Corvezzo Winery – Il Prosecco Biologico – Cessalto (TV)

Per la prima volta…

sono stata a Cessalto (nel trevigiano), terra del Prosecco DOC, ospite della famiglia Corvezzo, vignaioli da quattro generazioni. Giovanni Corvezzo ha rivoluzionato l’azienda portandola ad una conduzione totalmente biologica, certificata dal 2017, con una produzione annua di 4,2 milioni di bottiglie su 150 ettari a corpo unico, prevalentemente di Glera e Pinot Grigio. Durante l’evento di giovedì scorso organizzato da Lionella Genovese è emerso che Esperienza, Tecnologia, Monitoraggio e Conoscenza del Territorio possono permettere di dire al BIO!

Vi avevo lasciato così sabato scorso, dichiarando la meta enoica che avevo raggiunto il 17 ottobre, quando le porte della Corvezzo Winery si sono aperte al mercato italiano, presentandosi a fondo davanti a giornalisti, blogger, enologi e sommelier. Zero filtri nell’esposizione di ogni dettaglio che li ha portati ad essere leader di settore per la produzione di Prosecco e Pinot Grigio biologici.

La prima parte della giornata si è incentrata sulla gestione della viticoltura nei vigneti accanto all’azienda, in compagnia dell’agronomo Filippo Scortegagna. Una vera e propria lezione a cielo aperto, testimone della possibilità di fare biologico su grandi appezzamenti (perché effettivamente siamo abituati a pensare in piccolo quando si nomina la parola biologico).

Innanzitutto si può lavorare in biologico supportati da strumenti e tecnologia: macchinari che effettuano il diserbo meccanico con disco rincalzatore, macchinari che seminano tra i filari miscele di semi, leguminose e avena per il sovescio, colonnine meteorologiche per il monitoraggio climatico delle differenti aree. E’ stato dismesso l’utilizzo di insetticidi convenzionali, sostituiti dalle tecniche di confusione sessuale per la lotta alla tignola e tignoletta mediante bastoncini gommosi porosi imbibiti di feromoni sessuali (circa 650 pezzi per ettaro, posizionati a mano). Come azione di copertura, utilizzo di rame e zolfo per trattamenti fitosanitari, polvere di roccia, semi di pompelmo, olio essenziale di arancia. No pesticidi, no erbicidi, no fertilizzanti di sintesi. Conoscenza del territorio, continua sperimentazione, monitoraggio costante dell’ambiente, del meteo e dei risultati, nonché prontezza nella gestione delle uve sono i concetti principali del team di esperti della Corvezzo Winery.

Un altro traguardo dell’azienda è legato ai vitigni resistenti. Nel 2016 è stato piantato un piccolo appezzamento di barbatelle di Sauvignon Kretos, varietà studiata e perfezionata dall’Università di Udine, prodotta e venduta presso i Vivai cooperativi di Rauscedo (PN). La vendemmia 2019 è stata la prima vinificata con i frutti di questo vigneto di un ettaro e mezzo e potrà diventare un IGT VENETO con un’etichetta che l’Azienda non vede l’ora di spiegare al mercato.
Anche questa scelta dei vitigni resistenti riduce in maniera significativa (60-70%) l’uso di fitosanitari, migliorando l’ecosostenibilità e il benessere dei consumatori.
A vantaggio/ svantaggio (è ancora necessario eseguire studi e sperimentazione) una maturazione precoce delle uve che, al momento, disequilibra i ritmi aziendali e la difficoltà nella comunicazione con il consumatore spesso non ancora pronto ai vini da vitigni resistenti.
E’ tutto in divenire ed io non posso che essere curiosa di quello che sarà, sia per la scoperta all’interno dei calici di una varietà che ancora non ho provato, sia per l’ampliamento di vedute che quest’azienda ha manifestato.

Complici di questa mission green anche i due Enologi Fabio Bigolin, consulente esterno da 18 anni, esperto della sfera biologica, e Andrea Toffoli che ha debuttato nel team interno della cantina in fase pre-laurea nel 2013.
Affiancati da loro, il terzo step della giornata è stato immerso tra tank inox, autoclavi e vasche di cemento termoregolate, i principali attori in questo ciclo produttivo per iniziare a parlare di vino.
TEMPESTIVITA’ è la parola chiave in quanto l’uva vendemmiata sosta al massimo mezz’ora nel carro prima di passare alla tramoggia e poi nella pressa. Una velocità dei processi, con diminuzione dei tempi che riducono la possibilità di uva ossidata e, di conseguenza, meno concentrata di anidride solforosa.

Le altre armi degli enologi, cui prestano molta attenzione, sono MOSTI e TAGLI. Viene effettuata la separazione di un mosto super fiore dallo sgrondo in tramoggia e di un mosto fiore dalla pressa con diraspatura, lavorazioni che permettono di ricavare due nettari soffici e delicati. Il lavoro successivo delle pressate concentra il mosto a contatto con le bucce, rilasciandone uno di secondo ancor più aromatico, soprattutto dalla Glera che risulta carica di profumi grazie ad una buccia più spessa, merito dell’agricoltura biologica.

Ogni varietà a casa Corvezzo è lavorata, vinificata e stoccata separatamente per poi procedere con i blend in base alle caratteristiche dei vitigni, delle annate e al risultato di maturazione in vasca. Un lavoro di tagli tra le grandi masse delle prime e le seconde per mantenere la costanza dei profumi e l’impronta dell’azienda, sempre nel rispetto della vendemmia.

Si procede quindi con l’illimpidimento dei mosti prima della fermentazione o con decantazione statica oppure tramite insufflazione di azoto o aria. A seguire, la fermentazione di 7-10 giorni, al momento fatta con inoculo di lieviti selezionati (in fase di sperimentazione l’utilizzo di quelli indigeni), infine niente chiarifiche prima di passare alle autoclavi.

Tanta cura nei dettagli e tanta professionalità anche in cantina. E allora, armati di camice e calice, abbiamo aperto i rubinetti per scoprire mosti di glera con e senza battonage, vino post malolattica, vino in fermentazione in cemento, Incrocio Manzoni passato e non passato nel legno. Tanti giochi piacevoli nell’assaggio e tante sfumature all’olfatto. E’ stato un vero e proprio divertimento per nulla scontato e soprattutto distante (per mia fortuna) dalla linearità del Prosecco solitamente conosciuta.

La giornata si è conclusa con una panoramica commerciale e marketing per approfondire ancora di più CHI SONO e QUAL E’ IL LORO PROGETTO. Abbiamo conosciuto così Niccolò Dalla Colletta e Mattia Granzotto che hanno riassunto l’essere 100% Bio della Corvezzo con un know-how solido sul biologico, il controllo della filiera e la sostenibilità ambientale ed economica.
Nel mondo vitivinicolo trevigiano, su 1.601 ettari totali di vigneti biologici, Corvezzo è la più grande di 210 aziende che in media possiedono ognuna 7,6 ettari.
Osservando invece il totale della produzione di Prosecco DOC biologico, gli ettari su tutta la zona sono 423, di cui 101 hanno il nome Corvezzo (parliamo del 23,6%).

Farsi conoscere dal mercato italiano che risulta più restio rispetto altri Paesi nei confronti del biologico, valorizzare gli autoctoni Manzoni e Raboso, concludere a breve il Progetto Biodinamico sono i loro prossimi obiettivi.

Per quanto riguarda i prodotti, sono presenti ben tre linee che contraddistinguono l’azienda:

TERRE DI MARCA con un Prosecco extra dry millesimato, un Pinot Grigio e due vini da “shakerare” (in quanto rifermentati in bottiglia col fondo), un Prosecco doc e un rosè di Raboso. Vini freschi, da aperitivo e senza pensieri!

CORVEZZO CLASSICA l’immagine principale e più conosciuta del brand Corvezzo, con diverse varietà di spumanti e di Prosecco dal packaging essenziale ed elegante.

SELEZIONE OLME’ con alternative per palati raffinati o alla ricerca di vini importanti da scoprire.

Prima dei saluti, la presentazione del nuovo packaging con la bottiglia dalla forma esclusiva con in rilievo delle linee verticali che rappresentano i filari, tappo rigorosamente spago, come da tradizione per il prosecco, un’etichetta in materiale riciclato.

Cosa ne pensate?

Personalmente apprezzo l’essenzialità e la pulizia grafica che valorizzano, assieme alle certificazioni marcate nella parte dietro delle etichette, quanta importanza abbia per loro ESSERE BIOLOGICI.

Per non dimenticare, avviso che si parla anche di prodotti VEGAN. Quindi avanti tutta bevitori italiani, le porte sono aperte nei confronti di tutte le vostre scelte alimentari!

Per rimanere aggiornati sui racconti e le avventure di Giovanni “Happy Farmer” vi lascio il link del suo blog http://www.ilproseccobiologico.com

Nel frattempo chiudo la mia parentesi inaspettata legata al Signor Prosecco.

#cincin

Villa Corniole – Giovo (TN) – Val di Cembra

A pochi minuti dalla cittadina di Trento, proseguendo verso est, si sale in un piccolo territorio di montagna, terrazzato e coltivato a vite su terreno di porfido: la Valle di Cembra.

In questo paesaggio davvero scenografico, tra masi, caneve e laghi, primeggiano anche le aziende vitivinicole. Ad oggi, tuttavia, sono solamente sette quelle con coltivazione dell’uva per la produzione a marchio privato e sono tutte a gestione familiare.

Il resto delle vigne, allevate su un’estensione di 708 km di muretti a secco, è gestita più come “hobby” o come secondo lavoro dai “vignaioli del week-end” che conferiscono l’uva a realtà di maggiori dimensioni della provincia trentina.

Per il mio primo tour nella Val di Cembra, ho scelto Villa Corniole in quanto lo scorso luglio avevo conosciuto i proprietari alla Rassegna Muller Thurgau.

Villa Corniole è una realtà familiare nata circa vent’anni fa, dopo un passato da conferitori, e si caratterizza fin da subito per la produzione di vini bianchi. Negli anni successivi le etichette sono state completate con Pinot Grigio, Lagrein, Teroldego e, nell’ultimo anno, Pinot Nero. Un comprensorio di circa dieci ettari tra i terrazzamenti a Giovo e sul Monte Corona e qualche bel vigneto di rossi di tre ettari nella Piana Rotaliana.

Tralasciando i rossi della Piana (visto il focus del tour sulla Vallata), il mio interesse si è incentrato sui vini bianchi fermi e sugli spumanti del territorio.

Di principale importanza per l’Azienda è il pluripremiato Müller Thurgau, allevato con vigneti a pergola in quota sul Monte Corona, tra i 600 e gli 850 metri, su suolo calcareo (il comune di Giovo è l’unica zona di questo comprensorio che si caratterizza per la presenza di calcare, invece del porfido). Il debutto nel calice dell’annata 2017 è molto ampio al naso, con una carica di fiori e frutta seguiti da note dolci, minerali e da una leggera sensazione talcata. Assaggiandolo, il romanticismo del naso ha assunto un carattere deciso, con l’impatto sapido che si è elegantemente appoggiato con il suo corpo sul palato. Intrigante la sua personalità che chiude con erbe aromatiche nel retrogusto. Un buon compromesso per aperitivi o piatti a base di verdure.

Lo Chardonnay è il secondo vitigno principe della Valle, prediletto per il metodo classico Trento Doc, assieme al Müller copre l’80% della produzione dell’areale.

Con i vigneti di Chardonnay, coltivati sotto il paese di Giovo tra i 400 e 500 metri di altitudine, vengono prodotte due belle bollicine, conosciute con il nome SALISA (nome dedicato alle tre figlie). Due espressioni 100% Chardonnay nate come piccola produzione, ma che hanno preso ora il primo posto con la vendemmia 2018, arrivando a 25.000 bottiglie annue sulle 70.000 totali.

Scegliere non era facile e allora perchè non conoscerle entrambe?!

SALISA Brut millesimo 2015 con sboccatura 2019 si presenta al primo impatto in bocca con la mineralità del naso. Ricorda poi i biscotti al burro, la mela, le erbe aromatiche e le pietre. Un sorso raffinato seppur dalla bolla biricchina e dalla freschezza intensa. 3,5 grammi/litro di residuo zuccherino e 38 mesi di affinamento sui lieviti. Molto verticale e minerale, dove il terreno emerge dal naso alla bocca, rimanendo comunque morbido. Nel finale emergono le caratteristiche dell’uva Chardonnay con ritorni di mela e un po’ di mandorla.

SALISA zero 2014 con sboccatura 2018 ha un ventaglio di profumi più maturi e il perlage è maggiormente fine e cremoso (soprattutto al palato). Il sorso inganna con un’alta freschezza e sapidità del brut, che incentivano la beva. Divertente e “saporito”, da godersi durante i pasti. Anche in questo caso pochi fronzoli, pulizia e voglia di berlo senza pesantezze da lieviti o da legno!

Gli aromi freschi ed intensi e l’alta freschezza al palato di questi vini sono riconducibili alla peculiarità della zona che consiste in una notevole escursione termica, con anche 15 gradi di differenza tra il giorno e la notte e con correnti fredde provenienti dalla Val di Fiemme e dalla Val di Fassa.

Un gran bel debutto tra i Cembrani e il loro saper fare vino… Una gioia da condividere con voi l’essere stata accolta da Maddalena di Villa Corniole nella loro piccola cornice pittoresca, ma veramente tosta per produrre vino. Come si può notare dalle foto, bisogna essere degli eroi per lavorare tra le pendenze di questi vitigni…

Ma fortunatamente i risultati premiamo, anche con il riconoscimento della sottozona Cembra Superiore all’interno del Disciplinare del Trentino DOC.

Complimenti per questo piccolo paradiso e per questi frutti da apprezzare a tutto tondo nei calici!

Alla prossima

#cincin

L’aperitivo con Gagà – Santa Colomba – Lonigo (VI)

Agosto per me è stato sinonimo di relax, divertimento e goduria.
Quando d’estate il meteo non è ideale per sdraiarsi sotto il sole e non pensare a nulla, quale miglior alternativa di andar a trovare un amico vignaiolo?
Senza allontanarmi molto da casa, ho fatto tappa nella cittadina di Lonigo (VI) per andare a trovare Gianfranco Mistrorigo, un piccolo e recente produttore di vini naturali, che ha maturato esperienze significative in affiancamento ad Angiolino Maule e a Montalcino (presso l’azienda Loacker) prima di decidere, insieme al suo socio Marco Dani, di gestire una propria azienda vitivinicola.

Nel 2016 Gianfranco e Marco si sono presentati al pubblico di Vinnatur con campioni da vasca frutto del loro primo lavoro da vignaioli dell’Azienda SANTA COLOMBA, gestita in convenzionale fino a qualche anno prima dai Padri Pavoniani di Lonigo, successivamente da loro convertita (come prima gestione) in biologico per poi proseguire con minimi interventi sia in vigna che in cantina.

“Santa Colomba sorge sopra una collina tutto riso e amore, da cui l’occhio spazia per le dorate vie del firmamento, per le interminabili pianure e trascorre rapidissimo fino alle azzurre vette degli Appennini e alle candide Cime delle Alpi”(Arturo Pomello, 1886).

Ma il nostro appuntamento è stato presso il piccolo showroom alla destra dell’ingresso del parco di Villa San Fermo, un angolo storico di Lonigo, con un monumento imponente ed elegante all’interno del giardino.

Fare aperitivo con Gianfranco significa condividere aspetti interessanti della sua cultura enologica (convenzionale per studi, artigianale e naturale per esperienza e passione) e stappare quattro delle cinque etichette che parlano di lui e della sua impronta fresca, leggera e pulita; significa spaziare tra infiniti argomenti mentre provi a capire chi è e che vini produce.

E così finisci per perderti in infinite conversazioni, salvo poi renderti conto che, se si va avanti così, tocca aprire un’altra bottiglia perché tra una chiacchiera e l’altra te la sei scolata tutta senza aver preso nota di niente.

Detto ciò questo è quello che ho capito di alcuni dei suoi vini provenienti da 10 ettari vitati su suolo argillo-calcareo.

Il PRINCIPIANTE, garganega rifermentata con il passito della stessa uva, è stato il loro primo vino desiderato, prodotto con quest’uva che per me è davvero magica. La dose da degustazione è da abbondare per il primo concetto di leggerezza che lo rappresenta. Sfumatura paglierina cupa che, a poco a poco, s’illimpidisce con piccole bollicine brillantinose. Profuma di pompelmo, erbe di campo e fiori secchi. E’ un vino che assume le sembianze di una bevanda rinfrescante ed energetica, con un sorso spiritoso, la spuma che lascia tracce croccanti e un senso di pulito al palato con note saline in chiusura.

L’etichetta del GAGA’ rappresenta il Dandy del Principe Giovannelli, il vecchio proprietario di Villa San Fermo, l’antico monastero ai cui piedi si trova oggi lo showroom di Santa Colomba. L’eleganza di un nobile la si ritrova nel bicchiere di questa Garganega ferma che ha fatto sei mesi di batonnage sulle fecce e solamente l’inerte acciaio di assestamento. Il paglierino lucente si intreccia a riflessi dorati. Un naso intenso che mi coinvolge, minerale ed agrumato, con note di fiori bianchi e crosta di pane. Anche il corpo è deciso, seppur con ingresso elegante e raffinato. Caldo e persistente con attimi salaticci in chiusura.

Passando alle bacche rosse, IL MORO è l’unica espressione di vino scuro prodotta da questa azienda. La tradizione del taglio bordolese dei Colli Berici si riflette come stile in questo succo d’uva alcolico che profuma di bosco, tra rovi e more. Si gusta facilmente grazie alla sua freschezza equilibrata al tannino elegante. Un bel prodotto che può accontentare palati esigenti e non.

L’aperitivo proficuo ed intenso è stato portato egregiamente a termine con il passito di Garganega PÀSSITO. Lacrime di gioia. Un vino dolce di altri tempi e con altri schemi, senza trama pesante né fronzoli.

Purtroppo la Malvasia LA MALA VIA non era presente all’appello, ma non mancherà alla prossima visita che fisserò per approfondimenti su vigneti e cantina.

E così anche Agosto se ne è andato…
#cincin

Gentili – Caprino veronese (VR)

È ormai conclusa la potatura anche nell’AZIENDA GENTILI, visitata qualche giorno fa a Caprino Veronese, tra il Monte Baldo e le Colline Moreniche, a ridosso del Lago di Garda.
L’azienda vitivinicola, con circa cinquanta ettari di terreno vitato, è nata alla fine degli anni Settanta con la produzione di vino da vendere sfuso. Dal 2010 Enrico ed Elisa (che hanno ereditato l’azienda del padre) hanno iniziato a posizionarsi sul mercato anche con delle loro etichette.
Le denominazioni Bardolino e Chiaretto di Bardolino coprono la maggior parte della produzione, affiancate da un Bianco IGT con uva Trebianél, un Pinot Grigio e due cru della linea “San Verolo”.

Una parte dei vigneti è a corpo unico, accanto alla corte antica che funge da azienda, e presenta delle pergole storiche di Corvina che hanno un sesto d’impianto con distanze di circa 5 metri, non meccanizzabili, su un terreno limoso-argilloso con pochi ciottoli.
Sulle Colline Moreniche, vicino Costermano, dove il suolo è più ricco di sabbia e ghiaia, è stato invece piantato un vigneto a guyot nell’anno 2000.
Il lavoro in vigna durante l’anno ed i risultati delle due diverse tipologie di vigneto sono un costante elemento di studio per Enrico che non è ancora pienamente arrivato ai “prodotti che vorrebbe”: sta testando il sovescio da qualche anno, ha omesso l’utilizzo del diserbo, ha ridotto le dosi di bentonite e recentemente ha sposato anche i vitigni resistenti PIWI. Un insieme di elementi per raggiungere il suo obiettivo di TORNARE INDIETRO nella metodologia di coltivazione e produzione e FERMARE IL TEMPO gustandosi dei vini prodotti puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità. “Bisogna far convivere la natura e la buona tecnica, senza eccedere negli interventi” afferma durante la nostra passeggiata in vigna.

Scendendo poi nel sottoterra della cantina, ho avuto modo di condividere emozioni e diverse espressioni sugli esperimenti in vasca. La leggerezza di questi giovani e potenziali vini collima con l’assaggio delle etichette presenti ad oggi sul mercato, dal packaging pulito ed elegante.
Stranamente si parte con il BARDOLINO DOC CHIARETTO 2018, imbottigliato soltanto da due settimane. E’ un vino rosa (cit. Angelo Peretti) che Enrico definisce “spettinato”. Acidità e sapidità in prevalenza, croccantezza a pieno, di buon corpo, morbido e persistente. Manca poco per assestarsi completamente. Corvinone, Rondinella e Molinara di un vecchio vigneto mai irrigato, un filare impalcato ad arco, senza traversine, ove i tralci vengono legati ai fili e i germogli creano una sorta di cespuglio. Grappoli sempre indietro con la maturazione in quanto coperti dalle foglie che li proteggono dal sole. Sosta quattro mesi con le fecce fini (Batonnage) per evitare diversi travasi e per maneggiarlo il meno possibile.
L’invecchiamento di questo Chiaretto, nel primo anno di vita in bottiglia, punterà ad un frutto molto fresco. Dal quarto anno circa sembra rinasca con una nuova veste: tutto da scoprire e forse ci si deve pure scommettere. D’altronde le barriere nei confronti dei vini rosati o rosa spesso hanno ancora troppi limiti da abbattere. Forse è arrivato il momento di prenderne una bottiglia e metterla da parte in cantina?

Secondo step, il TREBIANÉL annata 2017. Uva poco conosciuta, easy to drink, piacevole e stimolante sia al naso che in bocca per la freschezza che presenta. Solo 11.5°, vecchia storia…un bianco ritrovato che profuma di miele, un po’ amarotico, permane in bocca e stimola la beva.
Tra i tanti progetti in corso, tra qualche mese, il Trebianél avrà una seconda veste rifermentato in bottiglia con i lieviti.

Il BARDOLINO DOC 2017 ha quell’intensità di colore leggermente sfumata del Pinot Nero di Borgogna, seppur più lucente e solare.
Ribes rosso, leggere erbe aromatiche e fiori secchi, punta di gesso e polvere finale. Un sorso amarognolo, leggermente astringente, le gengive stridono e la lingua è finemente velata. Ma tutto poi comincia a salivare, un secondo assaggio è d’uopo, ritorna importante e fruttato.

Un salto di qualità per i SAN VEROLO 2016 e 2015. Il più giovane (per modo di dire) è composto da un 70% di Corvina e un 30% di Sangiovese. Maraschino, rosa, quella parta leggermente alcolica e legnosa da whisky, fruttato e balsamico da erbe officinali, con piccoli accenni di crema. Quasi una diluizione in bocca ma con acidità spiccata. I profumi attirano, il sorso ancor di più.
Il 2015 invece è un fifty-fifty delle due uve ed è tutta frutta: succo di mirtillo, ciliegia e melograno. La freschezza emerge, tannino elegante e una pulizia molto interessante. Nulla di pesante da sorseggiare, un buon calice da abbinamento e da convivialità.
Due cru di Bardolino da rispettare: eleganti, puliti e per niente “vecchi”. Ben venga l’invecchiamento di questo vino lacustre, purtroppo spesso svalutato e “sbevazzato” nel primo anno di vita.

L’aspirazione e la voglia di fare di Enrico sono da apprezzare ed i suoi vini, tra il lago e la montagna, sono sicuramente interessanti, facili da abbinare e Gentili (di nome e di fatto) con chi li degusta e, sempre più, con la natura.

#cincin

Cascina Bandiera – San Sebastiano Curone (AL)

Il ritmo della vita frenetica, le abitudini dei paesi industrializzati e la tecnologia che disturba la convivialità vengono momentaneamente archiviati quando si arriva in Località Bandiera, a San Sebastiano Curone, nell’Alessandrino.

La giornata tipica di Andrea e Lina, che affrontano i loro giorni da vignaioli gestendo CASCINA BANDIERA, sembra vissuta in un’altra epoca. Sono trascorsi più di venticinque anni da quando, nel 1992, hanno lasciato Arzignano (VI), trasferendosi su questo colle isolato nel Basso Piemonte.

I vigneti inizialmente erano gestiti in biologico, ma l’esclusione da possibili vicini contaminanti e le difese naturali del posto li hanno spinti al biodinamico nella conduzione della loro piccola azienda agricola.

L’estensione del terreno vitato non arriva a due ettari, il suolo si presenta marnoso e salino, con presenza di fossili, mentre nella parte più alta è limoso. L’uva regina della casa è lo Chardonnay, seguita da Timorasso e Pinot Nero, per una tiratura annua complessiva che sfiora appena le 4.000 bottiglie delle annate migliori.

Tralasciando le ultime due, un 2018 faticoso per l’eccessivo caldo e un 2017 senza raccolta per l’estrema siccità, le bottiglie che riposano nell’area di stoccaggio di questa casa di campagna possono raccontare la piccola storia di questa coppia che ho conosciuto qualche mese fa ad una manifestazione dedicata ai vini macerati (gli “orange wine”).

Poche alternative e fronzoli tra le tre etichette monovarietali prodotte: vendemmia delle uve in periodi con bassa presenza di acidità, sosta del mosto con le fecce fini un anno in autoclave, lieviti indigeni, fermentazione malolattica, un anno di sosta in acciaio, pulizia del vino solamente per decantazione (e con il tempo), minimo due anni in bottiglia prima del commercio. Escluse da tutti i vini chiarifiche, filtrazioni e aggiunta di anidride solforosa.

Tra frutta secca, focaccia stirata e formaggi locali, il gioco della degustazione a casa di Andrea e Lina è partito con una carrellata di annate di CHARDONNAY, servite rigorosamente a temperatura ambiente.

Il 2014  si presenta pulito, minerale, sapido, godereccio da tutto pasto. Seppur non abbia nulla di scomposto e prevalente, durante la degustazione mi svelano che secondo loro non ha ancora raggiunto la perfezione attesa. Si prospetta comunque un’ottima annata di facile beva già nell’arco dei prossimi sei mesi. Il 2013 risulta invece caldo, solare, rotondo al palato, pronto da aprire e finire. In entrambe le annate il retrogusto finale punta principalmente alla mineralità dei terreni e il lato alcolico è ben equilibrato con sapidità e freschezza. Il 2012 è parallelo al 2014, ma con maggiore persistenza. Il 2011, con il suo profumo di camomilla e tisana alle erbe, allieta l’olfatto. Ciccione e gustoso sorseggiandolo. E’ un vino molto piacevole da accompagnamento al cibo e per Andrea è un Signore. Il 2007 è un finto vecchietto perché ha ancora molta strada da fare, con le durezze ben presenti. Il suo colore dorato è ancora lucente ed i profumi si spingono verso frutta matura, frutta secca e una sfumatura di nota marsalata quasi ossidativa. E’ un vino da mangiare, riempie a dovere la bocca e presenta un’ottima persistenza. Al naso è quello che mi ha affascinato maggiormente per l’espressione vintage, ma dal cuore giovane. Con l’annata 2003 mi trovo di fronte alla massima espressione del SAN SEBASTIANO di Cascina Bandiera: alti livelli di struttura, pulizia ed appagamento. I particolari che emergono riportano a note burrose e biscottate, contornate dall’onda marina. In bocca è amarotico e grasso, con finale sempre legato a nocciole e mandorle amare. Confrontandomi con Andrea e Lina il profilo zuccherino quasi stucchevole che presentava appena pronto (dato da un’annata calda) è svanito con il tempo, passando da un vino da meditazione ad un vino dissetante e ancora fresco.

Si tratta dunque di uno Chardonnay che di anno in anno diventa più elegante, maturo e complesso (come da standard), ma soprattutto più beverino e leggero nella facilità di apprezzamento. Acquista sentori croccanti, gustosi e pieni. Insomma, anzichè perdere vigore, guadagna posizione.

Il loro DERTHONA (Timorasso), a differenza dallo Chardonnay, rimane più fresco e citrino, perché non sosta con le fecce fini un anno, ed esprime in maniera esponenziale la componente minerale del suolo. Ne assaggio solamente una versione, la prima annata imbottigliata che si esprime con un ventaglio di frutta esotica, forse un’ananas fresca e leggermente acerba. Effettivamente in bocca è quasi salato, ma l’equilibrio con la freschezza aiuta proprio a pulire la bocca da qualsiasi sapore. Grande potenziale, bassa gradazione alcolica. Chissà come evolverà…

L’unico vino rosso prodotto è il PINOT NERO (etichettato sul web come “L’Introvabile” per la scarsissima produzione) che, come al solito, mi stuzzica. E’ un finto rosato a livello cromatico, sosta tra i 15 ed i 18 giorni sulle bucce. Al naso prevale inizialmente, a bottiglia appena aperta, un aspetto legnoso (anche se il legno non lo vede proprio), per poi sfociare su un sacco di frutti rossi e di bosco. L’annata 2015  è un piccolo Pinot nero che ti parla, che vuole essere assecondato ed aspettato, con un tannino ancora fresco e vivo (anche se non troppo allappante) e un retrogusto che riconduce alle amarene.

Questa giornata alternativa nella mia vita da appassionata di vini si è conclusa con una “degustazione” di quattro tipologie di mele antiche (consultando un vecchio libro comprato in un mercatino sembrano riconducibili alle varietà conosciute come renetta ananas, belladonna, limoncella e calvilla rossa) provenienti da alcune piante coltivate vicino alla cascina, senza alcun trattamento.

Che dire: Andrea e Lina sono fantastici, così come il tempo trascorso a tavola con loro, aprendo quelle bottiglie, ascoltando il loro sapere. Hanno dei vini che, senza scoprire i produttori e il luogo dal quale provengono, forse non sono del tutto comprensibili e non assumono pienamente il valore che meritano.

Una giornata davvero unica, dove non si parla di sentimenti d’impatto all’assaggio. Mi sono emozionata concedendo ai vini, e a me stessa, una pausa di riflessione con il calice in mano, ricordando questi momenti come un’esperienza che porterò con me per sempre.

Alla prossima Cascina Bandiera​!

# cincin