I Cacciagalli – Teano (CE)

Cercavo pace, relax, silenzio… cercavo un posto magico dove rifarmi gli occhi ammirando la natura e dove poter finalmente essere coccolata con cibo e vino di qualità dopo questo periodo di routine differente.

Sono arrivata all’ingresso della Campania dove, tra il gruppo vulcanico di Roccamonfina e il Parco Regionale del Matese, sorge la cittadina di Teano, a circa 190 metri s.l.m..

Alberi di nocciole e vigne coronano la struttura dell’azienda agricola biodinamica I CACCIAGALLI, proprietà di Diana Iannaccone e suo marito Mario Basco che hanno fatto di questa masseria del 1700, rivestita di tufo grigio, un piccolo angolo di paradiso per gli amanti dello #slow. Il tutto affiancato ad una pratica e razionale cantina, inaugurata nel 2018. 

L’azienda I CACCIAGALLI punta alla sostenibilità, mantenendo la biodiversità e sposando la biodinamica sui 35 ettari di proprietà che circondano il complesso. Oliveti, noccioleti, seminativo, castagno e 11 ettari di vigne su terreni di origine vulcanica e sabbiosi. 

Le uve internazionali coltivate negli anni ’60-’70 con sistema a tendone, a partire dal 2004 sono state rimpiazzate in toto da vitigni autoctoni a spalliera. Tra questi, Fiano e Falanghina coprono quasi il 70% della produzione, seguiti da Aglianico, Piedirosso e Pallagrello nero. Nel 2011 si inizia a parlare di biodinamica per tutta la loro produzione e dal 2012 le anfore diventano il cuore pulsante della metodologia di vinificazione ed affinamento dei vini. Ad oggi se ne possono contare ben 53: quelle di Impruneta, prodotte da Artenova, porose e ottime per la macerazione, le Tava trentine, le Clayver in ceramica. 

Passeggiando con Mario nell’anforaia è emersa un’alta sensibilità di utilizzo e la voglia continua di sperimentazione perchè per lui sono un mezzo importante di trasmissione delle peculiarità delle uve.

A casa I CACCIAGALLI non c’è nulla di convenzionale: in vigna il lavoro è tanto e minuzioso, con sovesci che permettono alle radici di andare a fondo creando struttura, mentre in cantina il processo produttivo prevede l’impiego di lieviti indigeni per le fermentazioni spontanee e pochissima solforosa, omettendo travasi e chiarifiche. 

Della loro piccola produzione di 45.000 bottiglie annue, AORIVOLA, PELLEROSA e ZAGREO sono stati i protagonisti della mia degustazione esplorativa. 

AORIVOLA 2018 è una falanghina, macerata 12 ore con le bucce, che passa in acciaio e in cemento. Un lucente giallo paglierino si presenta ai miei occhi e un bouquet di fiori ampio e delicato si incontra con il mio olfatto la prima volta che lo annuso. A seguire, un’ondata minerale che si impregna nell’aria e da lì, visto il mio debole per le note fresche e saline, inizio a conoscerlo a piccoli sorsi. E’ carico, pieno ed intenso, con la sapidità che emerge anche al palato chiudendo con una buona acidità. Pulito, di grande persistenza. Nel frattempo le sfaccettature al naso mi riportano a sensazioni di profumo da donna, di quelli indimenticabili ricchi di fiori. Lo riassaggio e me lo gusto a pieno. Tutto rimane stabile come al primo impatto e la chiusura retro gustativa mi ricorda note di erbette aromatiche, mentuccia, anice, radice di liquirizia che si sposa con le note saline. Da aperitivo dignitoso e buon accompagnatore di pasti moderatamente saporiti. In quel momento avrei addentato un fiore di cappero e una bella bruschetta con pomodoro fresco e bufala. Aorivola per me è strutturato, fiero e schietto, per nulla classico.

PELLEROSA 2018 è un vino rosato di uva Aglianico, fermentato ed affinato in anfora. Il corallo che potete vedere nelle foto, leggermente aranciato, è luminoso come un’ambra. Il liquore maraschino è la prima connessione che ritrovo appena stappato e versato nel calice. Poi spuntano fiori secchi, chinotto e tamarindo. Delicato e con personalità, pulisce la bocca con la giusta proporzione tra acidità e morbidezza. Leggermente tannico e secco nella chiusura netta. Non scivola così in fretta, tant’è che ti ritrovi a chiederne ancora, immaginandolo accanto ad una pizza, uno spaghetto allo scoglio o delle gustose cozze al pomodoro. 

A conclusione prende posto nel calice il Signor Fiano ZAGREO 2018. Lui sta comodamente in anfora, con una macerazione sulle bucce di circa un mese e mezzo, e si dà delle arie perchè sa che il suo caratterino è abbastanza unico e i palati capricciosi e navigatori del mondo enoico artigianale non vedono l’ora di incontrare calici così spettacolari. La dignità dell’uva rimane inalterata, è un vino interessante e non banale, emerge tutto il terroir ma il contenitore lo impreziosisce di sfumature e struttura.Mi fa sorridere rileggere i miei appunti dove cito una marca di the freddo al limone conosciuto da tutti noi, ma effettivamente l’infusione delle foglie di tè con le sue note delicate e la parte agrumata del succo di limone, sono tra i sentori principali di questo ZAGREO . Camomilla e altri fiori bianchi e gialli si addensano al naso pian piano mentre si apre e si scalda. Una sensazione raffinata ma, allo stesso tempo, rustica durante il sorso, che risulta comunque fresco, minerale e di grande complessità, con sfaccettature continue. Retrogusto con velo accennato di incenso e fiori essiccati che ritornano.

Continuo a gustarlo con il pensiero mentre riguardo le foto della masseria, una struttura ricettiva con appartamenti, biopiscina (per rimanere in armonia con la filosofia di casa) e un ristorante curato come location e pure come materie prime dei piatti. Una realtà dove l’amore per la natura è sottolineato in ogni particolare.

#cincin

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