Ferrocinto – Castrovillari (CS)

Immergendomi nell’entroterra della punta del nostro amato stivale italiano, ho contattato la tenuta di FERROCINTO, colpita dal connubio di tradizione e innovazione che emergeva guardando gli scatti presenti sul web.

Mi sono quindi diretta a Castrovillari, in provincia di Cosenza, dove dal 2008 l’azienda Ferrocinto (legata alla società agricola cooperativa Campoverde) vinifica in proprio le uve coltivate in 50 ettari vitati su suolo rosso (ricco di ferro e magnesio) in collina fino a 580-600 metri s.l.m..

Il Magliocco è il Re di casa, seguito da Mantonico, Greco Nero e Greco Bianco. Il restante 20% della coltivazione è di Chardonnay, Cabernet e Merlot. L’azienda ha concluso recentemente le procedure di certificazione biologica, presentando sul mercato una nuova linea di vini BIO.

Appena si arriva in cima alla collina dove si trova la tenuta, si rimane affascinati dalla masseria fortificata della metà dell’800 (di proprietà della Famiglia Salituri), seguita sulla destra da una moderna struttura che fa accomodare con gli occhi tra i vigneti nella Conca del Re, zona ambita per la produzione diversificata a livello agricolo, a soli 15-20 km sia dal Mar Ionio che dal Tirreno, caratterizzata da sbalzi termici giorno-notte, correnti marine e montane che predispongono tanti microclimi zonali. Questa zona è rinomata anche per la produzione del Riso di Sibrai.

La struttura ultramoderna della barricaia e dell’open space dedicato a degustazione ed eventi è caratterizzata da due materiali: il CORTEN, che richiama il colore del terreno e il LARICE, che ricorda gli arbusti degli olivi.

Per gli appassionati di architettura lascio il link di spiegazione del progetto di realizzazione dell’edificio, seguito da Francesco Lamanna: 

https://www.theplan.it/award-2018-production/barricaia-ferrocinto-1

Tornando alla produzione di vino, l’azienda Ferrocinto ha reimpiantato nel 2001 l’intera coltivazione con vitigni autoctoni ed internazionali. Da quattro anni ha iniziato un percorso di ricerca delle cultivar presenti nei loro areali, analizzando circa 1.000 campioni, 110 dei quali presentavano un DNA sconosciuto ai registri e il loro impegno è stato (ed è tuttora) la continua analisi di queste viti, coltivandone alcune nell’ottica di poter avere sempre un maggior numero di prodotti autoctoni che possano racchiudere le peculiarità della zona (Campo biodiversità Pollino Calabrese).

L’attuale selezione di vini include uno spumante charmat, due metodo classico e una decina di vini fermi da monovitigno. Produzioni limitate, con rese massime di 50 quintali ettaro, vendemmia a mano e in cassette, seguiti in cantina dagli enologi Marco Monchiero e Stefano Coppola.

CLAVÈ è un Greco Bianco charmat lungo (40-45 giorni), dotato di un naso elegante con note floreali, erbette fresche e pera verde. Un perlage fine ed elegante all’ingresso in bocca, di buon corpo, fresco e con un timbro sapido persistente in chiusura. Divertente e gioioso da bere.

A seguire DOVÌ BIANCO, lo CHARDONNAY rifermentato in bottiglia, millesimo 2014 con sboccatura fine 2019. Note croccanti e tostate ben accentuate, sentori di frutta matura che si concentrano all’olfatto in chiave delicata e sinuosa. Bella beva leggera d’ingresso ove prevalgono l’aspetto minerale e le note ferrose del terreno. Perlage notevole e duraturo. Il valore aggiunto che ho percepito è dato dal terroir valorizzata rispetto all’impronta del lievito e dello chardonnay. Un’espressione molto interessante, degna di una grande bevuta.

DOVÌ ROSÈ, 100% AGLIANICO, è stato premiato come miglior spumante rosè a Radici del Sud 2019. L’annata 2015, sboccata a luglio 2020, è una bolla fresca e biricchina, ancora giovane, ma con lo sprint giusto al palato per dare soddisfazione dopo qualche mese dalla sboccatura. Anche in questo calice l’impronta della sapidità del terreno è ben presente. Grande persistenza e retrogusto agrumato. Continua salivazione in bocca, un calice chiama l’altro, che bontà! Notevole bilanciamento tra naso e palato, presenta una sua identità ben distinta.

Della DOP TERRE DI COSENZA del POLLINO, il MANTONICO mi ha lasciato un ricordo incredibile con un boom al naso di mela e pera, contornato da leggero pot-pourri, gesso e spezie dolci. Giallo paglierino luminoso alla vista, secco, raffinato, con chiusura erbacea alla degustazione. Che aromaticità nei profumi, fa strage. Sapidità presente ma più delicata la nota rispetto agli altri. 

Il POLLINO ROSATO DI AGLIANICO viene prodotto solo con il mosto fiore, senza macerazione leggera con le bucce, affinato 6 mesi in legno e 6 mesi in bottiglia. Profuma di donna, rose rosse, talco e rossetto. Elegante, suadente.

Il PECORELLO è un altro bianco chic, ancor più profumato del Mantonico…molto gustoso al palato con una bevuta di corpo. Lungo e fine.

In chiusura la perla rossa calabrese, il MAGLIOCCO, affinato 6 mesi in barrique di rovere francese. Pane appena sfornato, fiori secchi, profumo di spezie natalizie, infusi di frutta e scorze di agrumi: questo il bouquet sviluppato nel calice dal quale sono stata catturata. Vino morbido, leggermente polveroso. Una bella acidità coniugata alla parte tannica in perfetto equilibrio.

Dopo qualche scatto meraviglioso della Tenuta di Ferrocinto, purtroppo in una giornata uggiosa, posso confermare di aver conosciuto un’azienda affidabile, con prodotti di notevole qualità che vale la pena scoprire. Il valore che emerge è la ricerca della differenza che sta nel loro territorio, dove la natura può solo regalare condizioni ideali per fare dei grandi vini unici.

Una perla del nostro Sud Italia, bella da vivere e buona da degustare.

#cincin

I Cacciagalli – Teano (CE)

Cercavo pace, relax, silenzio… cercavo un posto magico dove rifarmi gli occhi ammirando la natura e dove poter finalmente essere coccolata con cibo e vino di qualità dopo questo periodo di routine differente.

Sono arrivata all’ingresso della Campania dove, tra il gruppo vulcanico di Roccamonfina e il Parco Regionale del Matese, sorge la cittadina di Teano, a circa 190 metri s.l.m..

Alberi di nocciole e vigne coronano la struttura dell’azienda agricola biodinamica I CACCIAGALLI, proprietà di Diana Iannaccone e suo marito Mario Basco che hanno fatto di questa masseria del 1700, rivestita di tufo grigio, un piccolo angolo di paradiso per gli amanti dello #slow. Il tutto affiancato ad una pratica e razionale cantina, inaugurata nel 2018. 

L’azienda I CACCIAGALLI punta alla sostenibilità, mantenendo la biodiversità e sposando la biodinamica sui 35 ettari di proprietà che circondano il complesso. Oliveti, noccioleti, seminativo, castagno e 11 ettari di vigne su terreni di origine vulcanica e sabbiosi. 

Le uve internazionali coltivate negli anni ’60-’70 con sistema a tendone, a partire dal 2004 sono state rimpiazzate in toto da vitigni autoctoni a spalliera. Tra questi, Fiano e Falanghina coprono quasi il 70% della produzione, seguiti da Aglianico, Piedirosso e Pallagrello nero. Nel 2011 si inizia a parlare di biodinamica per tutta la loro produzione e dal 2012 le anfore diventano il cuore pulsante della metodologia di vinificazione ed affinamento dei vini. Ad oggi se ne possono contare ben 53: quelle di Impruneta, prodotte da Artenova, porose e ottime per la macerazione, le Tava trentine, le Clayver in ceramica. 

Passeggiando con Mario nell’anforaia è emersa un’alta sensibilità di utilizzo e la voglia continua di sperimentazione perchè per lui sono un mezzo importante di trasmissione delle peculiarità delle uve.

A casa I CACCIAGALLI non c’è nulla di convenzionale: in vigna il lavoro è tanto e minuzioso, con sovesci che permettono alle radici di andare a fondo creando struttura, mentre in cantina il processo produttivo prevede l’impiego di lieviti indigeni per le fermentazioni spontanee e pochissima solforosa, omettendo travasi e chiarifiche. 

Della loro piccola produzione di 45.000 bottiglie annue, AORIVOLA, PELLEROSA e ZAGREO sono stati i protagonisti della mia degustazione esplorativa. 

AORIVOLA 2018 è una falanghina, macerata 12 ore con le bucce, che passa in acciaio e in cemento. Un lucente giallo paglierino si presenta ai miei occhi e un bouquet di fiori ampio e delicato si incontra con il mio olfatto la prima volta che lo annuso. A seguire, un’ondata minerale che si impregna nell’aria e da lì, visto il mio debole per le note fresche e saline, inizio a conoscerlo a piccoli sorsi. E’ carico, pieno ed intenso, con la sapidità che emerge anche al palato chiudendo con una buona acidità. Pulito, di grande persistenza. Nel frattempo le sfaccettature al naso mi riportano a sensazioni di profumo da donna, di quelli indimenticabili ricchi di fiori. Lo riassaggio e me lo gusto a pieno. Tutto rimane stabile come al primo impatto e la chiusura retro gustativa mi ricorda note di erbette aromatiche, mentuccia, anice, radice di liquirizia che si sposa con le note saline. Da aperitivo dignitoso e buon accompagnatore di pasti moderatamente saporiti. In quel momento avrei addentato un fiore di cappero e una bella bruschetta con pomodoro fresco e bufala. Aorivola per me è strutturato, fiero e schietto, per nulla classico.

PELLEROSA 2018 è un vino rosato di uva Aglianico, fermentato ed affinato in anfora. Il corallo che potete vedere nelle foto, leggermente aranciato, è luminoso come un’ambra. Il liquore maraschino è la prima connessione che ritrovo appena stappato e versato nel calice. Poi spuntano fiori secchi, chinotto e tamarindo. Delicato e con personalità, pulisce la bocca con la giusta proporzione tra acidità e morbidezza. Leggermente tannico e secco nella chiusura netta. Non scivola così in fretta, tant’è che ti ritrovi a chiederne ancora, immaginandolo accanto ad una pizza, uno spaghetto allo scoglio o delle gustose cozze al pomodoro. 

A conclusione prende posto nel calice il Signor Fiano ZAGREO 2018. Lui sta comodamente in anfora, con una macerazione sulle bucce di circa un mese e mezzo, e si dà delle arie perchè sa che il suo caratterino è abbastanza unico e i palati capricciosi e navigatori del mondo enoico artigianale non vedono l’ora di incontrare calici così spettacolari. La dignità dell’uva rimane inalterata, è un vino interessante e non banale, emerge tutto il terroir ma il contenitore lo impreziosisce di sfumature e struttura.Mi fa sorridere rileggere i miei appunti dove cito una marca di the freddo al limone conosciuto da tutti noi, ma effettivamente l’infusione delle foglie di tè con le sue note delicate e la parte agrumata del succo di limone, sono tra i sentori principali di questo ZAGREO . Camomilla e altri fiori bianchi e gialli si addensano al naso pian piano mentre si apre e si scalda. Una sensazione raffinata ma, allo stesso tempo, rustica durante il sorso, che risulta comunque fresco, minerale e di grande complessità, con sfaccettature continue. Retrogusto con velo accennato di incenso e fiori essiccati che ritornano.

Continuo a gustarlo con il pensiero mentre riguardo le foto della masseria, una struttura ricettiva con appartamenti, biopiscina (per rimanere in armonia con la filosofia di casa) e un ristorante curato come location e pure come materie prime dei piatti. Una realtà dove l’amore per la natura è sottolineato in ogni particolare.

#cincin

Riccardo Danielli – Benedetta Primavera e Benvenuto PLIOCENE

Eh sì, seppur con settimane di ritardo, vorrei esclamare “Benedetta Primavera” perchè è arrivato il momento di vedere vestito e tappato Pliocene.

Pliocene è la prima etichetta di un giovane vignaiolo artigiano di Allerona, un borgo nel cuore dell’Italia, non molto lontano da Orvieto e dal Lago di Bolsena.

Pliocene è la rinascita di Riccardo Danielli, classe 1983, che dopo tanti anni di lavoro a supporto di altre aziende vitivinicole, ha deciso di uscire allo scoperto scegliendo di produrre Pliocene, manifesto della sua anima di sognatore.

Ha preso in affitto dei piccoli appezzamenti con vigne semi abbandonate e gli ha trasmesso tutto ciò che in questi anni ha imparato, ovvero che la natura dev’essere assecondata ed istruita a produrre del buon vino.

Le vigne di oltre 50 anni sono gestite con un sistema di allevamento alternativo ed antico, con quattro archetti che fanno scendere i rami come un salice piangente e in alto viene posizionata a sostegno una croce.

Le uve per la produzione di questo vino sono quelle tipiche dell’Orvieto classico (Grechetto, Procanico e Trebbiano) che per la vendemmia di debutto, la 2019, hanno fatto 2 giorni di macerazione in vetroresina, poi

qualche travaso sulle fecce fini tra inox e vetroresina prima dell’imbottigliamento lo scorso marzo.

Passato un mese di assestamento in bottiglia finalmente può essere stappata.

Parliamo di un vino senza filtrazioni, con una solforosa sotto i 25mg/L e delle volatili spinte.

Ma vediamo un può cosa mi racconta Pliocene versandolo nel calice:

Il suo colore mi collega direttamente all’estate e al the al limone, è luminoso e brilla d’oro.

Naso pulito seppur leggermente chiuso al primo impatto, poi prende confidenza e mi propone ricordi di fiori secchi, paglia, note di camomilla, anice stellato e finocchietto selvatico, insomma un infuso di fiori ed erbe.

Sorso abbastanza pieno e leggermente astringente (molto probabilmente la responsabilità è mia perchè ho voluto testare una temperatura da bianchi), scorrevole e sapido che lascia tracce sul palato tra l’acido e il dolce, un mix da spremuta di arancia. Termina con un velo che si appoggia sul palato richiamando un altro sorso. E’ un vino “saporito” che incita il GLU-GLU. Lascio una lacrima nel calice, gli concedo un minuto e riassaggiandolo emerge il gusto dell’acino d’uva.

Non posso fermarmi, questo vino mi sembra variabile come il meteo della Primavera, devo concedermi e concedergli altri momenti di degustazione.

Il secondo giorno il naso è più assestato e comodo, l’infuso di erbe è più intenso e si ripropone contornato da note di propoli e scorze di cedro. In bocca è asciutto, abbastanza caldo e lineare, un vino dissetante e pulito, che continua a stimolare la beva.

Nei due giorni seguenti qualcosa vira e Pliocene non lo reputerei solo un vino da bere facilmente, assume note (ed emozioni) romantiche che richiamano anche l’accompagnamento al cibo.

L’olfatto regala accenni di frutta secca e fiori secchi, degustandolo fresco la mandorla dell’amaretto lascia le sue tracce nel retrogusto, poi in bocca diventa più cremoso e ampio seppur ancora leggermente astringente, con un finale che continua a rimanere sull’asciutto e sapido.

Pliocene è risultata una piacevole scoperta che mi ha animato una settimana di quarantena, allenando olfatto e gusto alla ricerca delle mille sfaccettature che un vino può donare. Mi sono divertita nel testarlo in diversi step e non vedo l’ora di stappare questo “neonato” in compagnia!

Grazie a Riccardo e #cincin di Buona Fortuna!

Per chi volesse approfondire sul nome di questo vino e sul perchè Riccardo ha disegnato una balena in etichetta, vi riporto un estratto del suo sito:

“BALENA

Passeggiare in un campo, imbattersi in una conchiglia e vedere il mare in una pozzanghera.

Gusci di noci della colazione del nonno che diventano scafi inaffondabili ed essere pronti a salpare nel mare del pliocene…

Un mare narrato dai nonni, un mare di un tempo molto molto lontano, un mare che ci faceva sognare e vedere le piante sott’acqua e le colline diventare onde.

Qui, silenziosa e solitaria, nuotava sui fondali , accarezzando con la pancia la stessa terra di sabbia e argilla dove io oggi trascorro le mie giornate.

Si muoveva lenta e tranquilla, in quella natura remota, di cui lei era la custode, in un equilibrio esatto, solido e pacifico, che ancora avverto nei frutti del mio lavoro. E, come lei, silenzioso e attento, cerco di custodire con fedeltà le antiche tradizioni, proteggendo l’eredità del passato nel rispetto dei ritmi naturali.

Lei era la Balena, una strada che mi ha portato nell’ unico posto possibile: il mio.”

Fonte: https://www.riccardodanielli.it

Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

Villa Corniole – Giovo (TN) – Val di Cembra

A pochi minuti dalla cittadina di Trento, proseguendo verso est, si sale in un piccolo territorio di montagna, terrazzato e coltivato a vite su terreno di porfido: la Valle di Cembra.

In questo paesaggio davvero scenografico, tra masi, caneve e laghi, primeggiano anche le aziende vitivinicole. Ad oggi, tuttavia, sono solamente sette quelle con coltivazione dell’uva per la produzione a marchio privato e sono tutte a gestione familiare.

Il resto delle vigne, allevate su un’estensione di 708 km di muretti a secco, è gestita più come “hobby” o come secondo lavoro dai “vignaioli del week-end” che conferiscono l’uva a realtà di maggiori dimensioni della provincia trentina.

Per il mio primo tour nella Val di Cembra, ho scelto Villa Corniole in quanto lo scorso luglio avevo conosciuto i proprietari alla Rassegna Muller Thurgau.

Villa Corniole è una realtà familiare nata circa vent’anni fa, dopo un passato da conferitori, e si caratterizza fin da subito per la produzione di vini bianchi. Negli anni successivi le etichette sono state completate con Pinot Grigio, Lagrein, Teroldego e, nell’ultimo anno, Pinot Nero. Un comprensorio di circa dieci ettari tra i terrazzamenti a Giovo e sul Monte Corona e qualche bel vigneto di rossi di tre ettari nella Piana Rotaliana.

Tralasciando i rossi della Piana (visto il focus del tour sulla Vallata), il mio interesse si è incentrato sui vini bianchi fermi e sugli spumanti del territorio.

Di principale importanza per l’Azienda è il pluripremiato Müller Thurgau, allevato con vigneti a pergola in quota sul Monte Corona, tra i 600 e gli 850 metri, su suolo calcareo (il comune di Giovo è l’unica zona di questo comprensorio che si caratterizza per la presenza di calcare, invece del porfido). Il debutto nel calice dell’annata 2017 è molto ampio al naso, con una carica di fiori e frutta seguiti da note dolci, minerali e da una leggera sensazione talcata. Assaggiandolo, il romanticismo del naso ha assunto un carattere deciso, con l’impatto sapido che si è elegantemente appoggiato con il suo corpo sul palato. Intrigante la sua personalità che chiude con erbe aromatiche nel retrogusto. Un buon compromesso per aperitivi o piatti a base di verdure.

Lo Chardonnay è il secondo vitigno principe della Valle, prediletto per il metodo classico Trento Doc, assieme al Müller copre l’80% della produzione dell’areale.

Con i vigneti di Chardonnay, coltivati sotto il paese di Giovo tra i 400 e 500 metri di altitudine, vengono prodotte due belle bollicine, conosciute con il nome SALISA (nome dedicato alle tre figlie). Due espressioni 100% Chardonnay nate come piccola produzione, ma che hanno preso ora il primo posto con la vendemmia 2018, arrivando a 25.000 bottiglie annue sulle 70.000 totali.

Scegliere non era facile e allora perchè non conoscerle entrambe?!

SALISA Brut millesimo 2015 con sboccatura 2019 si presenta al primo impatto in bocca con la mineralità del naso. Ricorda poi i biscotti al burro, la mela, le erbe aromatiche e le pietre. Un sorso raffinato seppur dalla bolla biricchina e dalla freschezza intensa. 3,5 grammi/litro di residuo zuccherino e 38 mesi di affinamento sui lieviti. Molto verticale e minerale, dove il terreno emerge dal naso alla bocca, rimanendo comunque morbido. Nel finale emergono le caratteristiche dell’uva Chardonnay con ritorni di mela e un po’ di mandorla.

SALISA zero 2014 con sboccatura 2018 ha un ventaglio di profumi più maturi e il perlage è maggiormente fine e cremoso (soprattutto al palato). Il sorso inganna con un’alta freschezza e sapidità del brut, che incentivano la beva. Divertente e “saporito”, da godersi durante i pasti. Anche in questo caso pochi fronzoli, pulizia e voglia di berlo senza pesantezze da lieviti o da legno!

Gli aromi freschi ed intensi e l’alta freschezza al palato di questi vini sono riconducibili alla peculiarità della zona che consiste in una notevole escursione termica, con anche 15 gradi di differenza tra il giorno e la notte e con correnti fredde provenienti dalla Val di Fiemme e dalla Val di Fassa.

Un gran bel debutto tra i Cembrani e il loro saper fare vino… Una gioia da condividere con voi l’essere stata accolta da Maddalena di Villa Corniole nella loro piccola cornice pittoresca, ma veramente tosta per produrre vino. Come si può notare dalle foto, bisogna essere degli eroi per lavorare tra le pendenze di questi vitigni…

Ma fortunatamente i risultati premiamo, anche con il riconoscimento della sottozona Cembra Superiore all’interno del Disciplinare del Trentino DOC.

Complimenti per questo piccolo paradiso e per questi frutti da apprezzare a tutto tondo nei calici!

Alla prossima

#cincin