi. Il 2013 risulta invece caldo, solare, rotondo al palato, pronto da aprire e finire. In entrambe le annate il retrogusto finale punta principalmente alla mineralità dei terreni e il lato alcolico è ben equilibrato con sapidità e freschezza. Il 2012 è parallelo al 2014, ma con maggiore persistenza. Il 2011, con il suo profumo di camomilla e tisana alle erbe, allieta l’olfatto. Ciccione e gustoso sorseggiandolo. E’ un vino molto piacevole da accompagnamento al cibo e per Andrea è un Signore. Il 2007 è un finto vecchietto perché ha ancora molta strada da fare, con le durezze ben presenti. Il suo colore dorato è ancora lucente ed i profumi si spingono verso frutta matura, frutta secca e una sfumatura di nota marsalata quasi ossidativa. E’ un vino da mangiare, riempie a dovere la bocca e presenta un’ottima persistenza. Al naso è quello che mi ha affascinato maggiormente per l’espressione vintage, ma dal cuore giovane. Con l’annata 2003 mi trovo di fronte alla massima espressione del SAN SEBASTIANO di Cascina Bandiera: alti livelli di struttura, pulizia ed appagamento. I particolari che emergono riportano a note burrose e biscottate, contornate dall’onda marina. In bocca è amarotico e grasso, con finale sempre legato a nocciole e mandorle amare. Confrontandomi con Andrea e Lina il profilo zuccherino quasi stucchevole che presentava appena pronto (dato da un’annata calda) è svanito con il tempo, passando da un vino da meditazione ad un vino dissetante e ancora fresco.

Si tratta dunque di uno Chardonnay che di anno in anno diventa più elegante, maturo e complesso (come da standard), ma soprattutto più beverino e leggero nella facilità di apprezzamento. Acquista sentori croccanti, gustosi e pieni. Insomma, anzichè perdere vigore, guadagna posizione.

Il loro DERTHONA (Timorasso), a differenza dallo Chardonnay, rimane più fresco e citrino, perché non sosta con le fecce fini un anno, ed esprime in maniera esponenziale la componente minerale del suolo. Ne assaggio solamente una versione, la prima annata imbottigliata che si esprime con un ventaglio di frutta esotica, forse un’ananas fresca e leggermente acerba. Effettivamente in bocca è quasi salato, ma l’equilibrio con la freschezza aiuta proprio a pulire la bocca da qualsiasi sapore. Grande potenziale, bassa gradazione alcolica. Chissà come evolverà…

L’unico vino rosso prodotto è il PINOT NERO (etichettato sul web come “L’Introvabile” per la scarsissima produzione) che, come al solito, mi stuzzica. E’ un finto rosato a livello cromatico, sosta tra i 15 ed i 18 giorni sulle bucce. Al naso prevale inizialmente, a bottiglia appena aperta, un aspetto legnoso (anche se il legno non lo vede proprio), per poi sfociare su un sacco di frutti rossi e di bosco. L’annata 2015  è un piccolo Pinot nero che ti parla, che vuole essere assecondato ed aspettato, con un tannino ancora fresco e vivo (anche se non troppo allappante) e un retrogusto che riconduce alle amarene.

Questa giornata alternativa nella mia vita da appassionata di vini si è conclusa con una “degustazione” di quattro tipologie di mele antiche (consultando un vecchio libro comprato in un mercatino sembrano riconducibili alle varietà conosciute come renetta ananas, belladonna, limoncella e calvilla rossa) provenienti da alcune piante coltivate vicino alla cascina, senza alcun trattamento.

Che dire: Andrea e Lina sono fantastici, così come il tempo trascorso a tavola con loro, aprendo quelle bottiglie, ascoltando il loro sapere. Hanno dei vini che, senza scoprire i produttori e il luogo dal quale provengono, forse non sono del tutto comprensibili e non assumono pienamente il valore che meritano.

Una giornata davvero unica, dove non si parla di sentimenti d’impatto all’assaggio. Mi sono emozionata concedendo ai vini, e a me stessa, una pausa di riflessione con il calice in mano, ricordando questi momenti come un’esperienza che porterò con me per sempre.

Alla prossima Cascina Bandiera​!

# cincin

Tenuta l’Armonia

È trascorso un po’ di tempo dal mio ultimo tour per cantine, quando sono andata a conoscere Andrea Pendin e la sua Tenuta l’Armonia vicino a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza.

Parlare di un vignaiolo, della storia dei suoi vini e della sua cantina sarebbe limitativo. Mi sono trovata di fronte ad una persona costantemente attiva nella costruzione di una rete di aziende e di figure che puntano al valore e all’identità del proprio territorio, dando vita a quelli che vengono definiti da Andrea “PROGETTI VINO”.

I 27 Progetti finora realizzati puntano all’espressione di quell’idea di vino che non guarda solo all’uva o al terreno, ma che idealizza il più possibile l’insieme degli elementi e l’animo dei vignaioli (sei produttori vicentini al momento, ognuno con una precisa funzione nell’organigramma di questa realtà POP).

La zona di produzione dei colli vicentini e berici regala leggiadria, finezza, freschezza, acidità e mineralità. I 24 ettari lavorati sono frazionati in Tanti vigneti, in Tanti Cru, in Tanti terroirs differenti.

Tenuta l’Armonia è una piccola azienda condotta in biodinamica, ancora ai primi passi, anche se nata nel 2009 quando Andrea e la sua famiglia si trasferirono in campagna. Un contadino del posto concesse una vigna ad Andrea (a quel tempo consulente nel settore della ristorazione), dandogli la possibilità di aprirsi al mondo del vino.

La sua storia è partita effettivamente da zero, con il supporto di un amico enologo.

Dalle prime lavorazioni di quel vigneto misto anni ’60-’70 nacquero 2000 bottiglie di un vin de garage di grande successo che portò Andrea sul “mercato”, spronandolo ad investire il resto della sua vita in quel mondo.

Due anni dopo, nel 2011, l’amico enologo si trasferì ed Andrea si intersecò nei marchingegni del lavoro in cantina. Iniziò inoltre a visitare numerose realtà vitivinicole in Italia, Francia e Slovenia, frequentò diversi corsi per comprendere l’arte del “creare vino”, dalla vigna alla cantina. Un mese di Loira nel 2013 però gli confermò quale filosofia e strada seguire nella creazione dei suoi progetti.

Da qui il concetto di non utilizzare uva cruda e fare in vigna un grande lavoro di pulizia dei singoli acini per avere vini puliti, minerali, lunghi e persistenti.

La prima parola chiave è TAGLIO, non focalizzandosi su un’uva. La seconda parola chiave è MACERAZIONE, perchè in tutti i suoi vini c’è sempre una parte di uva macerata.

Con la sua rete di “compagni di esperienze” condividono idee per poi cercare di produrre un vino che abbia i risultati attesi dal progetto iniziale. Tanti esperimenti che non definiscono sempre un punto di arrivo definitivo, ma un punto di partenza per il miglioramento della ricerca continua.

Tenuta l’Armonia si presenta con tre linee di prodotto:

POP sono i vini non per tutti, seppur siano i più facili e semplici da bere. Un bianco, un rosso e un frizzante con quest’aria beverina.

CRU sono i fratelli contrari dei POP. Un metodo classico con lunghe soste sui lieviti, un bianco da iper maturazione in pianta e un rosso da iper macerazione sulle bucce.

LAB è la linea non-statica in quanto in base all’annata gli stili dei progetti variano. Sono tutti vini realizzati a quattro mani, in collaborazione con altri vignaioli interni o esterni alla squadra. Ad esempio, in lavorazione ci sono un Tai rosso in anfora per la reinterpretazione di un preciso territorio e un Metodo Classico Non-Classico, prodotto con uve non da spumantizzazione classica: Freisa, Timorasso e Pecorino.

Con lo stile POP ho provato FRIZZI PET-NAT 2017, un Pinot Nero rifermentato in bottiglia con una piccola parte di Pinot Bianco e Durella che proviene da una vigna a 600 metri in zona Calvarina, vicino a San Giovanni Ilarione (vigneto non di proprietà, ma fin dal 2013 seguito direttamente da Andrea già dalla potatura e dal sovescio in vigna).

Non esiste una ricetta standard anche se viene cercata una certa continuità di anno in anno. In base alla vendemmia varia la dose delle due uve bianche. In questo caso il Pinot Bianco fa macerazione e dà polpa. Si presenta con una buccia di cipolla ramata, un colore molto distintivo, stile Borgogna.

L’eleganza delle bollicine sottilissime esalta la maturità degli aromi e del corpo succoso.

E’ fresco, pulito e molto beverino seppur sembri quasi un metodo classico. Poche parole per un entrée da degustatori navigati.

BOLLA CRU 2014 è la veste briosa della mano di Andrea, in modalità riserva.

Durella, di cui una parte macerata, e una punta di Pinot Nero con lunghe soste sui lieviti, un affinamento in grotta e un dosage zero.

Una piccola produzione di 1500/2000 bottiglie di uno spumante con fermentazione spontanea, dalle intense note mielate, di frutta matura, succo di mela e leggera sfumatura ossidativa. Il perlage è croccante e la beva decisamente elegante, acida e di lunga persistenza.

BIANCO POP 2016 è dato dall’insieme di Garganega, Manzoni, Durella e Pinot Bianco macerato sulle bucce, con prevalenza di vigneti su suolo vulcanico a 500 metri s.l.m.

Andrea lo definisce uno dei vini più precisi della sua gamma e per questo motivo continua la ricerca per arrivare ad una versione con maggiore identità. L’olfatto è ricco di profumi floreali e minerali, raffinato ed elegante nell’essenza. Si affianca una netta impronta di idrocarburo da Riesling. Il sorso è di pronta beva e facilità, senza spigoli di parti in prevalenza. E’ lungo e movimentato in bocca e tutta la semplicità apparsa al primo impatto a lungo andare si tramuta presentando un bel caratterino vispo ed astringente. Tutt’altro che un bianco easy.

PERLA CRU 2016 è il fratello di Bianco Pop, da zona calcarea. Garganega con Pinot Bianco e Chardonnay in piccole percentuali, che passano un po’ del loro tempo in botti di acacia. Per produrre questo vino, Andrea è ricorso all’esperienza maturata nella Loira, lasciando i grappoli in pianta fino ad un’estrema maturazione. Questa surmaturazione porta a sentori di caramello, affiancati da pesca, albicocca e un prato fiorito.

In bocca c’è poco da commentare, fatto sta che questa sfumatura di Garganega è una perla rara italiana che incanta il palato.

Complimenti per lo stile e per lo studio di questo progetto.

Il non-statico di Tenuta L’Armonia l’ho testato in piccole dosi da vasca, da botte, da bottiglia appena chiusa, da bottiglia senza ancora un nome perchè lì, come vi ho detto, è tutto un viaggio in un sistema che ogni giorno vuole rinnovarsi!

Alla prossima Andrea e #cincin

Vinicio Bronzo – Caprino (VR)

Durante quest’estate rovente ho pianificato una piccola sosta enoica a Caprino Veronese, un paese alle pendici del Monte Baldo, non molto lontano dal confine con il Trentino e soprattutto a qualche chilometro dal Lago di Garda.

Vinicio Bronzo è una piccola azienda vitivinicola dei Colli di Caprino, fondata nel 1978, a conduzione familiare e con 18 ettari di terreno vitato.

I vigneti sono allocati in tre differenti aree: le colline intorno alla cantina con terreni argillosi, marnosi e ricchi di scheletro; i colli di Rivoli con il suolo più minerale e un clima maggiormente mitigato dal Lago di Garda; la pianura di Caprino con dei terreni “speciali” per la produzione del Bardolino Chiaretto.

2.500 ettolitri di vino venduti quasi in egual misura tra sfuso e in bottiglia, con una notevole numerica di etichette: ben 10 vini da conoscere e gustare che nascono in questo piccolo ritaglio di paradiso veronese.

Vi presento qualche sfumatura di casa Bronzo partendo con una bollicina frizzante chiamata SCIA’. E’ uno chardonnay (“sciardonnay”) con 2,5 bar di pressione e un residuo zuccherino tra gli 8 e i 10g/l. Un frizzantino dalla spuma croccante e fine, rifermentato circa 30-40 giorni in autoclave. La vendemmia anticipata verso metà agosto contribuisce al mantenimento di una spalla acida decisa. Al naso si presenta fresco e d’impatto con un bouquet di pere, mele verdi e note delicate di fiori bianchi. L’annata 2017 assaggiata è beverina e facile, anche se nello stesso tempo il suo carattere peperino persiste in bocca. Finale sapido che incita la beva.0

Dalla freschezza estiva dello SCIA’, faccio un salto indietro con le stagioni grazie al Pinot Grigio LA PREARA 2017. Un vino che rimanda ai prati primaverili, colmi di margherite ed erba appena tagliata. Ottenuto principalmente con l’uva di un vigneto coltivato con vigne di trent’anni su terrazzamenti in collina e da una piccola percentuale proveniente dai vigneti di Ceredello. Quest’ultimi presentano un terreno limoso e pieno di ciottoli che conferisce una splendida mineralità all’interno di questo calice che si presenta fruttato e delicato. In bocca si gusta con un sorso leggero, fresco, lievemente sapido, dal finale con effetto talcato e retrogusto di mela leggermente matura. La piacevole acidità si mantiene durante tutta la degustazione mentre si respira quest’attimo di primavera.

La terza proposta è il SAUVIGNON BLANC, la passione di Davide, il figlio del Sig. Vinicio. Uva spesso poco apprezzata da nasi e palati… forse perchè incisiva e persistente come impatto di profumi intensi ma poco romantici. Fatto sta che per Davide (e lo ammetto… anche per me) il Sauvignon è un po’ una debolezza alla quale è difficile rinunciare. Assaggio così l’annata 2017, la seconda vendemmia di produzione di un piccolo vigneto “di test”, posizionato in un’area abbastanza ombreggiata. Davide con questo vino, ritenuto ancora un esperimento, punta a dei risultati che possano sprigionare un buon livello di acidità e sentori erbacei. Ad oggi presenta un naso tradizionale, con un’esplosione di frutta che vira dal tropicale (principalmente ananas, mango e passion fruit) alle pere e ai fiori di sambuco. Finale con una leggere note balsamiche e di foglie di menta fresca, mentre l’evoluzione dei profumi è attiva ed affascinante. La mineralità si presenta delicata al naso e ben presente anche degustandolo, permanendo soprattutto sul finale. Una storia da assaggiare con questo effetto rinfrescante, degno anch’esso della stagione in corso.

Un attimo di sosta… poi mi sono letteralmente innamorata di un calice chiaro e lucente, dal color rosso rubino splendente del BARDOLINO DOC. Esprime tradizione, freschezza e giovinezza solo guardandolo, come il Bardolino del “c’era una volta…”. Corvina, Rondinella e Molinara si spremono insieme in questo “succo d’uva” piacevole e agile in bocca. E’ veloce con il suo corpo morbido, ma lascia tante tracce lungo la sua strada in bocca. I profumi sono principalmente di frutti rossi e spezie, ma la cosa che mi ha fatto innamorare è stata la sensazione di bere con facilità uva che sa di vita. Nulla di più, non riesco a spiegarlo meglio perchè nella mia degustazione si è presentato con la grazia dei vini di Borgogna, che non danno motivazioni e ti lasciano senza parole.

Concludo questa parte “estiva” di degustazione suggerendovi di programmare una piccola fuga enoturistica prima che le giornate non permettano di godervi la posizione di questo piccolo borgo collinare.

Se invece cercate l’autunno in anticipo, il CABERNET, LE SELVOLE e TERRE ROSSE fanno al caso vostro: due versioni di Cabernet Sauvignon che terminano il loro affinamento diversamente e una Corvina in purezza.

Il CABERNET 2015 è lavorato completamente in acciaio, imbottigliato un anno dopo il “termine dei lavori” e un affinamento rilassante di un anno in bottiglia per cercare di evitare l’aspetto rude del vitigno. E’ di colore rubino intenso, con un olfatto tendente principalmente a sentori fruttati, erbacei e balsamici. Di buon corpo, piacevole, morbido con una leggera acidità e dei tannini setosi. E’ accomodante al palato e regala una sensazione di pienezza che termina con una continua salivazione grazie alla componente sapida ben presente. Una buona espressione che trasmette l’importanza dell’uva.

LE SELVOLE 2015 si differenzia dal precedente per la vendemmia, nello stesso vigneto, posticipata di una settimana e l’affinamento di un anno in barrique usate. L’approccio con la degustazione mantiene la sensazione di facilità di beva, contornata da un bell’equilibro tra morbidezze e durezze per chiudersi con la sapidità. Al naso è erbaceo e balsamico, con note di muschio e liquirizia in sottofondo. La vaniglia delle barrique è solamente nebulizzata all’ossigenazione del vino.

TERRE ROSSE invece è un 100% di uva Corvina della collina sopra all’azienda, ripassata sulle vinacce del vino ICARO e affinata 4-5 mesi in tonneau. L’annata 2016 si presenta di colore rubino scarico, con note speziate, balsamiche ed eteree al primo vortice del calice che si tramutano in sentori fruttati di ciliegia e amarena sotto spirito man mano che si inizia ad approfondire la sua conoscenza. La linearità di casa Bronzo si trova anche in questa versione rara di Corvina, con acidità e leggerezza. La morbidezza smussa delicatamente il tannino verde, danzando nel palato con la stessa intensità e lasciando spazio alla chiusura sapida.

Questo piccolo viaggio non molto lontano da casa si conclude con ICARO, Corvina appassita qualche mese ed affinata due anni in botti veronesi. Un vino unico che vi lascio scoprire e apprezzare da soli.

Unica è stata anche questa mattinata trascorsa con Davide e Vinicio, che ringrazio per la disponibilità (per l’ottimo salame fatto in casa) e la voglia di essere ancora tradizionali con i vini che producono.

#cincin