Corvezzo Winery – Il Prosecco Biologico – Cessalto (TV)

Per la prima volta…

sono stata a Cessalto (nel trevigiano), terra del Prosecco DOC, ospite della famiglia Corvezzo, vignaioli da quattro generazioni. Giovanni Corvezzo ha rivoluzionato l’azienda portandola ad una conduzione totalmente biologica, certificata dal 2017, con una produzione annua di 4,2 milioni di bottiglie su 150 ettari a corpo unico, prevalentemente di Glera e Pinot Grigio. Durante l’evento di giovedì scorso organizzato da Lionella Genovese è emerso che Esperienza, Tecnologia, Monitoraggio e Conoscenza del Territorio possono permettere di dire al BIO!

Vi avevo lasciato così sabato scorso, dichiarando la meta enoica che avevo raggiunto il 17 ottobre, quando le porte della Corvezzo Winery si sono aperte al mercato italiano, presentandosi a fondo davanti a giornalisti, blogger, enologi e sommelier. Zero filtri nell’esposizione di ogni dettaglio che li ha portati ad essere leader di settore per la produzione di Prosecco e Pinot Grigio biologici.

La prima parte della giornata si è incentrata sulla gestione della viticoltura nei vigneti accanto all’azienda, in compagnia dell’agronomo Filippo Scortegagna. Una vera e propria lezione a cielo aperto, testimone della possibilità di fare biologico su grandi appezzamenti (perché effettivamente siamo abituati a pensare in piccolo quando si nomina la parola biologico).

Innanzitutto si può lavorare in biologico supportati da strumenti e tecnologia: macchinari che effettuano il diserbo meccanico con disco rincalzatore, macchinari che seminano tra i filari miscele di semi, leguminose e avena per il sovescio, colonnine meteorologiche per il monitoraggio climatico delle differenti aree. E’ stato dismesso l’utilizzo di insetticidi convenzionali, sostituiti dalle tecniche di confusione sessuale per la lotta alla tignola e tignoletta mediante bastoncini gommosi porosi imbibiti di feromoni sessuali (circa 650 pezzi per ettaro, posizionati a mano). Come azione di copertura, utilizzo di rame e zolfo per trattamenti fitosanitari, polvere di roccia, semi di pompelmo, olio essenziale di arancia. No pesticidi, no erbicidi, no fertilizzanti di sintesi. Conoscenza del territorio, continua sperimentazione, monitoraggio costante dell’ambiente, del meteo e dei risultati, nonché prontezza nella gestione delle uve sono i concetti principali del team di esperti della Corvezzo Winery.

Un altro traguardo dell’azienda è legato ai vitigni resistenti. Nel 2016 è stato piantato un piccolo appezzamento di barbatelle di Sauvignon Kretos, varietà studiata e perfezionata dall’Università di Udine, prodotta e venduta presso i Vivai cooperativi di Rauscedo (PN). La vendemmia 2019 è stata la prima vinificata con i frutti di questo vigneto di un ettaro e mezzo e potrà diventare un IGT VENETO con un’etichetta che l’Azienda non vede l’ora di spiegare al mercato.
Anche questa scelta dei vitigni resistenti riduce in maniera significativa (60-70%) l’uso di fitosanitari, migliorando l’ecosostenibilità e il benessere dei consumatori.
A vantaggio/ svantaggio (è ancora necessario eseguire studi e sperimentazione) una maturazione precoce delle uve che, al momento, disequilibra i ritmi aziendali e la difficoltà nella comunicazione con il consumatore spesso non ancora pronto ai vini da vitigni resistenti.
E’ tutto in divenire ed io non posso che essere curiosa di quello che sarà, sia per la scoperta all’interno dei calici di una varietà che ancora non ho provato, sia per l’ampliamento di vedute che quest’azienda ha manifestato.

Complici di questa mission green anche i due Enologi Fabio Bigolin, consulente esterno da 18 anni, esperto della sfera biologica, e Andrea Toffoli che ha debuttato nel team interno della cantina in fase pre-laurea nel 2013.
Affiancati da loro, il terzo step della giornata è stato immerso tra tank inox, autoclavi e vasche di cemento termoregolate, i principali attori in questo ciclo produttivo per iniziare a parlare di vino.
TEMPESTIVITA’ è la parola chiave in quanto l’uva vendemmiata sosta al massimo mezz’ora nel carro prima di passare alla tramoggia e poi nella pressa. Una velocità dei processi, con diminuzione dei tempi che riducono la possibilità di uva ossidata e, di conseguenza, meno concentrata di anidride solforosa.

Le altre armi degli enologi, cui prestano molta attenzione, sono MOSTI e TAGLI. Viene effettuata la separazione di un mosto super fiore dallo sgrondo in tramoggia e di un mosto fiore dalla pressa con diraspatura, lavorazioni che permettono di ricavare due nettari soffici e delicati. Il lavoro successivo delle pressate concentra il mosto a contatto con le bucce, rilasciandone uno di secondo ancor più aromatico, soprattutto dalla Glera che risulta carica di profumi grazie ad una buccia più spessa, merito dell’agricoltura biologica.

Ogni varietà a casa Corvezzo è lavorata, vinificata e stoccata separatamente per poi procedere con i blend in base alle caratteristiche dei vitigni, delle annate e al risultato di maturazione in vasca. Un lavoro di tagli tra le grandi masse delle prime e le seconde per mantenere la costanza dei profumi e l’impronta dell’azienda, sempre nel rispetto della vendemmia.

Si procede quindi con l’illimpidimento dei mosti prima della fermentazione o con decantazione statica oppure tramite insufflazione di azoto o aria. A seguire, la fermentazione di 7-10 giorni, al momento fatta con inoculo di lieviti selezionati (in fase di sperimentazione l’utilizzo di quelli indigeni), infine niente chiarifiche prima di passare alle autoclavi.

Tanta cura nei dettagli e tanta professionalità anche in cantina. E allora, armati di camice e calice, abbiamo aperto i rubinetti per scoprire mosti di glera con e senza battonage, vino post malolattica, vino in fermentazione in cemento, Incrocio Manzoni passato e non passato nel legno. Tanti giochi piacevoli nell’assaggio e tante sfumature all’olfatto. E’ stato un vero e proprio divertimento per nulla scontato e soprattutto distante (per mia fortuna) dalla linearità del Prosecco solitamente conosciuta.

La giornata si è conclusa con una panoramica commerciale e marketing per approfondire ancora di più CHI SONO e QUAL E’ IL LORO PROGETTO. Abbiamo conosciuto così Niccolò Dalla Colletta e Mattia Granzotto che hanno riassunto l’essere 100% Bio della Corvezzo con un know-how solido sul biologico, il controllo della filiera e la sostenibilità ambientale ed economica.
Nel mondo vitivinicolo trevigiano, su 1.601 ettari totali di vigneti biologici, Corvezzo è la più grande di 210 aziende che in media possiedono ognuna 7,6 ettari.
Osservando invece il totale della produzione di Prosecco DOC biologico, gli ettari su tutta la zona sono 423, di cui 101 hanno il nome Corvezzo (parliamo del 23,6%).

Farsi conoscere dal mercato italiano che risulta più restio rispetto altri Paesi nei confronti del biologico, valorizzare gli autoctoni Manzoni e Raboso, concludere a breve il Progetto Biodinamico sono i loro prossimi obiettivi.

Per quanto riguarda i prodotti, sono presenti ben tre linee che contraddistinguono l’azienda:

TERRE DI MARCA con un Prosecco extra dry millesimato, un Pinot Grigio e due vini da “shakerare” (in quanto rifermentati in bottiglia col fondo), un Prosecco doc e un rosè di Raboso. Vini freschi, da aperitivo e senza pensieri!

CORVEZZO CLASSICA l’immagine principale e più conosciuta del brand Corvezzo, con diverse varietà di spumanti e di Prosecco dal packaging essenziale ed elegante.

SELEZIONE OLME’ con alternative per palati raffinati o alla ricerca di vini importanti da scoprire.

Prima dei saluti, la presentazione del nuovo packaging con la bottiglia dalla forma esclusiva con in rilievo delle linee verticali che rappresentano i filari, tappo rigorosamente spago, come da tradizione per il prosecco, un’etichetta in materiale riciclato.

Cosa ne pensate?

Personalmente apprezzo l’essenzialità e la pulizia grafica che valorizzano, assieme alle certificazioni marcate nella parte dietro delle etichette, quanta importanza abbia per loro ESSERE BIOLOGICI.

Per non dimenticare, avviso che si parla anche di prodotti VEGAN. Quindi avanti tutta bevitori italiani, le porte sono aperte nei confronti di tutte le vostre scelte alimentari!

Per rimanere aggiornati sui racconti e le avventure di Giovanni “Happy Farmer” vi lascio il link del suo blog http://www.ilproseccobiologico.com

Nel frattempo chiudo la mia parentesi inaspettata legata al Signor Prosecco.

#cincin

Villa Corniole – Giovo (TN) – Val di Cembra

A pochi minuti dalla cittadina di Trento, proseguendo verso est, si sale in un piccolo territorio di montagna, terrazzato e coltivato a vite su terreno di porfido: la Valle di Cembra.

In questo paesaggio davvero scenografico, tra masi, caneve e laghi, primeggiano anche le aziende vitivinicole. Ad oggi, tuttavia, sono solamente sette quelle con coltivazione dell’uva per la produzione a marchio privato e sono tutte a gestione familiare.

Il resto delle vigne, allevate su un’estensione di 708 km di muretti a secco, è gestita più come “hobby” o come secondo lavoro dai “vignaioli del week-end” che conferiscono l’uva a realtà di maggiori dimensioni della provincia trentina.

Per il mio primo tour nella Val di Cembra, ho scelto Villa Corniole in quanto lo scorso luglio avevo conosciuto i proprietari alla Rassegna Muller Thurgau.

Villa Corniole è una realtà familiare nata circa vent’anni fa, dopo un passato da conferitori, e si caratterizza fin da subito per la produzione di vini bianchi. Negli anni successivi le etichette sono state completate con Pinot Grigio, Lagrein, Teroldego e, nell’ultimo anno, Pinot Nero. Un comprensorio di circa dieci ettari tra i terrazzamenti a Giovo e sul Monte Corona e qualche bel vigneto di rossi di tre ettari nella Piana Rotaliana.

Tralasciando i rossi della Piana (visto il focus del tour sulla Vallata), il mio interesse si è incentrato sui vini bianchi fermi e sugli spumanti del territorio.

Di principale importanza per l’Azienda è il pluripremiato Müller Thurgau, allevato con vigneti a pergola in quota sul Monte Corona, tra i 600 e gli 850 metri, su suolo calcareo (il comune di Giovo è l’unica zona di questo comprensorio che si caratterizza per la presenza di calcare, invece del porfido). Il debutto nel calice dell’annata 2017 è molto ampio al naso, con una carica di fiori e frutta seguiti da note dolci, minerali e da una leggera sensazione talcata. Assaggiandolo, il romanticismo del naso ha assunto un carattere deciso, con l’impatto sapido che si è elegantemente appoggiato con il suo corpo sul palato. Intrigante la sua personalità che chiude con erbe aromatiche nel retrogusto. Un buon compromesso per aperitivi o piatti a base di verdure.

Lo Chardonnay è il secondo vitigno principe della Valle, prediletto per il metodo classico Trento Doc, assieme al Müller copre l’80% della produzione dell’areale.

Con i vigneti di Chardonnay, coltivati sotto il paese di Giovo tra i 400 e 500 metri di altitudine, vengono prodotte due belle bollicine, conosciute con il nome SALISA (nome dedicato alle tre figlie). Due espressioni 100% Chardonnay nate come piccola produzione, ma che hanno preso ora il primo posto con la vendemmia 2018, arrivando a 25.000 bottiglie annue sulle 70.000 totali.

Scegliere non era facile e allora perchè non conoscerle entrambe?!

SALISA Brut millesimo 2015 con sboccatura 2019 si presenta al primo impatto in bocca con la mineralità del naso. Ricorda poi i biscotti al burro, la mela, le erbe aromatiche e le pietre. Un sorso raffinato seppur dalla bolla biricchina e dalla freschezza intensa. 3,5 grammi/litro di residuo zuccherino e 38 mesi di affinamento sui lieviti. Molto verticale e minerale, dove il terreno emerge dal naso alla bocca, rimanendo comunque morbido. Nel finale emergono le caratteristiche dell’uva Chardonnay con ritorni di mela e un po’ di mandorla.

SALISA zero 2014 con sboccatura 2018 ha un ventaglio di profumi più maturi e il perlage è maggiormente fine e cremoso (soprattutto al palato). Il sorso inganna con un’alta freschezza e sapidità del brut, che incentivano la beva. Divertente e “saporito”, da godersi durante i pasti. Anche in questo caso pochi fronzoli, pulizia e voglia di berlo senza pesantezze da lieviti o da legno!

Gli aromi freschi ed intensi e l’alta freschezza al palato di questi vini sono riconducibili alla peculiarità della zona che consiste in una notevole escursione termica, con anche 15 gradi di differenza tra il giorno e la notte e con correnti fredde provenienti dalla Val di Fiemme e dalla Val di Fassa.

Un gran bel debutto tra i Cembrani e il loro saper fare vino… Una gioia da condividere con voi l’essere stata accolta da Maddalena di Villa Corniole nella loro piccola cornice pittoresca, ma veramente tosta per produrre vino. Come si può notare dalle foto, bisogna essere degli eroi per lavorare tra le pendenze di questi vitigni…

Ma fortunatamente i risultati premiamo, anche con il riconoscimento della sottozona Cembra Superiore all’interno del Disciplinare del Trentino DOC.

Complimenti per questo piccolo paradiso e per questi frutti da apprezzare a tutto tondo nei calici!

Alla prossima

#cincin

L’aperitivo con Gagà – Santa Colomba – Lonigo (VI)

Agosto per me è stato sinonimo di relax, divertimento e goduria.
Quando d’estate il meteo non è ideale per sdraiarsi sotto il sole e non pensare a nulla, quale miglior alternativa di andar a trovare un amico vignaiolo?
Senza allontanarmi molto da casa, ho fatto tappa nella cittadina di Lonigo (VI) per andare a trovare Gianfranco Mistrorigo, un piccolo e recente produttore di vini naturali, che ha maturato esperienze significative in affiancamento ad Angiolino Maule e a Montalcino (presso l’azienda Loacker) prima di decidere, insieme al suo socio Marco Dani, di gestire una propria azienda vitivinicola.

Nel 2016 Gianfranco e Marco si sono presentati al pubblico di Vinnatur con campioni da vasca frutto del loro primo lavoro da vignaioli dell’Azienda SANTA COLOMBA, gestita in convenzionale fino a qualche anno prima dai Padri Pavoniani di Lonigo, successivamente da loro convertita (come prima gestione) in biologico per poi proseguire con minimi interventi sia in vigna che in cantina.

“Santa Colomba sorge sopra una collina tutto riso e amore, da cui l’occhio spazia per le dorate vie del firmamento, per le interminabili pianure e trascorre rapidissimo fino alle azzurre vette degli Appennini e alle candide Cime delle Alpi”(Arturo Pomello, 1886).

Ma il nostro appuntamento è stato presso il piccolo showroom alla destra dell’ingresso del parco di Villa San Fermo, un angolo storico di Lonigo, con un monumento imponente ed elegante all’interno del giardino.

Fare aperitivo con Gianfranco significa condividere aspetti interessanti della sua cultura enologica (convenzionale per studi, artigianale e naturale per esperienza e passione) e stappare quattro delle cinque etichette che parlano di lui e della sua impronta fresca, leggera e pulita; significa spaziare tra infiniti argomenti mentre provi a capire chi è e che vini produce.

E così finisci per perderti in infinite conversazioni, salvo poi renderti conto che, se si va avanti così, tocca aprire un’altra bottiglia perché tra una chiacchiera e l’altra te la sei scolata tutta senza aver preso nota di niente.

Detto ciò questo è quello che ho capito di alcuni dei suoi vini provenienti da 10 ettari vitati su suolo argillo-calcareo.

Il PRINCIPIANTE, garganega rifermentata con il passito della stessa uva, è stato il loro primo vino desiderato, prodotto con quest’uva che per me è davvero magica. La dose da degustazione è da abbondare per il primo concetto di leggerezza che lo rappresenta. Sfumatura paglierina cupa che, a poco a poco, s’illimpidisce con piccole bollicine brillantinose. Profuma di pompelmo, erbe di campo e fiori secchi. E’ un vino che assume le sembianze di una bevanda rinfrescante ed energetica, con un sorso spiritoso, la spuma che lascia tracce croccanti e un senso di pulito al palato con note saline in chiusura.

L’etichetta del GAGA’ rappresenta il Dandy del Principe Giovannelli, il vecchio proprietario di Villa San Fermo, l’antico monastero ai cui piedi si trova oggi lo showroom di Santa Colomba. L’eleganza di un nobile la si ritrova nel bicchiere di questa Garganega ferma che ha fatto sei mesi di batonnage sulle fecce e solamente l’inerte acciaio di assestamento. Il paglierino lucente si intreccia a riflessi dorati. Un naso intenso che mi coinvolge, minerale ed agrumato, con note di fiori bianchi e crosta di pane. Anche il corpo è deciso, seppur con ingresso elegante e raffinato. Caldo e persistente con attimi salaticci in chiusura.

Passando alle bacche rosse, IL MORO è l’unica espressione di vino scuro prodotta da questa azienda. La tradizione del taglio bordolese dei Colli Berici si riflette come stile in questo succo d’uva alcolico che profuma di bosco, tra rovi e more. Si gusta facilmente grazie alla sua freschezza equilibrata al tannino elegante. Un bel prodotto che può accontentare palati esigenti e non.

L’aperitivo proficuo ed intenso è stato portato egregiamente a termine con il passito di Garganega PÀSSITO. Lacrime di gioia. Un vino dolce di altri tempi e con altri schemi, senza trama pesante né fronzoli.

Purtroppo la Malvasia LA MALA VIA non era presente all’appello, ma non mancherà alla prossima visita che fisserò per approfondimenti su vigneti e cantina.

E così anche Agosto se ne è andato…
#cincin

DonnaLia – Salussola (BI) – PinkRockMonday

Accendo il giradischi di papà e The Beach Boys caricano l’atmosfera…

“I – I love the colorful clothes she wears

And the way the sunlight plays upon her hair

I hear the sound of a gentle word

On the wind that lifts her perfume through the air

I’m pickin’ up good vibrations

She’s giving me the excitations”

Quasi quasi stappo un vino da abbinare a queste vibrazioni, un rosato che trasmette l’essenza rock della sua casa vinicola.

LA MEZZA è l’espressione pink di Nebbiolo prodotta da DONNALIA.

Ha il colore del tramonto estivo che si riflette sull’acqua, un rosa carico e lucente dai riflessi corallo. Un calice fresco dai profumi inebrianti di pot-pourri di fiori secchi e piccoli frutti rossi, legati dalle carezze di cipria e da ricordi di una bella coppetta di sorbetto di fragole fresche. Ingresso deciso grazie alla spiccata acidità, interessante il peso della beva per nulla scorrevole. Un tratto di sale e in conclusione in bocca si soffermano ricordi di infuso di erbe. Piacevole con cubetto di ghiaccio e cannuccia su un bel dondolo in compagnia di amici. Leggermente più calduccio se si vuole accostarlo senza difficoltà a pasta o del bel pesce grasso e saporito.

Stiloso questo rosa da uve Nebbiolo!

 

E questa è solo una delle sei etichette che producono nell’azienda DonnaLia a Salussola, in Alto Piemonte, nella provincia di Biella.

Una piccola realtà nata, o forse è più consono dire rinata, dieci anni fa dalla volontà di Silvia Bettinetti che ha fatto riemergere le origini dalla casa di famiglia, Villa Ca’ Bianca, riportando in vigoria i sei ettari vitati della tenuta che negli anni ’50 avevano comprato i suoi nonni.

Un progetto basato sulla valorizzazione di questo territorio di colline moreniche con tratti meno affini alla tradizione vinicola piemontese seppur coltivando Nebbiolo e poi Erbaluce e Barbera.

La rinascita di DonnaLia è data anche all’unione di Silvia con Paolo Grimaldi che a livello commerciale stuzzica con questi vini i palati sofisticati di chi si aspetta di gustare vini eleganti ma accattivanti, esigenti nel richiamare l’attenzione. Un plauso speciale va anche all’enologo Donato Lanati che dal 2018 costruisce con Silvia e Paolo le basi di questo nome. Donato è entrato nel 2015 tra i primi cinque migliori enologi del mondo secondo Wine Enthusiast.

Che dire: Un trio carico di grinta e dall’animo rock, come si definiscono loro.

 

 

C’è caldo e la sete non si placa…

E’ giunta l’ora di rafforzare il momento beveraggio con MADAMA per rimanere in allineamento alla sfumatura rosa de LA MEZZA.

Sale la complessità nel palato con questo Rosé Brut Metodo Classico da uve rosse locali, affinato minimo 18 mesi sui lieviti. Il suo colore mi trasferisce con il pensiero al mare con un corallo lucente, abbinato ad un buon perlage fine e una spuma che non svanisce facilmente. I suoi profumi sono intensi con frutta matura, rose rosse e una leggera parte muschiata balsamica. E’ molto vanitoso al naso e attira l’attenzione! Lo assaggio ed è fresco, bella spalla acida, croccante nella bolla e finale in bocca pulito ma prettamente salino. Cavoli se stuzzica l’appetito con questa persistenza in bocca!

 

Non mi resta che scegliere un altro brano rock, preparare una Tartare e perdermi mangiando e bevendo tra il mio vizio preferito!

Grazie DonnaLia, mi serviva proprio uno sprint per ricominciare la settimana!

#cincin

 

Il Metodo Classico secondo Campagnari – Goito (MN)

In questa primavera anomala ho optato per un tour nell’entroterra del mio amato Lago di Garda, dove la sua aria mitiga il clima e lascia lo zampino nei calici.

Oltrepassando a sud la rinomata zona del Lugana, le colline moreniche ospitano, principalmente nella provincia di Mantova, il frizzante rosso italiano d’eccellenza, il Lambrusco.

Voglio però raccontare un’avventura diversa. Tra Volta Mantovana e Monzambano, negli anni Novanta, un Professore di nome Michele Campagnari ha investito sui quei colli con le sue prime produzioni di vino, piantando tre uve blasonate per lo spumante, come Pinot Nero, Chardonnay e Pinot Bianco, lasciandosi intorno produzioni di uva Ruberti (vitigno autoctono per la produzione appunto della Doc Lambrusco Mantovano).

Oggi, dopo oltre vent’anni, la sua azienda Ca’ Roma si presenta nel mondo enologico con il nome FRATELLI CAMPAGNARI, con sede a Goito (MN).

Dietro alla nuova veste ci sono quattro fratelli, i figli di Michele, e a dirigere in prima linea la gestione dell’azienda agricola familiare è Maria. Dieci ettari di terreno vitato suddivisi in vari appezzamenti collinari tra Volta Mantovana e Borghetto, condotti con lotta integrata su un suolo scheletrico e bianco, povero di nutrienti ma in compenso molto minerale. La resa per ettaro si aggira attorno agli 80-90 quintali, con una produzione limitata a sole 20.000 bottiglie annue in quanto la restante parte delle uve vendemmiate viene venduta.

Il 90% delle etichette è rappresentato da spumanti champenoise millesimati (seppur non dichiarati sul fronte delle bottiglie per scelta aziendale) creati da uvaggi differenti delle tre uve.

L’ouverture tra il perlage di casa Campagnari inizia con il ROSE’: 85% Pinot Nero e 15% Pinot Bianco, 12 g/L di residuo zuccherino, 36 mesi di affinamento sui lieviti e sboccatura ottobre 2018. Osservando la sua veste color cipolla ramata, con riflessi oro-rosa che brilla di luce propria, la curiosità si è scatenata. Scintille croccanti al naso che stimolano la ricerca di cibo e vino, accostate a polvere, gesso, fiori secchi e paglia. In bocca prevale il gusto dell’uva e del vino senza fronzoli, il perlage non vince la battaglia in prima persona bloccando il palato. Le bollicine fini sono incorporate nel sorso pieno e leggero (in termini di facilità di beva). Pulisce e non infastidisce il tono acido rigido che arriva in fase secondaria rispetto la salinità. Il lievito è preziosamente incastrato nell’equilibrio del vino che conclude il suo percorso degustativo con ricordi di pompelmo e ribes rosso.

ELEGANT è il gemello eterozigote di Rosè per permanenza sui lieviti e sboccatura. Varia l’uvaggio con 50% di Pinot Bianco e 50% di Chardonnay, il residuo zuccherino scende a 10 g/L. Il suo colore giallo paglierino carico con sfaccettature dorate è intenso e lucente. Profuma di susine gialle e fiori di campo. Nuovamente la beva è facilissima apprezzandone l’eleganza. Sembra una gassosa spiritosa con alcune sensazioni al palato che ricordano il lime. Gustandolo con una temperatura di servizio leggermente più alta riempie la bocca con un buon corpo ed il sale lascia la scia. Nella sua lunga persistenza risulta particolare il retrogusto con tocchi erbacei e di liquer accattivante. Da aperitivo ma anche da abbinamento a tutto pasto.

Sono 60 invece i mesi della cuvée MILLESIMATO, annata 2010, con 1/3 Pinot Nero, 1/3 Pinot Bianco e 1/3 Chardonnay. Un signor Lievito croccante si manifesta elegantemente tra le note all’olfatto, accostato alla mineralità, al muschio e a sensazioni (fittizie) di legno di mobili antichi. Cremoso e persistente, senza scogli di durezze o morbidezze prevalenti. E’ un equilibrio di piacere che potrei consigliare come un aperitivo strong a secco o da grandi antipasti e primi piatti.

EXTREME entusiasma per l’eleganza e la sua storia che trasmette al naso, principalmente per merito dello Chardonnay. La cuvée è la classica del Millesimato, annata 2007, 6 g/L di zuccheri residui, 120 mesi sui lieviti, sboccato a giugno 2018. Il suo sorso è intrigante, pieno e lungo, richiama l’abbinamento ai crostacei. Sa’ di polvere di caffè mischiata a crosta di pane e succo di limone. Chiudendo gli occhi diventa brezza marina, sabbia, lettino, un bel libro e Adios. Impone relax di meditazione. Grande bollicina, da riprovare sicuramente.

Quattro spumanti fatti bene, puliti, eleganti e soprattutto non scontati.

L’ottimo rapporto qualità-prezzo è sicuramente un altro parametro che incentiva alla scoperta di quest’azienda. Se la soddisfazione che proverete assaggiandoli sarà a un buon livello allora potrò essere appagata del lavoro di approfondimento che cerco di fare nel tempo libero, dedicandomi a questi racconti per voi che non avete limiti nella ricerca di nuovi stimoli di-vini.

Alla prossima!

#cincin