Orto Venezia – Sant’Erasmo (Laguna di Venezia)

Più passa il tempo e più avverto la necessità di provare a coniugare il mondo del vino con la natura, cercando di mettere in secondo piano tecnologia, architettura e tavolate di esperti valutatori di vini sulla base di punti oggettivamente prestabiliti.

Più passa il tempo e maggiore è la voglia di guardare intorno a me, di scoprire peculiarità che pochi conoscono e collegherebbero alla produzione del vino.

Ecco perchè con questo racconto vi porto a Sant’Erasmo, una delle isole più grandi della Laguna di Venezia, dove nasce ORTO, il vino della laguna prodotto da Michel Thoulouze

Ci troviamo nell’isola che da sempre nutre la laguna con la sua produzione di frutta e verdura, l’unica a non risentire dell’acqua alta in quanto è stata sistemata con argini e mura perimetrali dopo l’inondazione del 1966. Un’isola con tre tipologie di suolo (terra scura, sabbia e argilla) e l’aria delle Dolomiti che mitiga il clima di questo frammento suggestivo d’Italia.

Il Signor Thoulouze è un affascinante uomo francese dei dintorni di Montpellier che nel 2000 decise di comprare una proprietà di 11 ettari sull’Isola di Sant’Erasmo per godersi la pensione e la tranquillità, allontandosi dalla patria. 

L’idea di fare vino non fu immediata, ma forse per uno scherzo del destino, scoprì che sul catasto il suo appezzamento era denominato nel XVII secolo “Vigna del Nobilomo”. Allora Michel chiese supporto ad alcuni amici francesi e dopo aver analizzato il terreno, ha cominciato a lavorarlo, preparandolo lentamente ad accogliere due vitigni italiani, la Malvasia Istriana e il Vermentino, piantando entrambi a piede franco. 

Tanti scrupoli e grande lavoro della terra per far nascere un vino unico, un calice che potesse esprimere l’identità del micro-terroir di Sant’Erasmo, senza supporti aggiuntivi. Da qui la scelta di non utilizzare diserbo, concimi, pesticidi e irrigazione, per far si che la terra possa rimanere fertile e viva e che le radici delle viti possano scendere in profondità. 

Così 4 degli 11 ettari nel 2003 sono stati vitati su suolo argilloso, rendendo oggi al massimo 40 ettolitri per ettaro, arrivando ad una produzione di circa 15.000 bottiglie di ORTO, l’unica etichetta prodotta. 

L’identità di questo vino viene costruita nel vigneto, dove ogni giorno si lavora per aumentare la qualità e la salubrità dell’uva. A maggio viene fatta la selezione dei grappoli, riducendoli a 1,5-2,0 kg di uva per pianta. Poi si attende lentamente la piena maturazione fenolica, vendemmiando l’uva bella matura, partendo dalla Malvasia e terminando, circa un mese dopo, con il Vermentino. Vinificazioni separate con utilizzo di lieviti selezionati ma naturali. Una volta raggiunto il compromesso tra i due vini facendo i tagli e mantenendo come percentuali circa il 60% di Malvasia Istriana (per la struttura) e il 40% di Vermentino (per i profumi), ORTO passa ad invecchiare in bottiglia, affinando quasi 3 anni, prima dell’immissione sul mercato. Non viene effettuata la malolattica per preservarne la freschezza.

Michel lo definisce un vino puro, da uva sana e matura, dal grande potenziale di invecchiamento grazie all’alta dotazione di acidità naturale.

Il mio primo approccio con ORTO e l’annata 2017 è stato sicuramente diretto. 

Vestito di luce nelle sue sfumature paglierine intense, danza sinuoso nel bicchiere e si prospetta sicuramente importante a livello di struttura alcolica. 

Portandolo al naso inizia a frastornare la mia mente con la sua delicatezza ed i profumi che escono a rintocchi. Man mano che prendo confidenza con lui risulta fresco e delicato, con prati immensi di fiori mischiati alla brezza iodata della laguna.

Lo assaggio ed ecco che il suo impulso divampa in bocca, tra quest’acidità importante che si sposa elegantemente con un’ottima mineralità. Amplificazioni continue al palato, con modesto calore, ma una persistenza da perdere i conti.

Non ci puoi fare aperitivo senza dargli peso, devi pretendere che venga accompagnato da pietanze (anche orientali), perchè ha bisogno di chiaccherare con calma e di farsi conoscere lentamente con le sue sensazioni.

ORTO non ha similitudini, è micro per natura, ma ragiona in grande.

Perciò ora non mi resta che augurarvi di poter scoprire questa peculiarità che nasce in un angolo di paradiso italiano, dove per qualche ora si può vivere un’esperienza senza eguali sorseggiando un grande vino.

Che piccola favola!

#cincin

Transit Farm e l’Anteprima di Bojo Fosco – Fara Vicentino (VI)

Passata una decade dalla nascita della Transit in versione Farm (Transit infatti vive di stile e moda da oltre 30 anni), domenica 5 luglio è stato presentato Bojo Fosco, l’ultima etichetta dell’azienda vitivinicola vicentina situata in piena DOC Breganze.

Bojo Fosco 2018 è un Signor Pinot Grigio, coltivato su terreno vulcanico, che ha seguito una strada alternativa:

– ad ottobre prima vinificazione in bianco di una parte delle uve vendemmiate;

– alla prima fermentazione, a novembre, aggiunti gli acini della stessa uva, appassiti in fruttaio;

– partenza della seconda fermentazione molto lenta, fino alla primavera successiva.

In poche parole, viene applicata la tecnica del Governo, ma con una particolarità: l’utilizzo dell’anfora come contenitore, sia in fase fermentativa sia per l’affinamento.

Si presenta di un giallo paglierino lucente con riflessi dorati, ha un debutto interessante al naso ove prevalgono i sentori del contenitore (caramella d’orzo e resina), per poi emergere l’acino ed il bagaglio aromatico dell’uva. 15 gradi alcool percettibilissimi, ma equilibrati in bocca. Parte tannica elegante, la componente di freschezza non presenta limiti di lunghezza per la lunga persistenza. 

Andrà in bottiglia la settimana prossima e ammetto di essere incuriosita dal potenziale della sua evoluzione.

Bojo Fosco è uno degli ultimi risultati delle sperimentazioni di Transit Farm che segue completamente la sua filiera, senza interventi esterni, fino all’imbottigliamento dei suoi vini biologici (integralmente prodotti, come si suol dire).

L’azienda si estende su 25 ettari, di cui 13 vitati. Tra vigne, orto e fattoria spunta uno splendido cascinale con pietra vulcanica a vista, dove si può anche soggiornare. 

Un’atmosfera di relax affiancata dalla vita attiva della campagna con pavoni, cavalli e galline che pitturano lo sfondo di questa piccola cornice della collina vicentina.

La posizione dei piccoli appezzamenti vanta di buona esposizione al sole e ottima ventilazione che amplificano la leggerezza dei vini nei calici.

Vini che cercano di deviare lo standard di zona, prediligendo texture più accoglienti e fresche al palato, come un capo di puro lino.

Uno di questi è sicuramente il Torcolato, rinomato passito di Breganze, ottenuto da uve 100% Vespaiola, che si contraddistingue per i soli 100/130 g/L di zucchero, contro i 200 tradizionali. A breve verrà proposto vinificato ed affinato in anfora. Chissà come sarà questo passito innovativo…

Dopo aver conosciuto Bojo Fosco, Andrea e Lara di Transit hanno presentato le altre etichette della cantina.

Dal matrimonio dell’autoctona Vespaiola con Monsieur Pinot Nero nascono due spumanti: Cion, lo charmat lungo (ben 9 mesi in autoclave) e il Metodo Classico (100 mesi di rifermentazione sui lieviti). 

Cion 2018 è un brut da 7g/L che si veste di un delicato rosa, virato alla buccia di cipolla. E’ uno spumante fresco e smart, dalla bollicina fine ed elegante e un frutto rosso fresco al naso. Chiude al palato con una lunga salivazione. 

Scende il residuo zuccherino a 3g/L nel Metodo Classico, vendemmia 2011, che alla vista presenta sfumature più intense di rosa ramato e un perlage finissimo e abbastanza fitto. Il naso ha aromi di storia, creme, fiori secchi e leggera speziatura. Il sorso cremoso e leggermente liquoroso d’impatto, spinge verticalmente sull’acidità che ancora non delude. Ampio al palato e pulito il finale.

Virando sui rossi, nel calice mi ritrovo un Pinot Nero 2015 affinato un anno in tonneau. Note vellutate danzano sul palato, con un retrogusto speziato. Vino di facile approccio, merito della mineralità dei suoli. 

Per concludere il tasting, Botacin 2015, taglio bordolese di soli 12,5° che affina oltre un anno in barriques di secondo passaggio con tostatura lieve. Decisamente secco e asciutto, il Cabernet è docile e ben amalgamato al Merlot. Spiccata freschezza e buona persistenza.

Ciò che ho potuto testare in prima persona di Transit Farm è la cura del dettaglio in tutte le fasi di produzione, con un ciclo chiuso che attribuisce un valore sicuramente da apprezzare, vista la piccola produzione di 30.000 bottiglie.

#cincin

Corvezzo Winery – Il Prosecco Biologico – Cessalto (TV)

Per la prima volta…

sono stata a Cessalto (nel trevigiano), terra del Prosecco DOC, ospite della famiglia Corvezzo, vignaioli da quattro generazioni. Giovanni Corvezzo ha rivoluzionato l’azienda portandola ad una conduzione totalmente biologica, certificata dal 2017, con una produzione annua di 4,2 milioni di bottiglie su 150 ettari a corpo unico, prevalentemente di Glera e Pinot Grigio. Durante l’evento di giovedì scorso organizzato da Lionella Genovese è emerso che Esperienza, Tecnologia, Monitoraggio e Conoscenza del Territorio possono permettere di dire al BIO!

Vi avevo lasciato così sabato scorso, dichiarando la meta enoica che avevo raggiunto il 17 ottobre, quando le porte della Corvezzo Winery si sono aperte al mercato italiano, presentandosi a fondo davanti a giornalisti, blogger, enologi e sommelier. Zero filtri nell’esposizione di ogni dettaglio che li ha portati ad essere leader di settore per la produzione di Prosecco e Pinot Grigio biologici.

La prima parte della giornata si è incentrata sulla gestione della viticoltura nei vigneti accanto all’azienda, in compagnia dell’agronomo Filippo Scortegagna. Una vera e propria lezione a cielo aperto, testimone della possibilità di fare biologico su grandi appezzamenti (perché effettivamente siamo abituati a pensare in piccolo quando si nomina la parola biologico).

Innanzitutto si può lavorare in biologico supportati da strumenti e tecnologia: macchinari che effettuano il diserbo meccanico con disco rincalzatore, macchinari che seminano tra i filari miscele di semi, leguminose e avena per il sovescio, colonnine meteorologiche per il monitoraggio climatico delle differenti aree. E’ stato dismesso l’utilizzo di insetticidi convenzionali, sostituiti dalle tecniche di confusione sessuale per la lotta alla tignola e tignoletta mediante bastoncini gommosi porosi imbibiti di feromoni sessuali (circa 650 pezzi per ettaro, posizionati a mano). Come azione di copertura, utilizzo di rame e zolfo per trattamenti fitosanitari, polvere di roccia, semi di pompelmo, olio essenziale di arancia. No pesticidi, no erbicidi, no fertilizzanti di sintesi. Conoscenza del territorio, continua sperimentazione, monitoraggio costante dell’ambiente, del meteo e dei risultati, nonché prontezza nella gestione delle uve sono i concetti principali del team di esperti della Corvezzo Winery.

Un altro traguardo dell’azienda è legato ai vitigni resistenti. Nel 2016 è stato piantato un piccolo appezzamento di barbatelle di Sauvignon Kretos, varietà studiata e perfezionata dall’Università di Udine, prodotta e venduta presso i Vivai cooperativi di Rauscedo (PN). La vendemmia 2019 è stata la prima vinificata con i frutti di questo vigneto di un ettaro e mezzo e potrà diventare un IGT VENETO con un’etichetta che l’Azienda non vede l’ora di spiegare al mercato.
Anche questa scelta dei vitigni resistenti riduce in maniera significativa (60-70%) l’uso di fitosanitari, migliorando l’ecosostenibilità e il benessere dei consumatori.
A vantaggio/ svantaggio (è ancora necessario eseguire studi e sperimentazione) una maturazione precoce delle uve che, al momento, disequilibra i ritmi aziendali e la difficoltà nella comunicazione con il consumatore spesso non ancora pronto ai vini da vitigni resistenti.
E’ tutto in divenire ed io non posso che essere curiosa di quello che sarà, sia per la scoperta all’interno dei calici di una varietà che ancora non ho provato, sia per l’ampliamento di vedute che quest’azienda ha manifestato.

Complici di questa mission green anche i due Enologi Fabio Bigolin, consulente esterno da 18 anni, esperto della sfera biologica, e Andrea Toffoli che ha debuttato nel team interno della cantina in fase pre-laurea nel 2013.
Affiancati da loro, il terzo step della giornata è stato immerso tra tank inox, autoclavi e vasche di cemento termoregolate, i principali attori in questo ciclo produttivo per iniziare a parlare di vino.
TEMPESTIVITA’ è la parola chiave in quanto l’uva vendemmiata sosta al massimo mezz’ora nel carro prima di passare alla tramoggia e poi nella pressa. Una velocità dei processi, con diminuzione dei tempi che riducono la possibilità di uva ossidata e, di conseguenza, meno concentrata di anidride solforosa.

Le altre armi degli enologi, cui prestano molta attenzione, sono MOSTI e TAGLI. Viene effettuata la separazione di un mosto super fiore dallo sgrondo in tramoggia e di un mosto fiore dalla pressa con diraspatura, lavorazioni che permettono di ricavare due nettari soffici e delicati. Il lavoro successivo delle pressate concentra il mosto a contatto con le bucce, rilasciandone uno di secondo ancor più aromatico, soprattutto dalla Glera che risulta carica di profumi grazie ad una buccia più spessa, merito dell’agricoltura biologica.

Ogni varietà a casa Corvezzo è lavorata, vinificata e stoccata separatamente per poi procedere con i blend in base alle caratteristiche dei vitigni, delle annate e al risultato di maturazione in vasca. Un lavoro di tagli tra le grandi masse delle prime e le seconde per mantenere la costanza dei profumi e l’impronta dell’azienda, sempre nel rispetto della vendemmia.

Si procede quindi con l’illimpidimento dei mosti prima della fermentazione o con decantazione statica oppure tramite insufflazione di azoto o aria. A seguire, la fermentazione di 7-10 giorni, al momento fatta con inoculo di lieviti selezionati (in fase di sperimentazione l’utilizzo di quelli indigeni), infine niente chiarifiche prima di passare alle autoclavi.

Tanta cura nei dettagli e tanta professionalità anche in cantina. E allora, armati di camice e calice, abbiamo aperto i rubinetti per scoprire mosti di glera con e senza battonage, vino post malolattica, vino in fermentazione in cemento, Incrocio Manzoni passato e non passato nel legno. Tanti giochi piacevoli nell’assaggio e tante sfumature all’olfatto. E’ stato un vero e proprio divertimento per nulla scontato e soprattutto distante (per mia fortuna) dalla linearità del Prosecco solitamente conosciuta.

La giornata si è conclusa con una panoramica commerciale e marketing per approfondire ancora di più CHI SONO e QUAL E’ IL LORO PROGETTO. Abbiamo conosciuto così Niccolò Dalla Colletta e Mattia Granzotto che hanno riassunto l’essere 100% Bio della Corvezzo con un know-how solido sul biologico, il controllo della filiera e la sostenibilità ambientale ed economica.
Nel mondo vitivinicolo trevigiano, su 1.601 ettari totali di vigneti biologici, Corvezzo è la più grande di 210 aziende che in media possiedono ognuna 7,6 ettari.
Osservando invece il totale della produzione di Prosecco DOC biologico, gli ettari su tutta la zona sono 423, di cui 101 hanno il nome Corvezzo (parliamo del 23,6%).

Farsi conoscere dal mercato italiano che risulta più restio rispetto altri Paesi nei confronti del biologico, valorizzare gli autoctoni Manzoni e Raboso, concludere a breve il Progetto Biodinamico sono i loro prossimi obiettivi.

Per quanto riguarda i prodotti, sono presenti ben tre linee che contraddistinguono l’azienda:

TERRE DI MARCA con un Prosecco extra dry millesimato, un Pinot Grigio e due vini da “shakerare” (in quanto rifermentati in bottiglia col fondo), un Prosecco doc e un rosè di Raboso. Vini freschi, da aperitivo e senza pensieri!

CORVEZZO CLASSICA l’immagine principale e più conosciuta del brand Corvezzo, con diverse varietà di spumanti e di Prosecco dal packaging essenziale ed elegante.

SELEZIONE OLME’ con alternative per palati raffinati o alla ricerca di vini importanti da scoprire.

Prima dei saluti, la presentazione del nuovo packaging con la bottiglia dalla forma esclusiva con in rilievo delle linee verticali che rappresentano i filari, tappo rigorosamente spago, come da tradizione per il prosecco, un’etichetta in materiale riciclato.

Cosa ne pensate?

Personalmente apprezzo l’essenzialità e la pulizia grafica che valorizzano, assieme alle certificazioni marcate nella parte dietro delle etichette, quanta importanza abbia per loro ESSERE BIOLOGICI.

Per non dimenticare, avviso che si parla anche di prodotti VEGAN. Quindi avanti tutta bevitori italiani, le porte sono aperte nei confronti di tutte le vostre scelte alimentari!

Per rimanere aggiornati sui racconti e le avventure di Giovanni “Happy Farmer” vi lascio il link del suo blog http://www.ilproseccobiologico.com

Nel frattempo chiudo la mia parentesi inaspettata legata al Signor Prosecco.

#cincin

Cascina Bandiera – San Sebastiano Curone (AL)

Il ritmo della vita frenetica, le abitudini dei paesi industrializzati e la tecnologia che disturba la convivialità vengono momentaneamente archiviati quando si arriva in Località Bandiera, a San Sebastiano Curone, nell’Alessandrino.

La giornata tipica di Andrea e Lina, che affrontano i loro giorni da vignaioli gestendo CASCINA BANDIERA, sembra vissuta in un’altra epoca. Sono trascorsi più di venticinque anni da quando, nel 1992, hanno lasciato Arzignano (VI), trasferendosi su questo colle isolato nel Basso Piemonte.

I vigneti inizialmente erano gestiti in biologico, ma l’esclusione da possibili vicini contaminanti e le difese naturali del posto li hanno spinti al biodinamico nella conduzione della loro piccola azienda agricola.

L’estensione del terreno vitato non arriva a due ettari, il suolo si presenta marnoso e salino, con presenza di fossili, mentre nella parte più alta è limoso. L’uva regina della casa è lo Chardonnay, seguita da Timorasso e Pinot Nero, per una tiratura annua complessiva che sfiora appena le 4.000 bottiglie delle annate migliori.

Tralasciando le ultime due, un 2018 faticoso per l’eccessivo caldo e un 2017 senza raccolta per l’estrema siccità, le bottiglie che riposano nell’area di stoccaggio di questa casa di campagna possono raccontare la piccola storia di questa coppia che ho conosciuto qualche mese fa ad una manifestazione dedicata ai vini macerati (gli “orange wine”).

Poche alternative e fronzoli tra le tre etichette monovarietali prodotte: vendemmia delle uve in periodi con bassa presenza di acidità, sosta del mosto con le fecce fini un anno in autoclave, lieviti indigeni, fermentazione malolattica, un anno di sosta in acciaio, pulizia del vino solamente per decantazione (e con il tempo), minimo due anni in bottiglia prima del commercio. Escluse da tutti i vini chiarifiche, filtrazioni e aggiunta di anidride solforosa.

Tra frutta secca, focaccia stirata e formaggi locali, il gioco della degustazione a casa di Andrea e Lina è partito con una carrellata di annate di CHARDONNAY, servite rigorosamente a temperatura ambiente.

Il 2014  si presenta pulito, minerale, sapido, godereccio da tutto pasto. Seppur non abbia nulla di scomposto e prevalente, durante la degustazione mi svelano che secondo loro non ha ancora raggiunto la perfezione attesa. Si prospetta comunque un’ottima annata di facile beva già nell’arco dei prossimi sei mesi. Il 2013 risulta invece caldo, solare, rotondo al palato, pronto da aprire e finire. In entrambe le annate il retrogusto finale punta principalmente alla mineralità dei terreni e il lato alcolico è ben equilibrato con sapidità e freschezza. Il 2012 è parallelo al 2014, ma con maggiore persistenza. Il 2011, con il suo profumo di camomilla e tisana alle erbe, allieta l’olfatto. Ciccione e gustoso sorseggiandolo. E’ un vino molto piacevole da accompagnamento al cibo e per Andrea è un Signore. Il 2007 è un finto vecchietto perché ha ancora molta strada da fare, con le durezze ben presenti. Il suo colore dorato è ancora lucente ed i profumi si spingono verso frutta matura, frutta secca e una sfumatura di nota marsalata quasi ossidativa. E’ un vino da mangiare, riempie a dovere la bocca e presenta un’ottima persistenza. Al naso è quello che mi ha affascinato maggiormente per l’espressione vintage, ma dal cuore giovane. Con l’annata 2003 mi trovo di fronte alla massima espressione del SAN SEBASTIANO di Cascina Bandiera: alti livelli di struttura, pulizia ed appagamento. I particolari che emergono riportano a note burrose e biscottate, contornate dall’onda marina. In bocca è amarotico e grasso, con finale sempre legato a nocciole e mandorle amare. Confrontandomi con Andrea e Lina il profilo zuccherino quasi stucchevole che presentava appena pronto (dato da un’annata calda) è svanito con il tempo, passando da un vino da meditazione ad un vino dissetante e ancora fresco.

Si tratta dunque di uno Chardonnay che di anno in anno diventa più elegante, maturo e complesso (come da standard), ma soprattutto più beverino e leggero nella facilità di apprezzamento. Acquista sentori croccanti, gustosi e pieni. Insomma, anzichè perdere vigore, guadagna posizione.

Il loro DERTHONA (Timorasso), a differenza dallo Chardonnay, rimane più fresco e citrino, perché non sosta con le fecce fini un anno, ed esprime in maniera esponenziale la componente minerale del suolo. Ne assaggio solamente una versione, la prima annata imbottigliata che si esprime con un ventaglio di frutta esotica, forse un’ananas fresca e leggermente acerba. Effettivamente in bocca è quasi salato, ma l’equilibrio con la freschezza aiuta proprio a pulire la bocca da qualsiasi sapore. Grande potenziale, bassa gradazione alcolica. Chissà come evolverà…

L’unico vino rosso prodotto è il PINOT NERO (etichettato sul web come “L’Introvabile” per la scarsissima produzione) che, come al solito, mi stuzzica. E’ un finto rosato a livello cromatico, sosta tra i 15 ed i 18 giorni sulle bucce. Al naso prevale inizialmente, a bottiglia appena aperta, un aspetto legnoso (anche se il legno non lo vede proprio), per poi sfociare su un sacco di frutti rossi e di bosco. L’annata 2015  è un piccolo Pinot nero che ti parla, che vuole essere assecondato ed aspettato, con un tannino ancora fresco e vivo (anche se non troppo allappante) e un retrogusto che riconduce alle amarene.

Questa giornata alternativa nella mia vita da appassionata di vini si è conclusa con una “degustazione” di quattro tipologie di mele antiche (consultando un vecchio libro comprato in un mercatino sembrano riconducibili alle varietà conosciute come renetta ananas, belladonna, limoncella e calvilla rossa) provenienti da alcune piante coltivate vicino alla cascina, senza alcun trattamento.

Che dire: Andrea e Lina sono fantastici, così come il tempo trascorso a tavola con loro, aprendo quelle bottiglie, ascoltando il loro sapere. Hanno dei vini che, senza scoprire i produttori e il luogo dal quale provengono, forse non sono del tutto comprensibili e non assumono pienamente il valore che meritano.

Una giornata davvero unica, dove non si parla di sentimenti d’impatto all’assaggio. Mi sono emozionata concedendo ai vini, e a me stessa, una pausa di riflessione con il calice in mano, ricordando questi momenti come un’esperienza che porterò con me per sempre.

Alla prossima Cascina Bandiera​!

# cincin

Azienda Agricola Ricci – Costa Vescovato (AL) – Colli Tortonesi

Sedersi a tavola con Daniele Ricci e il suo Timorasso è stato uno degli appuntamenti più attesi di fine 2018 dei miei tour enoici.
Non vedevo l’ora di conoscere più a fondo il vignaiolo e i suoi vini prodotti a Costa Vescovato, sui Colli Tortonesi.
L’azienda condotta da Daniele è stata acquistata dai nonni nel 1929 e si trova immersa tra boschi, vecchie cave di gesso e soprattutto tanta tranquillità. Dalla strada non si vede neppure la casa di famiglia, bisogna scendere una stradina tutta curve e pendenze per raggiungere la piccola tenuta di 10 ettari vitati.

Il suo racconto inizia stappando DONNA CLEM (dedicata alla nonna Clementina), l’ultima etichetta creata dopo tre anni di esperimenti. E’ un metodo classico da uve Timorasso, dosaggio zero e 36 mesi di sosta con lieviti indigeni. Alla base un blend di una parte di vino macerato 90 giorni con le bucce e di uno fermentato ed affinato in botti di acacia (all’anagrafe Giallo di Costa e San Leto).
Donna Clem è raffinata nella sua veste dorata, i suoi profumi ampi e complessi trasmettono maturità, contornati da cedro candito e lime. Il perlage è delicato e cremoso in bocca, permangono prevalentemente l’aspetto sapido e la freschezza. Pochi fronzoli al gusto e un carattere unico che ritengo difficilmente paragonabile ad altri spumanti. Una tiratura limitata, di sole 2.000 bottiglie, lo rende ancor più pregiato.

Sciolta la tensione e riscaldati i palati, Daniele mi racconta della sua vecchia routine da casellante autostradale pendolare a Milano e della voglia di affrontare, qualche anno fa, un radicale cambio di vita per dedicarsi completamente al Timorasso e all’azienda dei nonni, Cascina San Leto. Il tutto rimanendo fedele ai ritmi e alle necessità della natura, omettendo la chimica dal ciclo produttivo dei suoi vini.

DERTHONA 2016, imbottigliato da poco, è puro Timorasso macerato 3 giorni con le bucce ed affinato un anno in botti di acacia da 700 litri. Profumi di agrifoglio, pino e muschio, fiori freschi e un’accenno di salamoia appena versato nel calice, per poi ampliarsi in differenti sfumature man mano che si ossigena e prende calore. L’annata 2016 ha un po’ penalizzato questo vino con un filo di alcool in più, svantaggiando il livello raffinato e desiderato di eleganza che vanta solitamente. Bisogna concedergli più tempo per avere l’equilibrio dissetante che ci si aspetta da lui.

Dalle vigne vecchie di Timorasso nasce SAN LETO, un vino dal colore mischiato tra l’oro giallo ed il rame. 3 giorni di macerazione con le bucce, un anno sulle fecce nobili e almeno 2 anni di riposo in bottiglia per questo vino che rispetta di più i canoni del Timorasso invecchiato. Ricorda qualche Riesling per le note di pietra focaia, combustibili ed idrocarburo. Poi spuntano caramella d’orzo, muschio e mandarino a condimento del bagaglio olfattivo. E’ un orange wine pulito e facile da bere, seppur l’impatto del sorso appaia pieno e carico. L’emozione che trasmette e che lascia mentre lo si assaggia si fa spazio nella bocca tramandando note indimenticabili, eleganti e lunghe.

Il capitolo orange wine da uve Timorasso continua con il GIALLO DI COSTA. Qui cambia il registro e si passa a ben 90 giorni di macerazione sulle bucce a cappello sommerso e 2 anni di affinamento in bottiglia. Come per tutti gli altri vini, Daniele utilizza solamente lieviti indigeni e non esegue filtrazioni né chiarifiche.
Servito a circa 16° dentro un Ballon, Giallo di Costa risulta pulito ed elegante già al naso, con la mineralità che fa da padrona. Segue qualche traccia di fiori secchi e note caramellate leggere. Il sorso è prevalentemente spinto su una bella base acida, affiancata da un calore che riscalda e macera in bocca. Pulito, armonico e piacevole da bere. Di carattere amichevole, da degustare quando ci pare e piace!

Concludo il tour del Timorasso di Ricci con la versione macerata 100 giorni sulle bucce in anfore e affinato un anno in botti di castagno. IO CAMMINO DA SOLO 2012 è il frutto di una passione nata e nutrita dopo una visita da Gravner ad Oslavia negli anni ’90. Si tratta di una prima prova ma è già sulla buona strada. L’anfora è poco invasiva a livello olfattivo con del leggero caramello. Alcool non eccessivo, un tannino ben smussato e una lunga persistenza. Da dimenticare in cantina per il potenziale che ha ancora davanti.

Dalle 5 varianti di Timorasso che ho esplorato emerge un grande stile e soprattutto la voglia di continuare a degustarne e scoprirne le innumerevoli sfaccettature.

#cincin