Azienda Agricola Ricci – Costa Vescovato (AL) – Colli Tortonesi

Sedersi a tavola con Daniele Ricci e il suo Timorasso è stato uno degli appuntamenti più attesi di fine 2018 dei miei tour enoici.
Non vedevo l’ora di conoscere più a fondo il vignaiolo e i suoi vini prodotti a Costa Vescovato, sui Colli Tortonesi.
L’azienda condotta da Daniele è stata acquistata dai nonni nel 1929 e si trova immersa tra boschi, vecchie cave di gesso e soprattutto tanta tranquillità. Dalla strada non si vede neppure la casa di famiglia, bisogna scendere una stradina tutta curve e pendenze per raggiungere la piccola tenuta di 10 ettari vitati.

Il suo racconto inizia stappando DONNA CLEM (dedicata alla nonna Clementina), l’ultima etichetta creata dopo tre anni di esperimenti. E’ un metodo classico da uve Timorasso, dosaggio zero e 36 mesi di sosta con lieviti indigeni. Alla base un blend di una parte di vino macerato 90 giorni con le bucce e di uno fermentato ed affinato in botti di acacia (all’anagrafe Giallo di Costa e San Leto).
Donna Clem è raffinata nella sua veste dorata, i suoi profumi ampi e complessi trasmettono maturità, contornati da cedro candito e lime. Il perlage è delicato e cremoso in bocca, permangono prevalentemente l’aspetto sapido e la freschezza. Pochi fronzoli al gusto e un carattere unico che ritengo difficilmente paragonabile ad altri spumanti. Una tiratura limitata, di sole 2.000 bottiglie, lo rende ancor più pregiato.

Sciolta la tensione e riscaldati i palati, Daniele mi racconta della sua vecchia routine da casellante autostradale pendolare a Milano e della voglia di affrontare, qualche anno fa, un radicale cambio di vita per dedicarsi completamente al Timorasso e all’azienda dei nonni, Cascina San Leto. Il tutto rimanendo fedele ai ritmi e alle necessità della natura, omettendo la chimica dal ciclo produttivo dei suoi vini.

DERTHONA 2016, imbottigliato da poco, è puro Timorasso macerato 3 giorni con le bucce ed affinato un anno in botti di acacia da 700 litri. Profumi di agrifoglio, pino e muschio, fiori freschi e un’accenno di salamoia appena versato nel calice, per poi ampliarsi in differenti sfumature man mano che si ossigena e prende calore. L’annata 2016 ha un po’ penalizzato questo vino con un filo di alcool in più, svantaggiando il livello raffinato e desiderato di eleganza che vanta solitamente. Bisogna concedergli più tempo per avere l’equilibrio dissetante che ci si aspetta da lui.

Dalle vigne vecchie di Timorasso nasce SAN LETO, un vino dal colore mischiato tra l’oro giallo ed il rame. 3 giorni di macerazione con le bucce, un anno sulle fecce nobili e almeno 2 anni di riposo in bottiglia per questo vino che rispetta di più i canoni del Timorasso invecchiato. Ricorda qualche Riesling per le note di pietra focaia, combustibili ed idrocarburo. Poi spuntano caramella d’orzo, muschio e mandarino a condimento del bagaglio olfattivo. E’ un orange wine pulito e facile da bere, seppur l’impatto del sorso appaia pieno e carico. L’emozione che trasmette e che lascia mentre lo si assaggia si fa spazio nella bocca tramandando note indimenticabili, eleganti e lunghe.

Il capitolo orange wine da uve Timorasso continua con il GIALLO DI COSTA. Qui cambia il registro e si passa a ben 90 giorni di macerazione sulle bucce a cappello sommerso e 2 anni di affinamento in bottiglia. Come per tutti gli altri vini, Daniele utilizza solamente lieviti indigeni e non esegue filtrazioni né chiarifiche.
Servito a circa 16° dentro un Ballon, Giallo di Costa risulta pulito ed elegante già al naso, con la mineralità che fa da padrona. Segue qualche traccia di fiori secchi e note caramellate leggere. Il sorso è prevalentemente spinto su una bella base acida, affiancata da un calore che riscalda e macera in bocca. Pulito, armonico e piacevole da bere. Di carattere amichevole, da degustare quando ci pare e piace!

Concludo il tour del Timorasso di Ricci con la versione macerata 100 giorni sulle bucce in anfore e affinato un anno in botti di castagno. IO CAMMINO DA SOLO 2012 è il frutto di una passione nata e nutrita dopo una visita da Gravner ad Oslavia negli anni ’90. Si tratta di una prima prova ma è già sulla buona strada. L’anfora è poco invasiva a livello olfattivo con del leggero caramello. Alcool non eccessivo, un tannino ben smussato e una lunga persistenza. Da dimenticare in cantina per il potenziale che ha ancora davanti.

Dalle 5 varianti di Timorasso che ho esplorato emerge un grande stile e soprattutto la voglia di continuare a degustarne e scoprirne le innumerevoli sfaccettature.

#cincin

Tenuta San Pietro – Tassarolo (AL) – Gavi ​

Tenuta San Pietro sorge in un anfiteatro tra le colline di Tassarolo, a pochi chilometri dalla cittadina di Gavi da cui prende il nome la DOCG di vino bianco da uva Cortese.
Tra la terra rossa tipica della fascia a nord di Gavi, i 35 ettari vitati della Tenuta si contraddistinguono per il suolo calcareo-argilloso, chiaro e delicato. I vigneti si trovano in corpo unico attorno alla cantina, come nei Chateaux francesi, e fanno parte di una proprietà di circa 70 ettari che comprende anche boschi e uliveti.
L’azienda originariamente apparteneva ad una delle donne pionere del Gavi, che girò il mondo per far conoscere questo vino delicato con un bouquet ampio di profumi all’olfatto, ma nel 2002 è stata acquistata da un imprenditore milanese del settore della moda che ha poi convertito la conduzione a regime biodinamico.

Il GAVI, con circa 150.000 bottiglie prodotte su un totale di 250.000, riveste la principale importanza. Il suo giallo paglierino lucente sprigiona al naso note sulfuree e talcate, con fiori bianchi e un notevole profumo di mela cotta. Di buon corpo con freschezza e morbidezza bilanciate, un ritorno della frutta cotta al retrogusto con leggera speziatura. Chiusura del sorso principalmente sapida e fresca.

Tra le differenti etichette prodotte, ritengo interessanti i due Brut rifermentati in autoclave con lieviti indigeni. La versione bianca di SAN PIETRO BRUT è un blend di Chardonnay e Cortese, elegante e raffinato alla beva, con perlage fine e un naso prettamente minerale. L’essenza minerale si sprigiona anche in bocca pulendo e sgrassando il palato e regalando un gusto di granelli di sale sul finale, contornato da tutta la componente semi-aromatica delle due uve. Il ROSÈ SAN PIETRO BRUT invece è un 100% Albarossa, quasi vinificato in bianco perchè quest’uva è ricca di sostanze coloranti. Ampio al naso con note erbacee, floreali e leggermente dolciastre che potrebbero ricondurre al moscato. Assaggiandolo il sorso è dotato di buon equilibrio e di estrema facilità. Il perlage è delicato e un velo di dolcezza zuccherina mi riporta a ciò che avevo percepito al naso, proponendo note di fiori ed albicocche. Il tutto con buona persisenza e una sapidità in chiusura ben armonizzata al resto.

IL MANDORLO GAVI DOCG viene prodotto esclusivamente da un cru di uva Cortese con basse rese per ettaro. Raccolta di uva più matura verso fine settembre, pressatura molto soffice e affinamento solo in acciaio. L’olfatto è ricco di essenze, mentre la bocca è secchissima, decisa e con grande sapidità. Stimola l’effetto glu-glu.

L’etichetta rossa d’entrata di Tenuta San Pietro (anche se non è propriamente così) è NERO SAN PIETRO MONFERRATO DOC, un blend di uve Albarossa, Barbera e Cabernet Sauvignon. Dal color rubino carico, tutti-frutti al naso, poliedrico e ruffiano man mano che lo si gusta. Non potrà mai essere considerato una base e il BELLAVITA MONFERRATO DOC, la versione affinata almeno due anni in barrique, assaggiando l’ultima annata in commercio (la 2013) ha un ventaglio olfattivo tra frutta rossa, talco ed erbe aromatiche. Un accattivante impronta tannica di primo impatto al palato e un corpo strong ancora da smussare in bottiglia, ma con buone potenzialità per un vino da abbinare a grandi piatti di carne rossa e selvaggina.

Tante sfumature di biodinamico tutte pulite ed eleganti, da provare e riprovare.

La prossima volta toccherà al Passito bianco di uva Cortese, vendemmiata a novembre e alle Grappe… Peccato però non poter scoprire due Riserve Private dei vitigni Gorrina (con piante a piede franco) e Nibiö (una vecchia varietà di uva della zona, anchessa a piede franco).

#cincin

Tenuta l’Armonia

È trascorso un po’ di tempo dal mio ultimo tour per cantine, quando sono andata a conoscere Andrea Pendin e la sua Tenuta l’Armonia vicino a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza.

Parlare di un vignaiolo, della storia dei suoi vini e della sua cantina sarebbe limitativo. Mi sono trovata di fronte ad una persona costantemente attiva nella costruzione di una rete di aziende e di figure che puntano al valore e all’identità del proprio territorio, dando vita a quelli che vengono definiti da Andrea “PROGETTI VINO”.

I 27 Progetti finora realizzati puntano all’espressione di quell’idea di vino che non guarda solo all’uva o al terreno, ma che idealizza il più possibile l’insieme degli elementi e l’animo dei vignaioli (sei produttori vicentini al momento, ognuno con una precisa funzione nell’organigramma di questa realtà POP).

La zona di produzione dei colli vicentini e berici regala leggiadria, finezza, freschezza, acidità e mineralità. I 24 ettari lavorati sono frazionati in Tanti vigneti, in Tanti Cru, in Tanti terroirs differenti.

Tenuta l’Armonia è una piccola azienda condotta in biodinamica, ancora ai primi passi, anche se nata nel 2009 quando Andrea e la sua famiglia si trasferirono in campagna. Un contadino del posto concesse una vigna ad Andrea (a quel tempo consulente nel settore della ristorazione), dandogli la possibilità di aprirsi al mondo del vino.

La sua storia è partita effettivamente da zero, con il supporto di un amico enologo.

Dalle prime lavorazioni di quel vigneto misto anni ’60-’70 nacquero 2000 bottiglie di un vin de garage di grande successo che portò Andrea sul “mercato”, spronandolo ad investire il resto della sua vita in quel mondo.

Due anni dopo, nel 2011, l’amico enologo si trasferì ed Andrea si intersecò nei marchingegni del lavoro in cantina. Iniziò inoltre a visitare numerose realtà vitivinicole in Italia, Francia e Slovenia, frequentò diversi corsi per comprendere l’arte del “creare vino”, dalla vigna alla cantina. Un mese di Loira nel 2013 però gli confermò quale filosofia e strada seguire nella creazione dei suoi progetti.

Da qui il concetto di non utilizzare uva cruda e fare in vigna un grande lavoro di pulizia dei singoli acini per avere vini puliti, minerali, lunghi e persistenti.

La prima parola chiave è TAGLIO, non focalizzandosi su un’uva. La seconda parola chiave è MACERAZIONE, perchè in tutti i suoi vini c’è sempre una parte di uva macerata.

Con la sua rete di “compagni di esperienze” condividono idee per poi cercare di produrre un vino che abbia i risultati attesi dal progetto iniziale. Tanti esperimenti che non definiscono sempre un punto di arrivo definitivo, ma un punto di partenza per il miglioramento della ricerca continua.

Tenuta l’Armonia si presenta con tre linee di prodotto:

POP sono i vini non per tutti, seppur siano i più facili e semplici da bere. Un bianco, un rosso e un frizzante con quest’aria beverina.

CRU sono i fratelli contrari dei POP. Un metodo classico con lunghe soste sui lieviti, un bianco da iper maturazione in pianta e un rosso da iper macerazione sulle bucce.

LAB è la linea non-statica in quanto in base all’annata gli stili dei progetti variano. Sono tutti vini realizzati a quattro mani, in collaborazione con altri vignaioli interni o esterni alla squadra. Ad esempio, in lavorazione ci sono un Tai rosso in anfora per la reinterpretazione di un preciso territorio e un Metodo Classico Non-Classico, prodotto con uve non da spumantizzazione classica: Freisa, Timorasso e Pecorino.

Con lo stile POP ho provato FRIZZI PET-NAT 2017, un Pinot Nero rifermentato in bottiglia con una piccola parte di Pinot Bianco e Durella che proviene da una vigna a 600 metri in zona Calvarina, vicino a San Giovanni Ilarione (vigneto non di proprietà, ma fin dal 2013 seguito direttamente da Andrea già dalla potatura e dal sovescio in vigna).

Non esiste una ricetta standard anche se viene cercata una certa continuità di anno in anno. In base alla vendemmia varia la dose delle due uve bianche. In questo caso il Pinot Bianco fa macerazione e dà polpa. Si presenta con una buccia di cipolla ramata, un colore molto distintivo, stile Borgogna.

L’eleganza delle bollicine sottilissime esalta la maturità degli aromi e del corpo succoso.

E’ fresco, pulito e molto beverino seppur sembri quasi un metodo classico. Poche parole per un entrée da degustatori navigati.

BOLLA CRU 2014 è la veste briosa della mano di Andrea, in modalità riserva.

Durella, di cui una parte macerata, e una punta di Pinot Nero con lunghe soste sui lieviti, un affinamento in grotta e un dosage zero.

Una piccola produzione di 1500/2000 bottiglie di uno spumante con fermentazione spontanea, dalle intense note mielate, di frutta matura, succo di mela e leggera sfumatura ossidativa. Il perlage è croccante e la beva decisamente elegante, acida e di lunga persistenza.

BIANCO POP 2016 è dato dall’insieme di Garganega, Manzoni, Durella e Pinot Bianco macerato sulle bucce, con prevalenza di vigneti su suolo vulcanico a 500 metri s.l.m.

Andrea lo definisce uno dei vini più precisi della sua gamma e per questo motivo continua la ricerca per arrivare ad una versione con maggiore identità. L’olfatto è ricco di profumi floreali e minerali, raffinato ed elegante nell’essenza. Si affianca una netta impronta di idrocarburo da Riesling. Il sorso è di pronta beva e facilità, senza spigoli di parti in prevalenza. E’ lungo e movimentato in bocca e tutta la semplicità apparsa al primo impatto a lungo andare si tramuta presentando un bel caratterino vispo ed astringente. Tutt’altro che un bianco easy.

PERLA CRU 2016 è il fratello di Bianco Pop, da zona calcarea. Garganega con Pinot Bianco e Chardonnay in piccole percentuali, che passano un po’ del loro tempo in botti di acacia. Per produrre questo vino, Andrea è ricorso all’esperienza maturata nella Loira, lasciando i grappoli in pianta fino ad un’estrema maturazione. Questa surmaturazione porta a sentori di caramello, affiancati da pesca, albicocca e un prato fiorito.

In bocca c’è poco da commentare, fatto sta che questa sfumatura di Garganega è una perla rara italiana che incanta il palato.

Complimenti per lo stile e per lo studio di questo progetto.

Il non-statico di Tenuta L’Armonia l’ho testato in piccole dosi da vasca, da botte, da bottiglia appena chiusa, da bottiglia senza ancora un nome perchè lì, come vi ho detto, è tutto un viaggio in un sistema che ogni giorno vuole rinnovarsi!

Alla prossima Andrea e #cincin

Nevio Scala – Colli Euganei

Oggi vi parlo di un progetto ampio che unisce vino e natura: ci troviamo nei Colli Euganei, vicino al castello di Valbona, dove il Sig. Nevio Scala gestisce da tanti anni l’azienda agricola di famiglia.

Nel corso della sua vita ha svolto principalmente attività nel mondo del calcio professionistico, ma nel tempo libero non ha mai perso l’occasione per tornare a casa e gestire l’azienda agricola assieme al fratello, coltivando principalmente tabacco e uva in una campagna di circa cento ettari.

Negli ultimi quattro anni, i due figli di Nevio e la nuora hanno preso le redini dell’azienda, rivisitando il concetto di azienda agricola e ridefinendo i principali obiettivi per il loro nuovo progetto presente e futuro. Da un’agricoltura convenzionale, considerata principalmente come fonte di reddito, hanno eliminato a poco a poco l’utilizzo della chimica mettendo in piedi un piano B, ovvero la conversione in biologico sia dei vigneti che del seminativo, bonificando la pianura con stagni e paludi, investendo sul rimboschimento e utilizzando le risorse naturali per un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente.

Nel 2014 hanno piantato la Garganega su 3 ettari di terreno, un’uva versatile che si presta bene su quei suoli misto vulcanici ed alluvionali, fornendo varie sfaccettature sulla base di diversi fattori in vigna e in cantina.
Così dalle prime vendemmie di casa Scala “2.0” sono nate tre simpatiche proposte.

Il primo frangente della vendemmia, dopo metà agosto, solitamente permette di avere uve sane e acide per il Gargànte, un rifermentato in bottiglia su lieviti indigeni. La prima fermentazione avviene in vasche di acciaio per poi riposare in cemento fino a fine febbraio. L’imbottigliamento con i lieviti nativi viene fatto tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. In fase finale viene aggiunto un 3-4% minimo della stessa garganega appassita. L’annata 2017 è un frizzante naturale, senza solfiti aggiunti, dal naso raffinato ed elegante che evoca il profumo di fiori bianchi, pompelmo e menta fresca. Con i suoi soli 10,5 gradi può essere ideale per un aperitivo o un buon compagno di bevute estive. È fresco, di buon corpo, dotato di una spuma croccante e una sensazione rustica finale al palato. Abbastanza sapido, equilibrato ma soprattutto facile e pulito.

A seguire Dilètto, vendemmiato ad inizio settembre, vino bianco fermo da tutto pasto, lavorato in solo acciaio, senza chiarifiche nè filtrazioni. Fiori, agrumi e mineralità al naso. La degustazione in bocca risulta facile, fresca e pulita, con continua salivazione e un minimo tocco di astringenza che stuzzica l’accompagnamento al cibo. Completamente lineare al piccolo fratello frizzante.

Dall’ultima fase della vendemmia vengono ottenuti i grappoli delle uve più mature messi a fermentare in acciaio con le bucce per quasi due settimane per poi sostare in vasche di cemento. In questo caso l’annata 2016 di Cóntame è caratterizzata da un colore arancione del sole caldo estivo. Nuvole di frutta tropicale di primo acchito, seguite da leggere note di susina gialla, succo di arancia, erbe aromatiche secche e incenso. La piacevolezza e la delicatezza di questo orange wine sono notevoli e l’armonia che ci si ritrova nel palato a fine sorso appaga.

Tre espressioni di freschezza e pulizia che contraddistinguono i vini di Nevio Scala sul mercato artigianale.
Nella pianificazione del futuro prossimo, all’interno della tenuta stanno progettando la nuova cantina e dei percorsi per l’enoturismo tra le vigne. Ma non solo: possibilità di birdwatching nelle due zone lacustri e paseggiate tra i campi di tabacco (anche BIO) o nelle altissime piante di canapa. Tanti pezzetti di un puzzle che punta alla valorizzazione della natura e che potranno essere apprezzati tra qualche anno vicino a Valbona.

#cincin

Vinicio Bronzo – Caprino (VR)

Durante quest’estate rovente ho pianificato una piccola sosta enoica a Caprino Veronese, un paese alle pendici del Monte Baldo, non molto lontano dal confine con il Trentino e soprattutto a qualche chilometro dal Lago di Garda.

Vinicio Bronzo è una piccola azienda vitivinicola dei Colli di Caprino, fondata nel 1978, a conduzione familiare e con 18 ettari di terreno vitato.

I vigneti sono allocati in tre differenti aree: le colline intorno alla cantina con terreni argillosi, marnosi e ricchi di scheletro; i colli di Rivoli con il suolo più minerale e un clima maggiormente mitigato dal Lago di Garda; la pianura di Caprino con dei terreni “speciali” per la produzione del Bardolino Chiaretto.

2.500 ettolitri di vino venduti quasi in egual misura tra sfuso e in bottiglia, con una notevole numerica di etichette: ben 10 vini da conoscere e gustare che nascono in questo piccolo ritaglio di paradiso veronese.

Vi presento qualche sfumatura di casa Bronzo partendo con una bollicina frizzante chiamata SCIA’. E’ uno chardonnay (“sciardonnay”) con 2,5 bar di pressione e un residuo zuccherino tra gli 8 e i 10g/l. Un frizzantino dalla spuma croccante e fine, rifermentato circa 30-40 giorni in autoclave. La vendemmia anticipata verso metà agosto contribuisce al mantenimento di una spalla acida decisa. Al naso si presenta fresco e d’impatto con un bouquet di pere, mele verdi e note delicate di fiori bianchi. L’annata 2017 assaggiata è beverina e facile, anche se nello stesso tempo il suo carattere peperino persiste in bocca. Finale sapido che incita la beva.0

Dalla freschezza estiva dello SCIA’, faccio un salto indietro con le stagioni grazie al Pinot Grigio LA PREARA 2017. Un vino che rimanda ai prati primaverili, colmi di margherite ed erba appena tagliata. Ottenuto principalmente con l’uva di un vigneto coltivato con vigne di trent’anni su terrazzamenti in collina e da una piccola percentuale proveniente dai vigneti di Ceredello. Quest’ultimi presentano un terreno limoso e pieno di ciottoli che conferisce una splendida mineralità all’interno di questo calice che si presenta fruttato e delicato. In bocca si gusta con un sorso leggero, fresco, lievemente sapido, dal finale con effetto talcato e retrogusto di mela leggermente matura. La piacevole acidità si mantiene durante tutta la degustazione mentre si respira quest’attimo di primavera.

La terza proposta è il SAUVIGNON BLANC, la passione di Davide, il figlio del Sig. Vinicio. Uva spesso poco apprezzata da nasi e palati… forse perchè incisiva e persistente come impatto di profumi intensi ma poco romantici. Fatto sta che per Davide (e lo ammetto… anche per me) il Sauvignon è un po’ una debolezza alla quale è difficile rinunciare. Assaggio così l’annata 2017, la seconda vendemmia di produzione di un piccolo vigneto “di test”, posizionato in un’area abbastanza ombreggiata. Davide con questo vino, ritenuto ancora un esperimento, punta a dei risultati che possano sprigionare un buon livello di acidità e sentori erbacei. Ad oggi presenta un naso tradizionale, con un’esplosione di frutta che vira dal tropicale (principalmente ananas, mango e passion fruit) alle pere e ai fiori di sambuco. Finale con una leggere note balsamiche e di foglie di menta fresca, mentre l’evoluzione dei profumi è attiva ed affascinante. La mineralità si presenta delicata al naso e ben presente anche degustandolo, permanendo soprattutto sul finale. Una storia da assaggiare con questo effetto rinfrescante, degno anch’esso della stagione in corso.

Un attimo di sosta… poi mi sono letteralmente innamorata di un calice chiaro e lucente, dal color rosso rubino splendente del BARDOLINO DOC. Esprime tradizione, freschezza e giovinezza solo guardandolo, come il Bardolino del “c’era una volta…”. Corvina, Rondinella e Molinara si spremono insieme in questo “succo d’uva” piacevole e agile in bocca. E’ veloce con il suo corpo morbido, ma lascia tante tracce lungo la sua strada in bocca. I profumi sono principalmente di frutti rossi e spezie, ma la cosa che mi ha fatto innamorare è stata la sensazione di bere con facilità uva che sa di vita. Nulla di più, non riesco a spiegarlo meglio perchè nella mia degustazione si è presentato con la grazia dei vini di Borgogna, che non danno motivazioni e ti lasciano senza parole.

Concludo questa parte “estiva” di degustazione suggerendovi di programmare una piccola fuga enoturistica prima che le giornate non permettano di godervi la posizione di questo piccolo borgo collinare.

Se invece cercate l’autunno in anticipo, il CABERNET, LE SELVOLE e TERRE ROSSE fanno al caso vostro: due versioni di Cabernet Sauvignon che terminano il loro affinamento diversamente e una Corvina in purezza.

Il CABERNET 2015 è lavorato completamente in acciaio, imbottigliato un anno dopo il “termine dei lavori” e un affinamento rilassante di un anno in bottiglia per cercare di evitare l’aspetto rude del vitigno. E’ di colore rubino intenso, con un olfatto tendente principalmente a sentori fruttati, erbacei e balsamici. Di buon corpo, piacevole, morbido con una leggera acidità e dei tannini setosi. E’ accomodante al palato e regala una sensazione di pienezza che termina con una continua salivazione grazie alla componente sapida ben presente. Una buona espressione che trasmette l’importanza dell’uva.

LE SELVOLE 2015 si differenzia dal precedente per la vendemmia, nello stesso vigneto, posticipata di una settimana e l’affinamento di un anno in barrique usate. L’approccio con la degustazione mantiene la sensazione di facilità di beva, contornata da un bell’equilibro tra morbidezze e durezze per chiudersi con la sapidità. Al naso è erbaceo e balsamico, con note di muschio e liquirizia in sottofondo. La vaniglia delle barrique è solamente nebulizzata all’ossigenazione del vino.

TERRE ROSSE invece è un 100% di uva Corvina della collina sopra all’azienda, ripassata sulle vinacce del vino ICARO e affinata 4-5 mesi in tonneau. L’annata 2016 si presenta di colore rubino scarico, con note speziate, balsamiche ed eteree al primo vortice del calice che si tramutano in sentori fruttati di ciliegia e amarena sotto spirito man mano che si inizia ad approfondire la sua conoscenza. La linearità di casa Bronzo si trova anche in questa versione rara di Corvina, con acidità e leggerezza. La morbidezza smussa delicatamente il tannino verde, danzando nel palato con la stessa intensità e lasciando spazio alla chiusura sapida.

Questo piccolo viaggio non molto lontano da casa si conclude con ICARO, Corvina appassita qualche mese ed affinata due anni in botti veronesi. Un vino unico che vi lascio scoprire e apprezzare da soli.

Unica è stata anche questa mattinata trascorsa con Davide e Vinicio, che ringrazio per la disponibilità (per l’ottimo salame fatto in casa) e la voglia di essere ancora tradizionali con i vini che producono.

#cincin