I Cacciagalli – Teano (CE)

Cercavo pace, relax, silenzio… cercavo un posto magico dove rifarmi gli occhi ammirando la natura e dove poter finalmente essere coccolata con cibo e vino di qualità dopo questo periodo di routine differente.

Sono arrivata all’ingresso della Campania dove, tra il gruppo vulcanico di Roccamonfina e il Parco Regionale del Matese, sorge la cittadina di Teano, a circa 190 metri s.l.m..

Alberi di nocciole e vigne coronano la struttura dell’azienda agricola biodinamica I CACCIAGALLI, proprietà di Diana Iannaccone e suo marito Mario Basco che hanno fatto di questa masseria del 1700, rivestita di tufo grigio, un piccolo angolo di paradiso per gli amanti dello #slow. Il tutto affiancato ad una pratica e razionale cantina, inaugurata nel 2018. 

L’azienda I CACCIAGALLI punta alla sostenibilità, mantenendo la biodiversità e sposando la biodinamica sui 35 ettari di proprietà che circondano il complesso. Oliveti, noccioleti, seminativo, castagno e 11 ettari di vigne su terreni di origine vulcanica e sabbiosi. 

Le uve internazionali coltivate negli anni ’60-’70 con sistema a tendone, a partire dal 2004 sono state rimpiazzate in toto da vitigni autoctoni a spalliera. Tra questi, Fiano e Falanghina coprono quasi il 70% della produzione, seguiti da Aglianico, Piedirosso e Pallagrello nero. Nel 2011 si inizia a parlare di biodinamica per tutta la loro produzione e dal 2012 le anfore diventano il cuore pulsante della metodologia di vinificazione ed affinamento dei vini. Ad oggi se ne possono contare ben 53: quelle di Impruneta, prodotte da Artenova, porose e ottime per la macerazione, le Tava trentine, le Clayver in ceramica. 

Passeggiando con Mario nell’anforaia è emersa un’alta sensibilità di utilizzo e la voglia continua di sperimentazione perchè per lui sono un mezzo importante di trasmissione delle peculiarità delle uve.

A casa I CACCIAGALLI non c’è nulla di convenzionale: in vigna il lavoro è tanto e minuzioso, con sovesci che permettono alle radici di andare a fondo creando struttura, mentre in cantina il processo produttivo prevede l’impiego di lieviti indigeni per le fermentazioni spontanee e pochissima solforosa, omettendo travasi e chiarifiche. 

Della loro piccola produzione di 45.000 bottiglie annue, AORIVOLA, PELLEROSA e ZAGREO sono stati i protagonisti della mia degustazione esplorativa. 

AORIVOLA 2018 è una falanghina, macerata 12 ore con le bucce, che passa in acciaio e in cemento. Un lucente giallo paglierino si presenta ai miei occhi e un bouquet di fiori ampio e delicato si incontra con il mio olfatto la prima volta che lo annuso. A seguire, un’ondata minerale che si impregna nell’aria e da lì, visto il mio debole per le note fresche e saline, inizio a conoscerlo a piccoli sorsi. E’ carico, pieno ed intenso, con la sapidità che emerge anche al palato chiudendo con una buona acidità. Pulito, di grande persistenza. Nel frattempo le sfaccettature al naso mi riportano a sensazioni di profumo da donna, di quelli indimenticabili ricchi di fiori. Lo riassaggio e me lo gusto a pieno. Tutto rimane stabile come al primo impatto e la chiusura retro gustativa mi ricorda note di erbette aromatiche, mentuccia, anice, radice di liquirizia che si sposa con le note saline. Da aperitivo dignitoso e buon accompagnatore di pasti moderatamente saporiti. In quel momento avrei addentato un fiore di cappero e una bella bruschetta con pomodoro fresco e bufala. Aorivola per me è strutturato, fiero e schietto, per nulla classico.

PELLEROSA 2018 è un vino rosato di uva Aglianico, fermentato ed affinato in anfora. Il corallo che potete vedere nelle foto, leggermente aranciato, è luminoso come un’ambra. Il liquore maraschino è la prima connessione che ritrovo appena stappato e versato nel calice. Poi spuntano fiori secchi, chinotto e tamarindo. Delicato e con personalità, pulisce la bocca con la giusta proporzione tra acidità e morbidezza. Leggermente tannico e secco nella chiusura netta. Non scivola così in fretta, tant’è che ti ritrovi a chiederne ancora, immaginandolo accanto ad una pizza, uno spaghetto allo scoglio o delle gustose cozze al pomodoro. 

A conclusione prende posto nel calice il Signor Fiano ZAGREO 2018. Lui sta comodamente in anfora, con una macerazione sulle bucce di circa un mese e mezzo, e si dà delle arie perchè sa che il suo caratterino è abbastanza unico e i palati capricciosi e navigatori del mondo enoico artigianale non vedono l’ora di incontrare calici così spettacolari. La dignità dell’uva rimane inalterata, è un vino interessante e non banale, emerge tutto il terroir ma il contenitore lo impreziosisce di sfumature e struttura.Mi fa sorridere rileggere i miei appunti dove cito una marca di the freddo al limone conosciuto da tutti noi, ma effettivamente l’infusione delle foglie di tè con le sue note delicate e la parte agrumata del succo di limone, sono tra i sentori principali di questo ZAGREO . Camomilla e altri fiori bianchi e gialli si addensano al naso pian piano mentre si apre e si scalda. Una sensazione raffinata ma, allo stesso tempo, rustica durante il sorso, che risulta comunque fresco, minerale e di grande complessità, con sfaccettature continue. Retrogusto con velo accennato di incenso e fiori essiccati che ritornano.

Continuo a gustarlo con il pensiero mentre riguardo le foto della masseria, una struttura ricettiva con appartamenti, biopiscina (per rimanere in armonia con la filosofia di casa) e un ristorante curato come location e pure come materie prime dei piatti. Una realtà dove l’amore per la natura è sottolineato in ogni particolare.

#cincin

Orto Venezia – Sant’Erasmo (Laguna di Venezia)

Più passa il tempo e più avverto la necessità di provare a coniugare il mondo del vino con la natura, cercando di mettere in secondo piano tecnologia, architettura e tavolate di esperti valutatori di vini sulla base di punti oggettivamente prestabiliti.

Più passa il tempo e maggiore è la voglia di guardare intorno a me, di scoprire peculiarità che pochi conoscono e collegherebbero alla produzione del vino.

Ecco perchè con questo racconto vi porto a Sant’Erasmo, una delle isole più grandi della Laguna di Venezia, dove nasce ORTO, il vino della laguna prodotto da Michel Thoulouze

Ci troviamo nell’isola che da sempre nutre la laguna con la sua produzione di frutta e verdura, l’unica a non risentire dell’acqua alta in quanto è stata sistemata con argini e mura perimetrali dopo l’inondazione del 1966. Un’isola con tre tipologie di suolo (terra scura, sabbia e argilla) e l’aria delle Dolomiti che mitiga il clima di questo frammento suggestivo d’Italia.

Il Signor Thoulouze è un affascinante uomo francese dei dintorni di Montpellier che nel 2000 decise di comprare una proprietà di 11 ettari sull’Isola di Sant’Erasmo per godersi la pensione e la tranquillità, allontandosi dalla patria. 

L’idea di fare vino non fu immediata, ma forse per uno scherzo del destino, scoprì che sul catasto il suo appezzamento era denominato nel XVII secolo “Vigna del Nobilomo”. Allora Michel chiese supporto ad alcuni amici francesi e dopo aver analizzato il terreno, ha cominciato a lavorarlo, preparandolo lentamente ad accogliere due vitigni italiani, la Malvasia Istriana e il Vermentino, piantando entrambi a piede franco. 

Tanti scrupoli e grande lavoro della terra per far nascere un vino unico, un calice che potesse esprimere l’identità del micro-terroir di Sant’Erasmo, senza supporti aggiuntivi. Da qui la scelta di non utilizzare diserbo, concimi, pesticidi e irrigazione, per far si che la terra possa rimanere fertile e viva e che le radici delle viti possano scendere in profondità. 

Così 4 degli 11 ettari nel 2003 sono stati vitati su suolo argilloso, rendendo oggi al massimo 40 ettolitri per ettaro, arrivando ad una produzione di circa 15.000 bottiglie di ORTO, l’unica etichetta prodotta. 

L’identità di questo vino viene costruita nel vigneto, dove ogni giorno si lavora per aumentare la qualità e la salubrità dell’uva. A maggio viene fatta la selezione dei grappoli, riducendoli a 1,5-2,0 kg di uva per pianta. Poi si attende lentamente la piena maturazione fenolica, vendemmiando l’uva bella matura, partendo dalla Malvasia e terminando, circa un mese dopo, con il Vermentino. Vinificazioni separate con utilizzo di lieviti selezionati ma naturali. Una volta raggiunto il compromesso tra i due vini facendo i tagli e mantenendo come percentuali circa il 60% di Malvasia Istriana (per la struttura) e il 40% di Vermentino (per i profumi), ORTO passa ad invecchiare in bottiglia, affinando quasi 3 anni, prima dell’immissione sul mercato. Non viene effettuata la malolattica per preservarne la freschezza.

Michel lo definisce un vino puro, da uva sana e matura, dal grande potenziale di invecchiamento grazie all’alta dotazione di acidità naturale.

Il mio primo approccio con ORTO e l’annata 2017 è stato sicuramente diretto. 

Vestito di luce nelle sue sfumature paglierine intense, danza sinuoso nel bicchiere e si prospetta sicuramente importante a livello di struttura alcolica. 

Portandolo al naso inizia a frastornare la mia mente con la sua delicatezza ed i profumi che escono a rintocchi. Man mano che prendo confidenza con lui risulta fresco e delicato, con prati immensi di fiori mischiati alla brezza iodata della laguna.

Lo assaggio ed ecco che il suo impulso divampa in bocca, tra quest’acidità importante che si sposa elegantemente con un’ottima mineralità. Amplificazioni continue al palato, con modesto calore, ma una persistenza da perdere i conti.

Non ci puoi fare aperitivo senza dargli peso, devi pretendere che venga accompagnato da pietanze (anche orientali), perchè ha bisogno di chiaccherare con calma e di farsi conoscere lentamente con le sue sensazioni.

ORTO non ha similitudini, è micro per natura, ma ragiona in grande.

Perciò ora non mi resta che augurarvi di poter scoprire questa peculiarità che nasce in un angolo di paradiso italiano, dove per qualche ora si può vivere un’esperienza senza eguali sorseggiando un grande vino.

Che piccola favola!

#cincin

Transit Farm e l’Anteprima di Bojo Fosco – Fara Vicentino (VI)

Passata una decade dalla nascita della Transit in versione Farm (Transit infatti vive di stile e moda da oltre 30 anni), domenica 5 luglio è stato presentato Bojo Fosco, l’ultima etichetta dell’azienda vitivinicola vicentina situata in piena DOC Breganze.

Bojo Fosco 2018 è un Signor Pinot Grigio, coltivato su terreno vulcanico, che ha seguito una strada alternativa:

– ad ottobre prima vinificazione in bianco di una parte delle uve vendemmiate;

– alla prima fermentazione, a novembre, aggiunti gli acini della stessa uva, appassiti in fruttaio;

– partenza della seconda fermentazione molto lenta, fino alla primavera successiva.

In poche parole, viene applicata la tecnica del Governo, ma con una particolarità: l’utilizzo dell’anfora come contenitore, sia in fase fermentativa sia per l’affinamento.

Si presenta di un giallo paglierino lucente con riflessi dorati, ha un debutto interessante al naso ove prevalgono i sentori del contenitore (caramella d’orzo e resina), per poi emergere l’acino ed il bagaglio aromatico dell’uva. 15 gradi alcool percettibilissimi, ma equilibrati in bocca. Parte tannica elegante, la componente di freschezza non presenta limiti di lunghezza per la lunga persistenza. 

Andrà in bottiglia la settimana prossima e ammetto di essere incuriosita dal potenziale della sua evoluzione.

Bojo Fosco è uno degli ultimi risultati delle sperimentazioni di Transit Farm che segue completamente la sua filiera, senza interventi esterni, fino all’imbottigliamento dei suoi vini biologici (integralmente prodotti, come si suol dire).

L’azienda si estende su 25 ettari, di cui 13 vitati. Tra vigne, orto e fattoria spunta uno splendido cascinale con pietra vulcanica a vista, dove si può anche soggiornare. 

Un’atmosfera di relax affiancata dalla vita attiva della campagna con pavoni, cavalli e galline che pitturano lo sfondo di questa piccola cornice della collina vicentina.

La posizione dei piccoli appezzamenti vanta di buona esposizione al sole e ottima ventilazione che amplificano la leggerezza dei vini nei calici.

Vini che cercano di deviare lo standard di zona, prediligendo texture più accoglienti e fresche al palato, come un capo di puro lino.

Uno di questi è sicuramente il Torcolato, rinomato passito di Breganze, ottenuto da uve 100% Vespaiola, che si contraddistingue per i soli 100/130 g/L di zucchero, contro i 200 tradizionali. A breve verrà proposto vinificato ed affinato in anfora. Chissà come sarà questo passito innovativo…

Dopo aver conosciuto Bojo Fosco, Andrea e Lara di Transit hanno presentato le altre etichette della cantina.

Dal matrimonio dell’autoctona Vespaiola con Monsieur Pinot Nero nascono due spumanti: Cion, lo charmat lungo (ben 9 mesi in autoclave) e il Metodo Classico (100 mesi di rifermentazione sui lieviti). 

Cion 2018 è un brut da 7g/L che si veste di un delicato rosa, virato alla buccia di cipolla. E’ uno spumante fresco e smart, dalla bollicina fine ed elegante e un frutto rosso fresco al naso. Chiude al palato con una lunga salivazione. 

Scende il residuo zuccherino a 3g/L nel Metodo Classico, vendemmia 2011, che alla vista presenta sfumature più intense di rosa ramato e un perlage finissimo e abbastanza fitto. Il naso ha aromi di storia, creme, fiori secchi e leggera speziatura. Il sorso cremoso e leggermente liquoroso d’impatto, spinge verticalmente sull’acidità che ancora non delude. Ampio al palato e pulito il finale.

Virando sui rossi, nel calice mi ritrovo un Pinot Nero 2015 affinato un anno in tonneau. Note vellutate danzano sul palato, con un retrogusto speziato. Vino di facile approccio, merito della mineralità dei suoli. 

Per concludere il tasting, Botacin 2015, taglio bordolese di soli 12,5° che affina oltre un anno in barriques di secondo passaggio con tostatura lieve. Decisamente secco e asciutto, il Cabernet è docile e ben amalgamato al Merlot. Spiccata freschezza e buona persistenza.

Ciò che ho potuto testare in prima persona di Transit Farm è la cura del dettaglio in tutte le fasi di produzione, con un ciclo chiuso che attribuisce un valore sicuramente da apprezzare, vista la piccola produzione di 30.000 bottiglie.

#cincin

Riccardo Danielli – Benedetta Primavera e Benvenuto PLIOCENE

Eh sì, seppur con settimane di ritardo, vorrei esclamare “Benedetta Primavera” perchè è arrivato il momento di vedere vestito e tappato Pliocene.

Pliocene è la prima etichetta di un giovane vignaiolo artigiano di Allerona, un borgo nel cuore dell’Italia, non molto lontano da Orvieto e dal Lago di Bolsena.

Pliocene è la rinascita di Riccardo Danielli, classe 1983, che dopo tanti anni di lavoro a supporto di altre aziende vitivinicole, ha deciso di uscire allo scoperto scegliendo di produrre Pliocene, manifesto della sua anima di sognatore.

Ha preso in affitto dei piccoli appezzamenti con vigne semi abbandonate e gli ha trasmesso tutto ciò che in questi anni ha imparato, ovvero che la natura dev’essere assecondata ed istruita a produrre del buon vino.

Le vigne di oltre 50 anni sono gestite con un sistema di allevamento alternativo ed antico, con quattro archetti che fanno scendere i rami come un salice piangente e in alto viene posizionata a sostegno una croce.

Le uve per la produzione di questo vino sono quelle tipiche dell’Orvieto classico (Grechetto, Procanico e Trebbiano) che per la vendemmia di debutto, la 2019, hanno fatto 2 giorni di macerazione in vetroresina, poi

qualche travaso sulle fecce fini tra inox e vetroresina prima dell’imbottigliamento lo scorso marzo.

Passato un mese di assestamento in bottiglia finalmente può essere stappata.

Parliamo di un vino senza filtrazioni, con una solforosa sotto i 25mg/L e delle volatili spinte.

Ma vediamo un può cosa mi racconta Pliocene versandolo nel calice:

Il suo colore mi collega direttamente all’estate e al the al limone, è luminoso e brilla d’oro.

Naso pulito seppur leggermente chiuso al primo impatto, poi prende confidenza e mi propone ricordi di fiori secchi, paglia, note di camomilla, anice stellato e finocchietto selvatico, insomma un infuso di fiori ed erbe.

Sorso abbastanza pieno e leggermente astringente (molto probabilmente la responsabilità è mia perchè ho voluto testare una temperatura da bianchi), scorrevole e sapido che lascia tracce sul palato tra l’acido e il dolce, un mix da spremuta di arancia. Termina con un velo che si appoggia sul palato richiamando un altro sorso. E’ un vino “saporito” che incita il GLU-GLU. Lascio una lacrima nel calice, gli concedo un minuto e riassaggiandolo emerge il gusto dell’acino d’uva.

Non posso fermarmi, questo vino mi sembra variabile come il meteo della Primavera, devo concedermi e concedergli altri momenti di degustazione.

Il secondo giorno il naso è più assestato e comodo, l’infuso di erbe è più intenso e si ripropone contornato da note di propoli e scorze di cedro. In bocca è asciutto, abbastanza caldo e lineare, un vino dissetante e pulito, che continua a stimolare la beva.

Nei due giorni seguenti qualcosa vira e Pliocene non lo reputerei solo un vino da bere facilmente, assume note (ed emozioni) romantiche che richiamano anche l’accompagnamento al cibo.

L’olfatto regala accenni di frutta secca e fiori secchi, degustandolo fresco la mandorla dell’amaretto lascia le sue tracce nel retrogusto, poi in bocca diventa più cremoso e ampio seppur ancora leggermente astringente, con un finale che continua a rimanere sull’asciutto e sapido.

Pliocene è risultata una piacevole scoperta che mi ha animato una settimana di quarantena, allenando olfatto e gusto alla ricerca delle mille sfaccettature che un vino può donare. Mi sono divertita nel testarlo in diversi step e non vedo l’ora di stappare questo “neonato” in compagnia!

Grazie a Riccardo e #cincin di Buona Fortuna!

Per chi volesse approfondire sul nome di questo vino e sul perchè Riccardo ha disegnato una balena in etichetta, vi riporto un estratto del suo sito:

“BALENA

Passeggiare in un campo, imbattersi in una conchiglia e vedere il mare in una pozzanghera.

Gusci di noci della colazione del nonno che diventano scafi inaffondabili ed essere pronti a salpare nel mare del pliocene…

Un mare narrato dai nonni, un mare di un tempo molto molto lontano, un mare che ci faceva sognare e vedere le piante sott’acqua e le colline diventare onde.

Qui, silenziosa e solitaria, nuotava sui fondali , accarezzando con la pancia la stessa terra di sabbia e argilla dove io oggi trascorro le mie giornate.

Si muoveva lenta e tranquilla, in quella natura remota, di cui lei era la custode, in un equilibrio esatto, solido e pacifico, che ancora avverto nei frutti del mio lavoro. E, come lei, silenzioso e attento, cerco di custodire con fedeltà le antiche tradizioni, proteggendo l’eredità del passato nel rispetto dei ritmi naturali.

Lei era la Balena, una strada che mi ha portato nell’ unico posto possibile: il mio.”

Fonte: https://www.riccardodanielli.it

Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin