Vini di Vignaioli 2021

Uomo + Uva = Vino

Quanto mi è mancata questa fiera?

Tanto, veramente tanto.

E finalmente, dopo questo periodo intenso ed alternativo di chiusura dovuto alla pandemia, a poco a poco si sta ripartendo.

Domenica 31 Ottobre e Lunedì 1 Novembre Vini di Vignaioli (comunemente identificata come Fornovo) ha riaperto in una nuova location, a pochi chilometri da quella storica.

Sarà che mi mancava tanto, ma quest’edizione l’ho vista molto positivamente: gli occhi di tutti brillavano, lo spazio era ampio e luminoso, i calici si innalzavano per brindare al presente, ai vini del cuore e alle amicizie tra vignaioli e ospiti che finalmente si rivedevano dopo tanto tempo.

Tanti nomi nuovi da scoprire, ma anche tante conferme sulle mie bevute preferite e sui vignaioli che mi trasmettono la felicità di poter bere bene e senza fronzoli.

PEZZALUNGA: piccolo produttore vicentino che tra i suoi magici tagli bordolesi, ha proposto pure le etichette di suo fratello tra le quali spiccano un Pinot Bianco romantico e lussurioso e una Durella ferma macerata 15 giorni e piena di personalità.

VILLA CALICANTUS: come non potermi fermare da Daniele che sui colli sopra Bardolino propone sempre versioni indimenticabili dei suoi Chiarotto, La Superiora e Avresir. 

I CACCIAGALLI: Aorivola e Zagreo in perfetta forma e da bere a fiumi anche per l’annata 2019 (la nuova messa in commercio).(Leggi qui)

RICCARDO DANIELLI, che nel suo piccolo fazzoletto ad Allerona, coccola le sue vigne per uscire con Pliocene, Cinquemila lire e Un giorno Capirai, ispirate alla sua infanzia con il nonno. Piccole meraviglie. (Leggi qui)

PIERO RICCARDI – LORELLA REALE che mi hanno fatto scoprire un Cesanese di Affile su terreno vulcanico dotato di una beva incredibilmente “Borgogna Style”.

COLICCHIO con i suoi Cinquanta Filari da sbicchierare con facilità e goduria.

JOSEF altra conferma strepitosa tra i suoi vini da macerazione carbonica e la veste più improbabile ed accattivante di Trebbiano di Lugana da farti fare la piroetta.

CANTINE DELL’ANGELO L’essenzialità dell’essere territorio, del grande Greco di Tufo più persistente che mai e dalle mille sfaccettature che si sposano tra gusto e olfatto.

TENUTA L’ARMONIA con Bolla che adoro sempre più. Bollicina cremosa, acidità decisa e un ricordo indelebile in bocca. (Leggi qui)

KOI che mi ha permesso un viaggio di bontà tra Grasparossa, Sorbara e Trebbiano modenese.

ROCCA RONDINARIA e le sue varianti di Dolcetto di Ovada imbattibili, anticipate in degustazione dal nuovo Timorasso Gagà.

E loro, i mitici CASTELLO DI STEFANAGO, che hanno battezzato il nuovo packaging sostenibile per il metodo classico e per l’ennesima volta mi hanno lasciato senza parole: Pinot Noir 36 mesi sempre al top, verticale di Riesling renano 2015/2014/2011, l’ancestrale Centomesi di Chardonnay che si meritava una canzone d’amore e il piccolo nuovo Sbarbatello che trasmette leggerezza ed armonia. (Leggi qui)

Ma che bontà

questa fiera qua!

Alla prossima!

#cincin

ps: A fine paragrafo dedicato alle cantine riviste, vi ho messo il link del mio racconto dell’azienda.

Ferrocinto – Castrovillari (CS)

Immergendomi nell’entroterra della punta del nostro amato stivale italiano, ho contattato la tenuta di FERROCINTO, colpita dal connubio di tradizione e innovazione che emergeva guardando gli scatti presenti sul web.

Mi sono quindi diretta a Castrovillari, in provincia di Cosenza, dove dal 2008 l’azienda Ferrocinto (legata alla società agricola cooperativa Campoverde) vinifica in proprio le uve coltivate in 50 ettari vitati su suolo rosso (ricco di ferro e magnesio) in collina fino a 580-600 metri s.l.m..

Il Magliocco è il Re di casa, seguito da Mantonico, Greco Nero e Greco Bianco. Il restante 20% della coltivazione è di Chardonnay, Cabernet e Merlot. L’azienda ha concluso recentemente le procedure di certificazione biologica, presentando sul mercato una nuova linea di vini BIO.

Appena si arriva in cima alla collina dove si trova la tenuta, si rimane affascinati dalla masseria fortificata della metà dell’800 (di proprietà della Famiglia Salituri), seguita sulla destra da una moderna struttura che fa accomodare con gli occhi tra i vigneti nella Conca del Re, zona ambita per la produzione diversificata a livello agricolo, a soli 15-20 km sia dal Mar Ionio che dal Tirreno, caratterizzata da sbalzi termici giorno-notte, correnti marine e montane che predispongono tanti microclimi zonali. Questa zona è rinomata anche per la produzione del Riso di Sibrai.

La struttura ultramoderna della barricaia e dell’open space dedicato a degustazione ed eventi è caratterizzata da due materiali: il CORTEN, che richiama il colore del terreno e il LARICE, che ricorda gli arbusti degli olivi.

Per gli appassionati di architettura lascio il link di spiegazione del progetto di realizzazione dell’edificio, seguito da Francesco Lamanna: 

https://www.theplan.it/award-2018-production/barricaia-ferrocinto-1

Tornando alla produzione di vino, l’azienda Ferrocinto ha reimpiantato nel 2001 l’intera coltivazione con vitigni autoctoni ed internazionali. Da quattro anni ha iniziato un percorso di ricerca delle cultivar presenti nei loro areali, analizzando circa 1.000 campioni, 110 dei quali presentavano un DNA sconosciuto ai registri e il loro impegno è stato (ed è tuttora) la continua analisi di queste viti, coltivandone alcune nell’ottica di poter avere sempre un maggior numero di prodotti autoctoni che possano racchiudere le peculiarità della zona (Campo biodiversità Pollino Calabrese).

L’attuale selezione di vini include uno spumante charmat, due metodo classico e una decina di vini fermi da monovitigno. Produzioni limitate, con rese massime di 50 quintali ettaro, vendemmia a mano e in cassette, seguiti in cantina dagli enologi Marco Monchiero e Stefano Coppola.

CLAVÈ è un Greco Bianco charmat lungo (40-45 giorni), dotato di un naso elegante con note floreali, erbette fresche e pera verde. Un perlage fine ed elegante all’ingresso in bocca, di buon corpo, fresco e con un timbro sapido persistente in chiusura. Divertente e gioioso da bere.

A seguire DOVÌ BIANCO, lo CHARDONNAY rifermentato in bottiglia, millesimo 2014 con sboccatura fine 2019. Note croccanti e tostate ben accentuate, sentori di frutta matura che si concentrano all’olfatto in chiave delicata e sinuosa. Bella beva leggera d’ingresso ove prevalgono l’aspetto minerale e le note ferrose del terreno. Perlage notevole e duraturo. Il valore aggiunto che ho percepito è dato dal terroir valorizzata rispetto all’impronta del lievito e dello chardonnay. Un’espressione molto interessante, degna di una grande bevuta.

DOVÌ ROSÈ, 100% AGLIANICO, è stato premiato come miglior spumante rosè a Radici del Sud 2019. L’annata 2015, sboccata a luglio 2020, è una bolla fresca e biricchina, ancora giovane, ma con lo sprint giusto al palato per dare soddisfazione dopo qualche mese dalla sboccatura. Anche in questo calice l’impronta della sapidità del terreno è ben presente. Grande persistenza e retrogusto agrumato. Continua salivazione in bocca, un calice chiama l’altro, che bontà! Notevole bilanciamento tra naso e palato, presenta una sua identità ben distinta.

Della DOP TERRE DI COSENZA del POLLINO, il MANTONICO mi ha lasciato un ricordo incredibile con un boom al naso di mela e pera, contornato da leggero pot-pourri, gesso e spezie dolci. Giallo paglierino luminoso alla vista, secco, raffinato, con chiusura erbacea alla degustazione. Che aromaticità nei profumi, fa strage. Sapidità presente ma più delicata la nota rispetto agli altri. 

Il POLLINO ROSATO DI AGLIANICO viene prodotto solo con il mosto fiore, senza macerazione leggera con le bucce, affinato 6 mesi in legno e 6 mesi in bottiglia. Profuma di donna, rose rosse, talco e rossetto. Elegante, suadente.

Il PECORELLO è un altro bianco chic, ancor più profumato del Mantonico…molto gustoso al palato con una bevuta di corpo. Lungo e fine.

In chiusura la perla rossa calabrese, il MAGLIOCCO, affinato 6 mesi in barrique di rovere francese. Pane appena sfornato, fiori secchi, profumo di spezie natalizie, infusi di frutta e scorze di agrumi: questo il bouquet sviluppato nel calice dal quale sono stata catturata. Vino morbido, leggermente polveroso. Una bella acidità coniugata alla parte tannica in perfetto equilibrio.

Dopo qualche scatto meraviglioso della Tenuta di Ferrocinto, purtroppo in una giornata uggiosa, posso confermare di aver conosciuto un’azienda affidabile, con prodotti di notevole qualità che vale la pena scoprire. Il valore che emerge è la ricerca della differenza che sta nel loro territorio, dove la natura può solo regalare condizioni ideali per fare dei grandi vini unici.

Una perla del nostro Sud Italia, bella da vivere e buona da degustare.

#cincin

I Cacciagalli – Teano (CE)

Cercavo pace, relax, silenzio… cercavo un posto magico dove rifarmi gli occhi ammirando la natura e dove poter finalmente essere coccolata con cibo e vino di qualità dopo questo periodo di routine differente.

Sono arrivata all’ingresso della Campania dove, tra il gruppo vulcanico di Roccamonfina e il Parco Regionale del Matese, sorge la cittadina di Teano, a circa 190 metri s.l.m..

Alberi di nocciole e vigne coronano la struttura dell’azienda agricola biodinamica I CACCIAGALLI, proprietà di Diana Iannaccone e suo marito Mario Basco che hanno fatto di questa masseria del 1700, rivestita di tufo grigio, un piccolo angolo di paradiso per gli amanti dello #slow. Il tutto affiancato ad una pratica e razionale cantina, inaugurata nel 2018. 

L’azienda I CACCIAGALLI punta alla sostenibilità, mantenendo la biodiversità e sposando la biodinamica sui 35 ettari di proprietà che circondano il complesso. Oliveti, noccioleti, seminativo, castagno e 11 ettari di vigne su terreni di origine vulcanica e sabbiosi. 

Le uve internazionali coltivate negli anni ’60-’70 con sistema a tendone, a partire dal 2004 sono state rimpiazzate in toto da vitigni autoctoni a spalliera. Tra questi, Fiano e Falanghina coprono quasi il 70% della produzione, seguiti da Aglianico, Piedirosso e Pallagrello nero. Nel 2011 si inizia a parlare di biodinamica per tutta la loro produzione e dal 2012 le anfore diventano il cuore pulsante della metodologia di vinificazione ed affinamento dei vini. Ad oggi se ne possono contare ben 53: quelle di Impruneta, prodotte da Artenova, porose e ottime per la macerazione, le Tava trentine, le Clayver in ceramica. 

Passeggiando con Mario nell’anforaia è emersa un’alta sensibilità di utilizzo e la voglia continua di sperimentazione perchè per lui sono un mezzo importante di trasmissione delle peculiarità delle uve.

A casa I CACCIAGALLI non c’è nulla di convenzionale: in vigna il lavoro è tanto e minuzioso, con sovesci che permettono alle radici di andare a fondo creando struttura, mentre in cantina il processo produttivo prevede l’impiego di lieviti indigeni per le fermentazioni spontanee e pochissima solforosa, omettendo travasi e chiarifiche. 

Della loro piccola produzione di 45.000 bottiglie annue, AORIVOLA, PELLEROSA e ZAGREO sono stati i protagonisti della mia degustazione esplorativa. 

AORIVOLA 2018 è una falanghina, macerata 12 ore con le bucce, che passa in acciaio e in cemento. Un lucente giallo paglierino si presenta ai miei occhi e un bouquet di fiori ampio e delicato si incontra con il mio olfatto la prima volta che lo annuso. A seguire, un’ondata minerale che si impregna nell’aria e da lì, visto il mio debole per le note fresche e saline, inizio a conoscerlo a piccoli sorsi. E’ carico, pieno ed intenso, con la sapidità che emerge anche al palato chiudendo con una buona acidità. Pulito, di grande persistenza. Nel frattempo le sfaccettature al naso mi riportano a sensazioni di profumo da donna, di quelli indimenticabili ricchi di fiori. Lo riassaggio e me lo gusto a pieno. Tutto rimane stabile come al primo impatto e la chiusura retro gustativa mi ricorda note di erbette aromatiche, mentuccia, anice, radice di liquirizia che si sposa con le note saline. Da aperitivo dignitoso e buon accompagnatore di pasti moderatamente saporiti. In quel momento avrei addentato un fiore di cappero e una bella bruschetta con pomodoro fresco e bufala. Aorivola per me è strutturato, fiero e schietto, per nulla classico.

PELLEROSA 2018 è un vino rosato di uva Aglianico, fermentato ed affinato in anfora. Il corallo che potete vedere nelle foto, leggermente aranciato, è luminoso come un’ambra. Il liquore maraschino è la prima connessione che ritrovo appena stappato e versato nel calice. Poi spuntano fiori secchi, chinotto e tamarindo. Delicato e con personalità, pulisce la bocca con la giusta proporzione tra acidità e morbidezza. Leggermente tannico e secco nella chiusura netta. Non scivola così in fretta, tant’è che ti ritrovi a chiederne ancora, immaginandolo accanto ad una pizza, uno spaghetto allo scoglio o delle gustose cozze al pomodoro. 

A conclusione prende posto nel calice il Signor Fiano ZAGREO 2018. Lui sta comodamente in anfora, con una macerazione sulle bucce di circa un mese e mezzo, e si dà delle arie perchè sa che il suo caratterino è abbastanza unico e i palati capricciosi e navigatori del mondo enoico artigianale non vedono l’ora di incontrare calici così spettacolari. La dignità dell’uva rimane inalterata, è un vino interessante e non banale, emerge tutto il terroir ma il contenitore lo impreziosisce di sfumature e struttura.Mi fa sorridere rileggere i miei appunti dove cito una marca di the freddo al limone conosciuto da tutti noi, ma effettivamente l’infusione delle foglie di tè con le sue note delicate e la parte agrumata del succo di limone, sono tra i sentori principali di questo ZAGREO . Camomilla e altri fiori bianchi e gialli si addensano al naso pian piano mentre si apre e si scalda. Una sensazione raffinata ma, allo stesso tempo, rustica durante il sorso, che risulta comunque fresco, minerale e di grande complessità, con sfaccettature continue. Retrogusto con velo accennato di incenso e fiori essiccati che ritornano.

Continuo a gustarlo con il pensiero mentre riguardo le foto della masseria, una struttura ricettiva con appartamenti, biopiscina (per rimanere in armonia con la filosofia di casa) e un ristorante curato come location e pure come materie prime dei piatti. Una realtà dove l’amore per la natura è sottolineato in ogni particolare.

#cincin

Orto Venezia – Sant’Erasmo (Laguna di Venezia)

Più passa il tempo e più avverto la necessità di provare a coniugare il mondo del vino con la natura, cercando di mettere in secondo piano tecnologia, architettura e tavolate di esperti valutatori di vini sulla base di punti oggettivamente prestabiliti.

Più passa il tempo e maggiore è la voglia di guardare intorno a me, di scoprire peculiarità che pochi conoscono e collegherebbero alla produzione del vino.

Ecco perchè con questo racconto vi porto a Sant’Erasmo, una delle isole più grandi della Laguna di Venezia, dove nasce ORTO, il vino della laguna prodotto da Michel Thoulouze

Ci troviamo nell’isola che da sempre nutre la laguna con la sua produzione di frutta e verdura, l’unica a non risentire dell’acqua alta in quanto è stata sistemata con argini e mura perimetrali dopo l’inondazione del 1966. Un’isola con tre tipologie di suolo (terra scura, sabbia e argilla) e l’aria delle Dolomiti che mitiga il clima di questo frammento suggestivo d’Italia.

Il Signor Thoulouze è un affascinante uomo francese dei dintorni di Montpellier che nel 2000 decise di comprare una proprietà di 11 ettari sull’Isola di Sant’Erasmo per godersi la pensione e la tranquillità, allontandosi dalla patria. 

L’idea di fare vino non fu immediata, ma forse per uno scherzo del destino, scoprì che sul catasto il suo appezzamento era denominato nel XVII secolo “Vigna del Nobilomo”. Allora Michel chiese supporto ad alcuni amici francesi e dopo aver analizzato il terreno, ha cominciato a lavorarlo, preparandolo lentamente ad accogliere due vitigni italiani, la Malvasia Istriana e il Vermentino, piantando entrambi a piede franco. 

Tanti scrupoli e grande lavoro della terra per far nascere un vino unico, un calice che potesse esprimere l’identità del micro-terroir di Sant’Erasmo, senza supporti aggiuntivi. Da qui la scelta di non utilizzare diserbo, concimi, pesticidi e irrigazione, per far si che la terra possa rimanere fertile e viva e che le radici delle viti possano scendere in profondità. 

Così 4 degli 11 ettari nel 2003 sono stati vitati su suolo argilloso, rendendo oggi al massimo 40 ettolitri per ettaro, arrivando ad una produzione di circa 15.000 bottiglie di ORTO, l’unica etichetta prodotta. 

L’identità di questo vino viene costruita nel vigneto, dove ogni giorno si lavora per aumentare la qualità e la salubrità dell’uva. A maggio viene fatta la selezione dei grappoli, riducendoli a 1,5-2,0 kg di uva per pianta. Poi si attende lentamente la piena maturazione fenolica, vendemmiando l’uva bella matura, partendo dalla Malvasia e terminando, circa un mese dopo, con il Vermentino. Vinificazioni separate con utilizzo di lieviti selezionati ma naturali. Una volta raggiunto il compromesso tra i due vini facendo i tagli e mantenendo come percentuali circa il 60% di Malvasia Istriana (per la struttura) e il 40% di Vermentino (per i profumi), ORTO passa ad invecchiare in bottiglia, affinando quasi 3 anni, prima dell’immissione sul mercato. Non viene effettuata la malolattica per preservarne la freschezza.

Michel lo definisce un vino puro, da uva sana e matura, dal grande potenziale di invecchiamento grazie all’alta dotazione di acidità naturale.

Il mio primo approccio con ORTO e l’annata 2017 è stato sicuramente diretto. 

Vestito di luce nelle sue sfumature paglierine intense, danza sinuoso nel bicchiere e si prospetta sicuramente importante a livello di struttura alcolica. 

Portandolo al naso inizia a frastornare la mia mente con la sua delicatezza ed i profumi che escono a rintocchi. Man mano che prendo confidenza con lui risulta fresco e delicato, con prati immensi di fiori mischiati alla brezza iodata della laguna.

Lo assaggio ed ecco che il suo impulso divampa in bocca, tra quest’acidità importante che si sposa elegantemente con un’ottima mineralità. Amplificazioni continue al palato, con modesto calore, ma una persistenza da perdere i conti.

Non ci puoi fare aperitivo senza dargli peso, devi pretendere che venga accompagnato da pietanze (anche orientali), perchè ha bisogno di chiaccherare con calma e di farsi conoscere lentamente con le sue sensazioni.

ORTO non ha similitudini, è micro per natura, ma ragiona in grande.

Perciò ora non mi resta che augurarvi di poter scoprire questa peculiarità che nasce in un angolo di paradiso italiano, dove per qualche ora si può vivere un’esperienza senza eguali sorseggiando un grande vino.

Che piccola favola!

#cincin

Transit Farm e l’Anteprima di Bojo Fosco – Fara Vicentino (VI)

Passata una decade dalla nascita della Transit in versione Farm (Transit infatti vive di stile e moda da oltre 30 anni), domenica 5 luglio è stato presentato Bojo Fosco, l’ultima etichetta dell’azienda vitivinicola vicentina situata in piena DOC Breganze.

Bojo Fosco 2018 è un Signor Pinot Grigio, coltivato su terreno vulcanico, che ha seguito una strada alternativa:

– ad ottobre prima vinificazione in bianco di una parte delle uve vendemmiate;

– alla prima fermentazione, a novembre, aggiunti gli acini della stessa uva, appassiti in fruttaio;

– partenza della seconda fermentazione molto lenta, fino alla primavera successiva.

In poche parole, viene applicata la tecnica del Governo, ma con una particolarità: l’utilizzo dell’anfora come contenitore, sia in fase fermentativa sia per l’affinamento.

Si presenta di un giallo paglierino lucente con riflessi dorati, ha un debutto interessante al naso ove prevalgono i sentori del contenitore (caramella d’orzo e resina), per poi emergere l’acino ed il bagaglio aromatico dell’uva. 15 gradi alcool percettibilissimi, ma equilibrati in bocca. Parte tannica elegante, la componente di freschezza non presenta limiti di lunghezza per la lunga persistenza. 

Andrà in bottiglia la settimana prossima e ammetto di essere incuriosita dal potenziale della sua evoluzione.

Bojo Fosco è uno degli ultimi risultati delle sperimentazioni di Transit Farm che segue completamente la sua filiera, senza interventi esterni, fino all’imbottigliamento dei suoi vini biologici (integralmente prodotti, come si suol dire).

L’azienda si estende su 25 ettari, di cui 13 vitati. Tra vigne, orto e fattoria spunta uno splendido cascinale con pietra vulcanica a vista, dove si può anche soggiornare. 

Un’atmosfera di relax affiancata dalla vita attiva della campagna con pavoni, cavalli e galline che pitturano lo sfondo di questa piccola cornice della collina vicentina.

La posizione dei piccoli appezzamenti vanta di buona esposizione al sole e ottima ventilazione che amplificano la leggerezza dei vini nei calici.

Vini che cercano di deviare lo standard di zona, prediligendo texture più accoglienti e fresche al palato, come un capo di puro lino.

Uno di questi è sicuramente il Torcolato, rinomato passito di Breganze, ottenuto da uve 100% Vespaiola, che si contraddistingue per i soli 100/130 g/L di zucchero, contro i 200 tradizionali. A breve verrà proposto vinificato ed affinato in anfora. Chissà come sarà questo passito innovativo…

Dopo aver conosciuto Bojo Fosco, Andrea e Lara di Transit hanno presentato le altre etichette della cantina.

Dal matrimonio dell’autoctona Vespaiola con Monsieur Pinot Nero nascono due spumanti: Cion, lo charmat lungo (ben 9 mesi in autoclave) e il Metodo Classico (100 mesi di rifermentazione sui lieviti). 

Cion 2018 è un brut da 7g/L che si veste di un delicato rosa, virato alla buccia di cipolla. E’ uno spumante fresco e smart, dalla bollicina fine ed elegante e un frutto rosso fresco al naso. Chiude al palato con una lunga salivazione. 

Scende il residuo zuccherino a 3g/L nel Metodo Classico, vendemmia 2011, che alla vista presenta sfumature più intense di rosa ramato e un perlage finissimo e abbastanza fitto. Il naso ha aromi di storia, creme, fiori secchi e leggera speziatura. Il sorso cremoso e leggermente liquoroso d’impatto, spinge verticalmente sull’acidità che ancora non delude. Ampio al palato e pulito il finale.

Virando sui rossi, nel calice mi ritrovo un Pinot Nero 2015 affinato un anno in tonneau. Note vellutate danzano sul palato, con un retrogusto speziato. Vino di facile approccio, merito della mineralità dei suoli. 

Per concludere il tasting, Botacin 2015, taglio bordolese di soli 12,5° che affina oltre un anno in barriques di secondo passaggio con tostatura lieve. Decisamente secco e asciutto, il Cabernet è docile e ben amalgamato al Merlot. Spiccata freschezza e buona persistenza.

Ciò che ho potuto testare in prima persona di Transit Farm è la cura del dettaglio in tutte le fasi di produzione, con un ciclo chiuso che attribuisce un valore sicuramente da apprezzare, vista la piccola produzione di 30.000 bottiglie.

#cincin