Corte Bravi – Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR)

Vino e Musica possono essere due elementi che ben si sposano tra loro per aiutare a rilassarsi e godersi una situazione. Forse è per questo che da quando sono stata a Corte Bravi continuo ad ascoltare le playlist dedicate ai loro vini (scorrendo tra le foto potete capire meglio).

Siamo in piena zona classica della Valpolicella, un corpo unico di quattro ettari e mezzo di vigneti, all’interno di una piccola vallata con ciliegi, ulivi e bosco. Un terreno calcareo con tufo giallo che si ritrova nel percorso sensoriale dei vini che vi racconto di seguito.

Azienda giovane, nata nel 2011, che da qualche anno ha deciso di intraprendere una strada che richiama la natura e l’essenza del frutto delle viti: uva biologica, bassi solfiti, fermentazioni spontanee, vini non filtrati.

Una scelta molto coraggiosa ma da apprezzare.

Passeggiando tra le vigne in compagnia di Andrea, titolare dell’azienda con il fratello Ivano, inizia la nostra chiacchierata in mezzo alla natura. L’approccio in campagna è verso la biodinamica, con sovescio per arieggiare il terreno, piantando senape e sambuco, utilizzo di decotti e oli essenziali per ridurre l’utilizzo di rame e zolfo. Rese diminuite a 90 quintali/ettaro per le uve autoctone (corvina, corvinone, rondinella, molinara). Muretti a secco, da tradizione, e un piccolo fazzoletto di oseleta, una varietà veronese poco utilizzata per le basse rese, che i fratelli Brunelli usano come taglio nel Valpolicella Superiore e non solo.

Visto la ridotta produzione, vendemmia e lavorazione delle uve vengono gestite in simultanea, con uve raccolte in cassoni al mattino e pigiate nel pomeriggio.Unica eccezione per l’Amarone, con appassimento in cassette di legno fino a metà gennaio delle quattro uve e ventilazione naturale. 

Raccontandomi la produzione dei vini e le scelte di lavorazione, passeggiando tra i locali della cantina, Andrea mi cita U2, Rolling Stones, Led Zeppelin. “Ogni gruppo utilizza strumenti diversi per emozionare e anche il vino devi captare quello che ti dà e le sensazioni che ti trasmette”.

Così, finito il giro nei locali di affinamento tra tonneaux di rovere curvate a vapore (per ricercare solo la microssigenazione dei vini) e due anfore da 16 ettolitri, parte il giradischi ed è ora di concentrarci sui calici di casa Brunelli, sorseggiando al ritmo di musica.

Debutto con BOCIA, presentato a febbraio e dedicato al papà (ultimo di sette fratelli, il piccolo di casa, “el bocia” in dialetto veronese). Spremitura di rondinella in purezza, da 9,5 gradi. E’ il vino quotidiano, nella bottiglia da un litro, che ti accompagna durante le merende nutrienti o a tavola. Il rubino è lucente e vispo, il naso mi riporta a frutti e speziature delicate di infusi. Bevendolo non è leggero come mi sarei immaginata, anzi dispone di un bel caratterino. Acidità presente che si sposa con una buona sapidità. Rintocchi speziati e leggera arancia sanguinella nel retrogusto a chiusura di un sorso di buona persistenza.

Poi arriva TIMIDO, il vino bianco richiesto dalla mamma e il primo esperimento di Andrea dal 2018: molinara e rondinella pressate timidamente e vinificate in bianco. Viene trattato come un vino rosso, fa la malolattica e rimane 3-4 mesi in acciaio con batonnage frequenti fatti con azoto, senza filtrazioni e solamente un travaso per un bianco senza solfiti aggiunti. E’ timida la pressatura, ma non la struttura, un bianco che può accompagnare salumi, baccalà e qualche buon cicchetto veneziano. Note di mela verde, pompelmo e una sensazione amidacea che mi riempie la bocca. Fresco come si deve, ma soprattutto grande sapidità che spinge fino all’ultimo secondo di persistenza. Sarà divertente riprovarlo con un po’ di evoluzione in bottiglia rispetto all’annata degustata (imbottigliata da sole due settimane).

SCATTO, altra anteprima, 100% corvina da vigne di dieci anni, affinato quattro mesi in anfora da 16hl. Rosso vivo, frutto prevalente con fragolina di bosco e marasca, quasi in composta. Bocca secca rispetto al naso che mi avrebbe condotto verso un vino più abboccato e morbido. Ampio con diverse sfaccettature speziate. Sorso interessante e molto omogeneo nell’equilibrio.

Passando alla “tradizione” della denominazione, un bel calice di VALPOLICELLA CLASSICO 2020, con prevalenza di corvinone (quasi 50%), seguito da corvina e da un bel 15% di rondinella. Parliamo di un prodotto che esce però dai ritmi scanditi dal disciplinare, portandolo a un anno di affinamento in acciaio e quattro/cinque mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Parte “Sweet Home Alabama” e la musica si fonde con questo rubino lucente, dalle speziature delicate al naso e dalla sensazione al palato di spremuta di melograno (per il mix di acidità, frutto e leggera astringenza della parte bianca del melograno). Il suolo calcareo dona leggerezza al naso e alla bocca, un vino che non cerca per forza il cibo. Lungo con ritorno di buccia di arancia, frutti rossi, prugna, erbe e spezie, quasi una tisana serale come insieme di profumi che continuano ad emergere dal calice e dal retrogusto.

Segue un altro piacere alla beva con il VALPOLICELLA CLASSICO SUPERIORE 2019, con un 20% di uva oseleta. Metà affinamento in legno per un anno e metà in acciaio per un 13,5° di tutto spessore, ma dotato di una beva non opulenta. Veste molto intensa e scura che riporta all’olfatto note di fiori secchi, frutti rossi e spezie sempre più prevalenti, per lo più di pepe nero. Un ricordo di karkadè. Sorso d’impatto astringente, di buon equilibrio con acidità e sapidità molto percettibili.

In chiusura, l’AMARONE annata 2017, con una selezione accurata delle migliori uve, quattro mesi di appassimento, oltre un mese di macerazione sulle bucce, affinamento di due anni in tonneau e un anno in bottiglia. Rispetto ai calici precedenti, passatemi il concetto di naso “invecchiato”. Chiudo gli occhi degustandolo e mi ritrovo a giocare a carte, poi a mangiare della buona carne che richiama il vino che sto sorseggiando. Relax, take it easy, ma non esagerare perché tra il romanticismo delle spezie al naso e l’estrema secchezza alla bocca ogni tanto si può sbandare mentre si assaggia questo Amarone.

Che dire, un’esperienza pura in compagnia di Andrea, Raja e Pascal tra le espressioni magiche della Valpolicella.

#cincin

Famiglia Marsilli – Tenuta La Casetta – Brentino Belluno (VR)

La provincia di Verona, oltre ad essere geograficamente eterogenea (a tal punto da includere lago, colline, montagne e pianura), è pure ricca di denominazioni vitivinicole.

Tra queste si scorda spesso quella localizzata in un piccolo fazzoletto a confine con il Trentino, sulla Strada della Terra dei Forti, così rinominata per la presenza di fortificazioni militari.

Ebbene sì, per la prima volta sono andata a scoprire quell’areale a Brentino Belluno, un paese ai piedi del Monte Baldo e costeggiato dal Fiume Adige. Il paesaggio da ammirare in questa valle tra i monti presenta una distesa di vigneti fra la pianura e la collina che giovano delle condizioni pedoclimatiche, compresa l’Ora del Garda, un vento molto prezioso che rinfresca le mattine.

La Famiglia Marsilli, conosciuta per la produzione di salumi, circa cinquanta anni fa acquistò l’azienda agricola La Casetta, situata nell’omonima località di Brentino Belluno, sulla sponda occidentale dell’Adige.

Dei sette ettari di vigne di proprietà (a corpo unico) della Tenuta, vi sono ancora due vigneti storici del 1982 di Chardonnay e Sauvignon.

Tra le altre uve, coltivate su terreni minerali, ricchi di materiale di riporto della montagna, troviamo Pinot Grigio, Lagrein, Merlot, Cabernet Sauvignon e l’autoctono Lambrusco a foglia frastagliata Enantio. Lambrusco e Lagrein vengono allevati a guyot, gli altri invece a pergola semplice, piantati principalmente in base all’esposizione solare. 

Da oltre sei anni, Matteo Bellini realizza con la Famiglia Marsilli ben 9 prodotti, di cui un blend e 8 monovitigno, perchè la filosofia dell’azienda mette al primo posto la valorizzazione del vitigno.

Le mani esperte di Matteo sperimentano tutti i giorni nuove tecnologie dalla vendemmia alla bottiglia, tendendo alla riduzione della chimica. In campagna le attenzioni sono molteplici, come l’esclusione del diserbo, l’utilizzo di stallatico e spollonatrice.

Giunta l’ora della vendemmia, le uve vengono raccolte e portate in cella frigo per una notte. Solo il Pinot Grigio, nella versione vinificata in bianco e lavorata in acciaio, viene immediatamente pressato a caduta per evitare la cessione del colore. 

Tra le differenti modalità di lavorazione dei vini prodotti, i rossi macerano un mese, il Merlot viene gestito con cappello sommerso per due mesi con le vinacce, qualcuno affina in botti, qualcun’altro si gode le anfore.

Qua ogni vino ha la propria carta d’identità personalizzata.

Aprendo le danze in compagnia di Matteo, lo

CHARDONNAY assaggiato nell’annata 2019 è rimasto nei tank di acciaio fino a giugno 2020 per poi essere imbottigliato. Il calice paglierino luminoso è dotato di un bouquet abbastanza ampio di note di pera ed erbe aromatiche, con preponderanza sull’aspetto salino. Fresco, ben equilibrato con una buona persistenza e solforosa bassissima. Ancora giovane, con un bel potenziale di invecchiamento. A seguire, un calice romantico ed affascinante di

PINOT GRIGIO RAMATO 2019. Eleganza al naso con frutti tropicali, note croccanti di acino d’uva, violetta e leggera pasticceria. La sua veste rame tende maggiormente al rosa rispetto all’arancione. Texture vellutata al sorso, raffinato e leggero. La mineralità, ben presente dal naso alla bocca, chiude assieme al frutto con una piacevole lunghezza. In anteprima il

SAUVIGNON 2018 in anfora. Una produzione limitata di 3,5 quintali di uva, messa a contatto due mesi con le bucce e affinata un anno in anfora senza solforosa. Confettura di albicocca, ricordi di crostata con note leggermente burrose, distillato di erbe e l’immancabile mineralità tra i profumi di questo neonato. Un naso avvolgente e un sorso accattivante. Dei tre mi risulta il più sapido e insieme alla sua maturità figura molto piacevole da godersi a pranzo in compagnia. Tra i rossi, abbiamo assaggiato il

LAGREIN 2018 fermentato in barrique e poi lasciato in serbatoi di acciaio fino all’imbottigliamento. Speziatura intensa d’impatto con pepe nero e chiodi di garofano seguiti da piccoli frutti rossi. Rubino molto luminoso. Un impatto secco e tannico al sorso, divertente, pimpante, con leggere note balsamiche che si incastrano nel retrogusto alla mineralità ben presente. Gli altri li ho tenuti per la prossima occasione! Quello che è emerso, dopo un pomeriggio a La Casetta, è la qualità del tempo e del lavoro. I vini vengono lasciati riposare il tempo giusto prima di esser venduti (indicativamente mai prima di un anno) e per perseguire i risultati attesi servono tanta cura e passione. Se vi va di andarli a trovare, hanno anche un Agritur con una splendida piscina riscaldata…

#cincin

Vini di Vignaioli 2021

Uomo + Uva = Vino

Quanto mi è mancata questa fiera?

Tanto, veramente tanto.

E finalmente, dopo questo periodo intenso ed alternativo di chiusura dovuto alla pandemia, a poco a poco si sta ripartendo.

Domenica 31 Ottobre e Lunedì 1 Novembre Vini di Vignaioli (comunemente identificata come Fornovo) ha riaperto in una nuova location, a pochi chilometri da quella storica.

Sarà che mi mancava tanto, ma quest’edizione l’ho vista molto positivamente: gli occhi di tutti brillavano, lo spazio era ampio e luminoso, i calici si innalzavano per brindare al presente, ai vini del cuore e alle amicizie tra vignaioli e ospiti che finalmente si rivedevano dopo tanto tempo.

Tanti nomi nuovi da scoprire, ma anche tante conferme sulle mie bevute preferite e sui vignaioli che mi trasmettono la felicità di poter bere bene e senza fronzoli.

PEZZALUNGA: piccolo produttore vicentino che tra i suoi magici tagli bordolesi, ha proposto pure le etichette di suo fratello tra le quali spiccano un Pinot Bianco romantico e lussurioso e una Durella ferma macerata 15 giorni e piena di personalità.

VILLA CALICANTUS: come non potermi fermare da Daniele che sui colli sopra Bardolino propone sempre versioni indimenticabili dei suoi Chiarotto, La Superiora e Avresir. 

I CACCIAGALLI: Aorivola e Zagreo in perfetta forma e da bere a fiumi anche per l’annata 2019 (la nuova messa in commercio).(Leggi qui)

RICCARDO DANIELLI, che nel suo piccolo fazzoletto ad Allerona, coccola le sue vigne per uscire con Pliocene, Cinquemila lire e Un giorno Capirai, ispirate alla sua infanzia con il nonno. Piccole meraviglie. (Leggi qui)

PIERO RICCARDI – LORELLA REALE che mi hanno fatto scoprire un Cesanese di Affile su terreno vulcanico dotato di una beva incredibilmente “Borgogna Style”.

COLICCHIO con i suoi Cinquanta Filari da sbicchierare con facilità e goduria.

JOSEF altra conferma strepitosa tra i suoi vini da macerazione carbonica e la veste più improbabile ed accattivante di Trebbiano di Lugana da farti fare la piroetta.

CANTINE DELL’ANGELO L’essenzialità dell’essere territorio, del grande Greco di Tufo più persistente che mai e dalle mille sfaccettature che si sposano tra gusto e olfatto.

TENUTA L’ARMONIA con Bolla che adoro sempre più. Bollicina cremosa, acidità decisa e un ricordo indelebile in bocca. (Leggi qui)

KOI che mi ha permesso un viaggio di bontà tra Grasparossa, Sorbara e Trebbiano modenese.

ROCCA RONDINARIA e le sue varianti di Dolcetto di Ovada imbattibili, anticipate in degustazione dal nuovo Timorasso Gagà.

E loro, i mitici CASTELLO DI STEFANAGO, che hanno battezzato il nuovo packaging sostenibile per il metodo classico e per l’ennesima volta mi hanno lasciato senza parole: Pinot Noir 36 mesi sempre al top, verticale di Riesling renano 2015/2014/2011, l’ancestrale Centomesi di Chardonnay che si meritava una canzone d’amore e il piccolo nuovo Sbarbatello che trasmette leggerezza ed armonia. (Leggi qui)

Ma che bontà

questa fiera qua!

Alla prossima!

#cincin

ps: A fine paragrafo dedicato alle cantine riviste, vi ho messo il link del mio racconto dell’azienda.

Ferrocinto – Castrovillari (CS)

Immergendomi nell’entroterra della punta del nostro amato stivale italiano, ho contattato la tenuta di FERROCINTO, colpita dal connubio di tradizione e innovazione che emergeva guardando gli scatti presenti sul web.

Mi sono quindi diretta a Castrovillari, in provincia di Cosenza, dove dal 2008 l’azienda Ferrocinto (legata alla società agricola cooperativa Campoverde) vinifica in proprio le uve coltivate in 50 ettari vitati su suolo rosso (ricco di ferro e magnesio) in collina fino a 580-600 metri s.l.m..

Il Magliocco è il Re di casa, seguito da Mantonico, Greco Nero e Greco Bianco. Il restante 20% della coltivazione è di Chardonnay, Cabernet e Merlot. L’azienda ha concluso recentemente le procedure di certificazione biologica, presentando sul mercato una nuova linea di vini BIO.

Appena si arriva in cima alla collina dove si trova la tenuta, si rimane affascinati dalla masseria fortificata della metà dell’800 (di proprietà della Famiglia Salituri), seguita sulla destra da una moderna struttura che fa accomodare con gli occhi tra i vigneti nella Conca del Re, zona ambita per la produzione diversificata a livello agricolo, a soli 15-20 km sia dal Mar Ionio che dal Tirreno, caratterizzata da sbalzi termici giorno-notte, correnti marine e montane che predispongono tanti microclimi zonali. Questa zona è rinomata anche per la produzione del Riso di Sibrai.

La struttura ultramoderna della barricaia e dell’open space dedicato a degustazione ed eventi è caratterizzata da due materiali: il CORTEN, che richiama il colore del terreno e il LARICE, che ricorda gli arbusti degli olivi.

Per gli appassionati di architettura lascio il link di spiegazione del progetto di realizzazione dell’edificio, seguito da Francesco Lamanna: 

https://www.theplan.it/award-2018-production/barricaia-ferrocinto-1

Tornando alla produzione di vino, l’azienda Ferrocinto ha reimpiantato nel 2001 l’intera coltivazione con vitigni autoctoni ed internazionali. Da quattro anni ha iniziato un percorso di ricerca delle cultivar presenti nei loro areali, analizzando circa 1.000 campioni, 110 dei quali presentavano un DNA sconosciuto ai registri e il loro impegno è stato (ed è tuttora) la continua analisi di queste viti, coltivandone alcune nell’ottica di poter avere sempre un maggior numero di prodotti autoctoni che possano racchiudere le peculiarità della zona (Campo biodiversità Pollino Calabrese).

L’attuale selezione di vini include uno spumante charmat, due metodo classico e una decina di vini fermi da monovitigno. Produzioni limitate, con rese massime di 50 quintali ettaro, vendemmia a mano e in cassette, seguiti in cantina dagli enologi Marco Monchiero e Stefano Coppola.

CLAVÈ è un Greco Bianco charmat lungo (40-45 giorni), dotato di un naso elegante con note floreali, erbette fresche e pera verde. Un perlage fine ed elegante all’ingresso in bocca, di buon corpo, fresco e con un timbro sapido persistente in chiusura. Divertente e gioioso da bere.

A seguire DOVÌ BIANCO, lo CHARDONNAY rifermentato in bottiglia, millesimo 2014 con sboccatura fine 2019. Note croccanti e tostate ben accentuate, sentori di frutta matura che si concentrano all’olfatto in chiave delicata e sinuosa. Bella beva leggera d’ingresso ove prevalgono l’aspetto minerale e le note ferrose del terreno. Perlage notevole e duraturo. Il valore aggiunto che ho percepito è dato dal terroir valorizzata rispetto all’impronta del lievito e dello chardonnay. Un’espressione molto interessante, degna di una grande bevuta.

DOVÌ ROSÈ, 100% AGLIANICO, è stato premiato come miglior spumante rosè a Radici del Sud 2019. L’annata 2015, sboccata a luglio 2020, è una bolla fresca e biricchina, ancora giovane, ma con lo sprint giusto al palato per dare soddisfazione dopo qualche mese dalla sboccatura. Anche in questo calice l’impronta della sapidità del terreno è ben presente. Grande persistenza e retrogusto agrumato. Continua salivazione in bocca, un calice chiama l’altro, che bontà! Notevole bilanciamento tra naso e palato, presenta una sua identità ben distinta.

Della DOP TERRE DI COSENZA del POLLINO, il MANTONICO mi ha lasciato un ricordo incredibile con un boom al naso di mela e pera, contornato da leggero pot-pourri, gesso e spezie dolci. Giallo paglierino luminoso alla vista, secco, raffinato, con chiusura erbacea alla degustazione. Che aromaticità nei profumi, fa strage. Sapidità presente ma più delicata la nota rispetto agli altri. 

Il POLLINO ROSATO DI AGLIANICO viene prodotto solo con il mosto fiore, senza macerazione leggera con le bucce, affinato 6 mesi in legno e 6 mesi in bottiglia. Profuma di donna, rose rosse, talco e rossetto. Elegante, suadente.

Il PECORELLO è un altro bianco chic, ancor più profumato del Mantonico…molto gustoso al palato con una bevuta di corpo. Lungo e fine.

In chiusura la perla rossa calabrese, il MAGLIOCCO, affinato 6 mesi in barrique di rovere francese. Pane appena sfornato, fiori secchi, profumo di spezie natalizie, infusi di frutta e scorze di agrumi: questo il bouquet sviluppato nel calice dal quale sono stata catturata. Vino morbido, leggermente polveroso. Una bella acidità coniugata alla parte tannica in perfetto equilibrio.

Dopo qualche scatto meraviglioso della Tenuta di Ferrocinto, purtroppo in una giornata uggiosa, posso confermare di aver conosciuto un’azienda affidabile, con prodotti di notevole qualità che vale la pena scoprire. Il valore che emerge è la ricerca della differenza che sta nel loro territorio, dove la natura può solo regalare condizioni ideali per fare dei grandi vini unici.

Una perla del nostro Sud Italia, bella da vivere e buona da degustare.

#cincin

I Cacciagalli – Teano (CE)

Cercavo pace, relax, silenzio… cercavo un posto magico dove rifarmi gli occhi ammirando la natura e dove poter finalmente essere coccolata con cibo e vino di qualità dopo questo periodo di routine differente.

Sono arrivata all’ingresso della Campania dove, tra il gruppo vulcanico di Roccamonfina e il Parco Regionale del Matese, sorge la cittadina di Teano, a circa 190 metri s.l.m..

Alberi di nocciole e vigne coronano la struttura dell’azienda agricola biodinamica I CACCIAGALLI, proprietà di Diana Iannaccone e suo marito Mario Basco che hanno fatto di questa masseria del 1700, rivestita di tufo grigio, un piccolo angolo di paradiso per gli amanti dello #slow. Il tutto affiancato ad una pratica e razionale cantina, inaugurata nel 2018. 

L’azienda I CACCIAGALLI punta alla sostenibilità, mantenendo la biodiversità e sposando la biodinamica sui 35 ettari di proprietà che circondano il complesso. Oliveti, noccioleti, seminativo, castagno e 11 ettari di vigne su terreni di origine vulcanica e sabbiosi. 

Le uve internazionali coltivate negli anni ’60-’70 con sistema a tendone, a partire dal 2004 sono state rimpiazzate in toto da vitigni autoctoni a spalliera. Tra questi, Fiano e Falanghina coprono quasi il 70% della produzione, seguiti da Aglianico, Piedirosso e Pallagrello nero. Nel 2011 si inizia a parlare di biodinamica per tutta la loro produzione e dal 2012 le anfore diventano il cuore pulsante della metodologia di vinificazione ed affinamento dei vini. Ad oggi se ne possono contare ben 53: quelle di Impruneta, prodotte da Artenova, porose e ottime per la macerazione, le Tava trentine, le Clayver in ceramica. 

Passeggiando con Mario nell’anforaia è emersa un’alta sensibilità di utilizzo e la voglia continua di sperimentazione perchè per lui sono un mezzo importante di trasmissione delle peculiarità delle uve.

A casa I CACCIAGALLI non c’è nulla di convenzionale: in vigna il lavoro è tanto e minuzioso, con sovesci che permettono alle radici di andare a fondo creando struttura, mentre in cantina il processo produttivo prevede l’impiego di lieviti indigeni per le fermentazioni spontanee e pochissima solforosa, omettendo travasi e chiarifiche. 

Della loro piccola produzione di 45.000 bottiglie annue, AORIVOLA, PELLEROSA e ZAGREO sono stati i protagonisti della mia degustazione esplorativa. 

AORIVOLA 2018 è una falanghina, macerata 12 ore con le bucce, che passa in acciaio e in cemento. Un lucente giallo paglierino si presenta ai miei occhi e un bouquet di fiori ampio e delicato si incontra con il mio olfatto la prima volta che lo annuso. A seguire, un’ondata minerale che si impregna nell’aria e da lì, visto il mio debole per le note fresche e saline, inizio a conoscerlo a piccoli sorsi. E’ carico, pieno ed intenso, con la sapidità che emerge anche al palato chiudendo con una buona acidità. Pulito, di grande persistenza. Nel frattempo le sfaccettature al naso mi riportano a sensazioni di profumo da donna, di quelli indimenticabili ricchi di fiori. Lo riassaggio e me lo gusto a pieno. Tutto rimane stabile come al primo impatto e la chiusura retro gustativa mi ricorda note di erbette aromatiche, mentuccia, anice, radice di liquirizia che si sposa con le note saline. Da aperitivo dignitoso e buon accompagnatore di pasti moderatamente saporiti. In quel momento avrei addentato un fiore di cappero e una bella bruschetta con pomodoro fresco e bufala. Aorivola per me è strutturato, fiero e schietto, per nulla classico.

PELLEROSA 2018 è un vino rosato di uva Aglianico, fermentato ed affinato in anfora. Il corallo che potete vedere nelle foto, leggermente aranciato, è luminoso come un’ambra. Il liquore maraschino è la prima connessione che ritrovo appena stappato e versato nel calice. Poi spuntano fiori secchi, chinotto e tamarindo. Delicato e con personalità, pulisce la bocca con la giusta proporzione tra acidità e morbidezza. Leggermente tannico e secco nella chiusura netta. Non scivola così in fretta, tant’è che ti ritrovi a chiederne ancora, immaginandolo accanto ad una pizza, uno spaghetto allo scoglio o delle gustose cozze al pomodoro. 

A conclusione prende posto nel calice il Signor Fiano ZAGREO 2018. Lui sta comodamente in anfora, con una macerazione sulle bucce di circa un mese e mezzo, e si dà delle arie perchè sa che il suo caratterino è abbastanza unico e i palati capricciosi e navigatori del mondo enoico artigianale non vedono l’ora di incontrare calici così spettacolari. La dignità dell’uva rimane inalterata, è un vino interessante e non banale, emerge tutto il terroir ma il contenitore lo impreziosisce di sfumature e struttura.Mi fa sorridere rileggere i miei appunti dove cito una marca di the freddo al limone conosciuto da tutti noi, ma effettivamente l’infusione delle foglie di tè con le sue note delicate e la parte agrumata del succo di limone, sono tra i sentori principali di questo ZAGREO . Camomilla e altri fiori bianchi e gialli si addensano al naso pian piano mentre si apre e si scalda. Una sensazione raffinata ma, allo stesso tempo, rustica durante il sorso, che risulta comunque fresco, minerale e di grande complessità, con sfaccettature continue. Retrogusto con velo accennato di incenso e fiori essiccati che ritornano.

Continuo a gustarlo con il pensiero mentre riguardo le foto della masseria, una struttura ricettiva con appartamenti, biopiscina (per rimanere in armonia con la filosofia di casa) e un ristorante curato come location e pure come materie prime dei piatti. Una realtà dove l’amore per la natura è sottolineato in ogni particolare.

#cincin