Transit Farm e l’Anteprima di Bojo Fosco – Fara Vicentino (VI)

Passata una decade dalla nascita della Transit in versione Farm (Transit infatti vive di stile e moda da oltre 30 anni), domenica 5 luglio è stato presentato Bojo Fosco, l’ultima etichetta dell’azienda vitivinicola vicentina situata in piena DOC Breganze.

Bojo Fosco 2018 è un Signor Pinot Grigio, coltivato su terreno vulcanico, che ha seguito una strada alternativa:

– ad ottobre prima vinificazione in bianco di una parte delle uve vendemmiate;

– alla prima fermentazione, a novembre, aggiunti gli acini della stessa uva, appassiti in fruttaio;

– partenza della seconda fermentazione molto lenta, fino alla primavera successiva.

In poche parole, viene applicata la tecnica del Governo, ma con una particolarità: l’utilizzo dell’anfora come contenitore, sia in fase fermentativa sia per l’affinamento.

Si presenta di un giallo paglierino lucente con riflessi dorati, ha un debutto interessante al naso ove prevalgono i sentori del contenitore (caramella d’orzo e resina), per poi emergere l’acino ed il bagaglio aromatico dell’uva. 15 gradi alcool percettibilissimi, ma equilibrati in bocca. Parte tannica elegante, la componente di freschezza non presenta limiti di lunghezza per la lunga persistenza. 

Andrà in bottiglia la settimana prossima e ammetto di essere incuriosita dal potenziale della sua evoluzione.

Bojo Fosco è uno degli ultimi risultati delle sperimentazioni di Transit Farm che segue completamente la sua filiera, senza interventi esterni, fino all’imbottigliamento dei suoi vini biologici (integralmente prodotti, come si suol dire).

L’azienda si estende su 25 ettari, di cui 13 vitati. Tra vigne, orto e fattoria spunta uno splendido cascinale con pietra vulcanica a vista, dove si può anche soggiornare. 

Un’atmosfera di relax affiancata dalla vita attiva della campagna con pavoni, cavalli e galline che pitturano lo sfondo di questa piccola cornice della collina vicentina.

La posizione dei piccoli appezzamenti vanta di buona esposizione al sole e ottima ventilazione che amplificano la leggerezza dei vini nei calici.

Vini che cercano di deviare lo standard di zona, prediligendo texture più accoglienti e fresche al palato, come un capo di puro lino.

Uno di questi è sicuramente il Torcolato, rinomato passito di Breganze, ottenuto da uve 100% Vespaiola, che si contraddistingue per i soli 100/130 g/L di zucchero, contro i 200 tradizionali. A breve verrà proposto vinificato ed affinato in anfora. Chissà come sarà questo passito innovativo…

Dopo aver conosciuto Bojo Fosco, Andrea e Lara di Transit hanno presentato le altre etichette della cantina.

Dal matrimonio dell’autoctona Vespaiola con Monsieur Pinot Nero nascono due spumanti: Cion, lo charmat lungo (ben 9 mesi in autoclave) e il Metodo Classico (100 mesi di rifermentazione sui lieviti). 

Cion 2018 è un brut da 7g/L che si veste di un delicato rosa, virato alla buccia di cipolla. E’ uno spumante fresco e smart, dalla bollicina fine ed elegante e un frutto rosso fresco al naso. Chiude al palato con una lunga salivazione. 

Scende il residuo zuccherino a 3g/L nel Metodo Classico, vendemmia 2011, che alla vista presenta sfumature più intense di rosa ramato e un perlage finissimo e abbastanza fitto. Il naso ha aromi di storia, creme, fiori secchi e leggera speziatura. Il sorso cremoso e leggermente liquoroso d’impatto, spinge verticalmente sull’acidità che ancora non delude. Ampio al palato e pulito il finale.

Virando sui rossi, nel calice mi ritrovo un Pinot Nero 2015 affinato un anno in tonneau. Note vellutate danzano sul palato, con un retrogusto speziato. Vino di facile approccio, merito della mineralità dei suoli. 

Per concludere il tasting, Botacin 2015, taglio bordolese di soli 12,5° che affina oltre un anno in barriques di secondo passaggio con tostatura lieve. Decisamente secco e asciutto, il Cabernet è docile e ben amalgamato al Merlot. Spiccata freschezza e buona persistenza.

Ciò che ho potuto testare in prima persona di Transit Farm è la cura del dettaglio in tutte le fasi di produzione, con un ciclo chiuso che attribuisce un valore sicuramente da apprezzare, vista la piccola produzione di 30.000 bottiglie.

#cincin

Riccardo Danielli – Benedetta Primavera e Benvenuto PLIOCENE

Eh sì, seppur con settimane di ritardo, vorrei esclamare “Benedetta Primavera” perchè è arrivato il momento di vedere vestito e tappato Pliocene.

Pliocene è la prima etichetta di un giovane vignaiolo artigiano di Allerona, un borgo nel cuore dell’Italia, non molto lontano da Orvieto e dal Lago di Bolsena.

Pliocene è la rinascita di Riccardo Danielli, classe 1983, che dopo tanti anni di lavoro a supporto di altre aziende vitivinicole, ha deciso di uscire allo scoperto scegliendo di produrre Pliocene, manifesto della sua anima di sognatore.

Ha preso in affitto dei piccoli appezzamenti con vigne semi abbandonate e gli ha trasmesso tutto ciò che in questi anni ha imparato, ovvero che la natura dev’essere assecondata ed istruita a produrre del buon vino.

Le vigne di oltre 50 anni sono gestite con un sistema di allevamento alternativo ed antico, con quattro archetti che fanno scendere i rami come un salice piangente e in alto viene posizionata a sostegno una croce.

Le uve per la produzione di questo vino sono quelle tipiche dell’Orvieto classico (Grechetto, Procanico e Trebbiano) che per la vendemmia di debutto, la 2019, hanno fatto 2 giorni di macerazione in vetroresina, poi

qualche travaso sulle fecce fini tra inox e vetroresina prima dell’imbottigliamento lo scorso marzo.

Passato un mese di assestamento in bottiglia finalmente può essere stappata.

Parliamo di un vino senza filtrazioni, con una solforosa sotto i 25mg/L e delle volatili spinte.

Ma vediamo un può cosa mi racconta Pliocene versandolo nel calice:

Il suo colore mi collega direttamente all’estate e al the al limone, è luminoso e brilla d’oro.

Naso pulito seppur leggermente chiuso al primo impatto, poi prende confidenza e mi propone ricordi di fiori secchi, paglia, note di camomilla, anice stellato e finocchietto selvatico, insomma un infuso di fiori ed erbe.

Sorso abbastanza pieno e leggermente astringente (molto probabilmente la responsabilità è mia perchè ho voluto testare una temperatura da bianchi), scorrevole e sapido che lascia tracce sul palato tra l’acido e il dolce, un mix da spremuta di arancia. Termina con un velo che si appoggia sul palato richiamando un altro sorso. E’ un vino “saporito” che incita il GLU-GLU. Lascio una lacrima nel calice, gli concedo un minuto e riassaggiandolo emerge il gusto dell’acino d’uva.

Non posso fermarmi, questo vino mi sembra variabile come il meteo della Primavera, devo concedermi e concedergli altri momenti di degustazione.

Il secondo giorno il naso è più assestato e comodo, l’infuso di erbe è più intenso e si ripropone contornato da note di propoli e scorze di cedro. In bocca è asciutto, abbastanza caldo e lineare, un vino dissetante e pulito, che continua a stimolare la beva.

Nei due giorni seguenti qualcosa vira e Pliocene non lo reputerei solo un vino da bere facilmente, assume note (ed emozioni) romantiche che richiamano anche l’accompagnamento al cibo.

L’olfatto regala accenni di frutta secca e fiori secchi, degustandolo fresco la mandorla dell’amaretto lascia le sue tracce nel retrogusto, poi in bocca diventa più cremoso e ampio seppur ancora leggermente astringente, con un finale che continua a rimanere sull’asciutto e sapido.

Pliocene è risultata una piacevole scoperta che mi ha animato una settimana di quarantena, allenando olfatto e gusto alla ricerca delle mille sfaccettature che un vino può donare. Mi sono divertita nel testarlo in diversi step e non vedo l’ora di stappare questo “neonato” in compagnia!

Grazie a Riccardo e #cincin di Buona Fortuna!

Per chi volesse approfondire sul nome di questo vino e sul perchè Riccardo ha disegnato una balena in etichetta, vi riporto un estratto del suo sito:

“BALENA

Passeggiare in un campo, imbattersi in una conchiglia e vedere il mare in una pozzanghera.

Gusci di noci della colazione del nonno che diventano scafi inaffondabili ed essere pronti a salpare nel mare del pliocene…

Un mare narrato dai nonni, un mare di un tempo molto molto lontano, un mare che ci faceva sognare e vedere le piante sott’acqua e le colline diventare onde.

Qui, silenziosa e solitaria, nuotava sui fondali , accarezzando con la pancia la stessa terra di sabbia e argilla dove io oggi trascorro le mie giornate.

Si muoveva lenta e tranquilla, in quella natura remota, di cui lei era la custode, in un equilibrio esatto, solido e pacifico, che ancora avverto nei frutti del mio lavoro. E, come lei, silenzioso e attento, cerco di custodire con fedeltà le antiche tradizioni, proteggendo l’eredità del passato nel rispetto dei ritmi naturali.

Lei era la Balena, una strada che mi ha portato nell’ unico posto possibile: il mio.”

Fonte: https://www.riccardodanielli.it

Le Marchesine – Franciacorta – Passirano (BS)

Dal 1985 possiamo trovare sul mercato le bollicine Franciacorta dell’azienda LE MARCHESINE, ma la storia della famiglia Biatta parla di tradizione vitivinicola fin dal lontano 1909, quando i genitori e, ancor prima, i nonni e bisnonni di Loris producevano vini fermi bianchi e rossi.
Oggi Le Marchesine è un’importante azienda della denominazione (tra i 140 produttori franciacortini), la più grossa a conduzione familiare, e si pone come obiettivo principale quello di valorizzare il connubio territorio-bollicine per farne apprezzare le particolarità.

Puntando al concetto che “Il vino si fa in vigna e non in cantina”, è stato fatto un approfondito lavoro per una migliore conoscenza della terra, attraverso studi geologici che mediante appositi carotaggi hanno fotografato con chiarezza le differenze tra un vigneto e l’altro, sui 50 ettari di copertura vitata dell’azienda (di cui 17 di proprietà), situati nei principali comuni della DOCG Franciacorta.
Nella foto sottostante si possono notare tre esempi di situazioni di suolo prevalenti, ove l’importanza dei vini aumenta con la maggiore profondità delle radici delle vigne. L’ultimo sulla destra è il clou del livello franciacortino, con marne bianche e rosa, a conferma di un pezzo di Francia nel nostro territorio italiano.

Il richiamo alla Champagne ci rimanda al loro enologo, Jean Pierre Valade, che proviene da quel mondo dorato e che è stato in grado di donare ai Franciacorta Le Marchesine grande eleganza, bevibilità e finezza, oltre ad adottare due accorgimenti rispettosi del territorio, trasmettendolo nel bicchiere: l’assenza di malolattica e del legno. Ed è così che, camminando per la piccola cantina e il grande magazzino di stoccaggio delle cataste, non si avvistano botti ma solamente una lunga storia racchiusa nelle bottiglie, circa 400-480 mila all’anno su una varietà di 9 DOCG.

Concluso il giro, comincia la degustazione:

EXTRA BRUT

60% Chardonnay 25% Pinot Bianco 15% Pinot Nero con 1.8g/L di zucchero (un Dosaggio zero da disciplinare, ma Extra Brut per la loro linea).
Nel calice si presenta paglierino lucente con un perlage fitto e fine. Profuma di fiori gialli, crema pasticciera, mughetto e muschio.
Il peso del sorso in ingresso si prende la sua importanza, è verticale e dotato di grande acidità. Intrigante e non banale, con una bella stimolazione di beva e la bocca che rimane nettamente asciutta e pulita.

SATÈN MILLESIMATO 2015

Acidità e mineralità sono in perfetto equilibrio in questo Chardonnay delicato, ove le bollicine si confondono nel palato con una texture cremosa. Una bocca pulita con gengive che stridono, molto diretto e persistente. Elegante e fine al palato con lo chardonnay che non prende posizione ma si amalgama in piccole sfumature tra le mandorle, un po’ di amaro, l’agrume nel retrogusto e la mineralità che stimola la beva.
L’uva viene vendemmiata non eccessivamente acida, ma leggermente più matura per un vino più interessante e meno da sbicchierare gelido. Sboccatura che inizia a 3 anni dalla vendemmia.

ROSE’ MILLESIMATO 2015

50% Pinot Nero 50% Chardonnay con la prima lavorazione fatta in rosa. Il Pinot nero rimane a contatto con le bucce al massimo 5 ore, parte la prima fermentazione, viene poi assemblato allo Chardonnay per far ripartire la fermentazione.
Un calice dal livello decisamente alto, un impatto notevole con un naso che riconduce a tipiche espressioni da vino rosso, un’indole fresca da bianco in bocca e calore in gola da rosso.
I sentori di petali di rosa, lampone, muschio mi riconducono al Pinot Nero, ma subito dopo appare la mineralità dello Chardonnay.
Pulito, fresco, succoso e di buona struttura anche se gli anni non si sentono perchè risulta ancora giovanissimo ed intrigante.

BLANC DE BLANC 2011

100% Chardonnay da vigne vecchie di appezzamenti verso la collina.
Naso e bocca completamente discostati dai precedenti, con una personalità e un carattere fantastico.
E’ un gran bicchiere dalla beva non impegnativa ma di grande eleganza, dotato di sfaccettature cremose ed importanti.
La bollicina a spillo è amalgamata nel sorso, senza pizzicori. Il colore è ancora tendente al verdolino e la sua spina verticale spiazza facendo emerge il territorio. Alta persistenza e un sorso ampio e valoroso.

BLANC DE NOIR 2015

Vigne vecchie su terreno argilloso a Paderno e Gussago per questo Pinot Nero. Lo guardo ed è affascinante, ne bevo un sorso, mi basta un attimo per essere catapultata in un altro mondo con queste bollicine. Chiudendo gli occhi mi riconduco a profumi di donna, caramellati e con bacche selvatiche, con l’uva che risalta a pieno al naso. Che chic e che sinuosità.

SECOLO NOVO 2009

100% Chardonnay prodotto solo con il mosto fiore e solamente nelle annate migliori dai vigneti della collina La Santissima.
Possiede un lato anziano e uno giovane: ha il coraggio di abbatterti per l’importanza che ha, ma successivamente ti rialza con una mineralità estrema, seguita da marmellata e agrumi canditi. Un carattere docile e romantico da gustarsi.
Non per tutti, ma per me SI, per lo stile!

 

Ecco che in questi vini nemmeno i lieviti hanno avuto voce in capitolo, altro valore da sottolineare e che ho apprezzato veramente tanto. La solforosa viene addizionata solo dove strettamente necessario, ma entro i 110mg/L in situazioni ad esempio di vino da esportazione.

Tutti vini distinti dal proprio carattere, a conferma che il vino si fa in vigna.

Chapeau per il viaggio che mi avete fatto fare.

Un altro capitolo di Franciacorta che consiglio di approfondire.

#cincin

 

Bigagnoli Alessio – Calmasino di Bardolino (VR)

Per concludere in bellezza l’anno 2019 sono stata nell’entroterra della Denominazione Bardolino DOC, spinta dalla curiosità di conoscere una persona di cui mi hanno ben parlato alcuni conoscenti.

Bigagnoli è un piccolo produttore, certificato biologico dal 2019, con tre ettari vitati su terreni di origine morenica e una produzione annua tra le 6.000 e le 7.000 bottiglie.

La storia di Alessio Bigagnoli come produttore di vino è relativamente recente, nata come passione nel 2012 quando, su consiglio di Angelo Peretti (Direttore in carica del Consorzio Tutela del Vino Bardolino), partecipa a “Garage Wine Contest” classificandosi al primo posto con un Bardolino Chiaretto Metodo Classico, ma soltanto nel 2017 decide di lasciare il suo principale lavoro di tecnico di laboratorio enologico per dedicarsi esclusivamente alla cantina.

Bigagnoli è un’azienda vitivinicola alternativa per alcuni aspetti:

  • l’azienda è composta solo da Alessio, che dirige tutto, dalla cantina alle spedizioni del suo vino;
  • per la produzione si avvale dell’aiuto di un amico vignaiolo che gli concede spazio e  macchinari;
  • i vigneti sono sparsi tra le sottozone La Rocca e Montebaldo, solamente uno di circa mezzo ettaro è raggiungibile a piedi in quanto posizionato accanto la casa di famiglia;
  • da lui non si stappano vini, ma si svitano in quanto utilizza soltanto tappi a vite per non avere alcun margine di errore sulla sua piccola produzione (e per la convinzione che le moderne tecnologie permettono di raggiungere risultati impensabili fino a poco tempo fa).

Il primo anno la produzione si è incentrata su Bardolino, Chiaretto e Chiaretto spumante, dedicando quasi la metà della produzione a quest’ultimo. A poco a poco, le tendenze del suo mercato lo hanno portato a variare le scelte produttive ampliando anche il numero di etichette che ad oggi sono 6:

  • Bardolino
  • Chiaretto
  • Chiaretto spumante charmat
  • Zeja (Garganega)
  • Concubine (Garganega da uve stramature)
  • Scrum (vino rosso affinato in anfora di gres ceramica clayver).

Il mercato principale di vendita è rappresentato dalla piazza milanese, che acquista quasi la metà delle bottiglie prodotte, sulla quale hanno avuto un importante riflesso positivo i premi Best Label e Best Packaging nell’International Packaging Competition Vinitaly del 2014.

I milanesi non hanno proprio torto… queste bottiglie sono strepitose, di design moderno ma elegante e raffinato allo stesso tempo, d’impatto visivo sia a tavola che sullo scaffale.

E così, dopo averle “svitate” è inizia la degustazione.

Il primo vino proposto da Alessio è il suo (quasi) neonato, ovvero il Chiaretto Rifermentato in bottiglia col fondo, vendemmia 2018 e 11,5° alcool. Corallo rosa lucente ma dal cuore giustamente torbido, profuma di fresco, di aria lacustre con note fragranti e sul finale ribes rosso e muschio. Lo considero una bibita di facilissima beva, dotata di grande freschezza e un bel corpo divertente con una salivazione che stimola il “vuoto per pieno”, ovvero una mera esigenza di arrivare al fondo della bottiglia. Una spuma fine di bollicine che pizzicano sulla lingua come piccoli spilli intriga il sorso, che termina con spiccate note saline. Il sentore di lieviti è ben amalgamato e fa prevalere l’uva.
Che disgrazia iniziare così la degustazione, con un vino che richiama l’aperitivo in spiaggia vista mare! Ammetto che non vedo l’ora venga immesso sul mercato per gustarmelo nuovamente. Attendendo nel frattempo anche la modifica del Disciplinare che potrebbe vedere il rifermentato col fondo tra le varianti produttive del Chiaretto DOC.

001 Chiaretto Spumante Brut è lo Charmat che (purtroppo) sta volgendo al termine della produzione per lasciare spazio al rifermentato appena raccontato. L’annata 2018, prodotta con 80% Corvina, 10% Rondinella e 10% Molinara, è dotata di un naso elegante che si presenta con sentori che mi ricordano fragole fresche e un particolare mix tra un aspetto balsamico e delle espressioni agrumate. Maggiore la complessità al palato, più rotondo e dal finale acido tagliente sulla scorza di lime. E’ caldo (grazie ai suoi ben 13°), la persistenza è buona e la bolla è fine, non invasiva. Un prodotto che si sposa bene nell’abbinamento con il cibo e che si discosta dai fratelli sul mercato per la varietà di profumi e le bizzarre performance gustative.

Il motto che mi fa descrivere il prossimo vino è “Abbasso lo standard, viva il carattere!”.
Profumi importanti ed eleganti si sprigionano da questo calice di Chiaretto fermo del 2018. Ho proprio voglia di berlo senza fronzoli tecnici di degustazione: si assesta sulla lingua e con calma scende giù, l’acidità si ferma sulle gengive e il sorso di buon corpo risulta gioioso. Profuma di vita, di territorio… poi torna l’acino di quel grappolo d’uva che ti toglie tutti i sapori alla fine di un pasto. Lo sogno accostato a pane, burro e acciughe, nulla di più.
Non vi ho detto che, oltre a percentuali e annata medesime allo 001, per questo vino viene fatto il Salasso con una permanenza sulle fecce di 4-5 mesi e successivamente (in questo caso) anche la Malolattica. Due motivi in più per questo carattere birbante e di sostanza!

Un altro progetto da poco inaugurato nella Linea è Zeja, che per il primo anno è frutto di Garganega al 100% su terreno sassoso in prevalenza. Alla vista è lucente con un paglierino che vira al dorato. Camomilla ed erbe aromatiche prevalgono tra i profumi mentre lo annuso. E’ pulito, fresco e lungo in bocca. E’ atipico perchè vuole una temperatura di servizio più alta e richiede uno spazio tutto suo per esser gustato con calma. Nulla di scontato anche in questo vino dalle molteplici sfaccettature, complimenti Alessio.

Come vini rossi abbiamo degustato due annate di Bardolino Classico e il vino personale di Alessio. Personale perchè ti basta guardarlo, “spacchettarlo” e leggerlo per relazionarlo a lui, ex giocatore di rugby per una decina di anni. Packaging fantastico con un cartoncino che avvolge la bottiglia, fermato da un braccialetto di gomma che riporta il nome SCRUM (una fase di gioco, quella della mischia chiusa). Da un lato uno scatto di una partita di rugby, dietro il racconto firmato da Alessio che mixa il vino a questo sport. Una vendemmia tardiva dell’annata 2016 con 80% Corvina e 20% di Oseleta appassite in pianta. Pulito, leggero ed armonico, con un tannino maturo e una speziatura notevole che attutisce il colpo. Ci giochi in bocca e poi te lo gusti, con calma e dedizione.

Torno indietro con i due Bardolino lavorati solamente in acciaio. Partiamo dal 2017 atipico, divertente che emana bacche essiccate e spezie (chiodo di garofano, cannella). Tannino morbido, una bella acidità, lascia una bella salivazione. Ti spiazza proprio.

Il 2016 d’impatto ha sentori animali, poi si sveste e assume le sembianze al naso di qualcosa simile al Pinot Nero. E’ un Bardolino fuori dal coro: carico, speziato e strong. Tutto in equilibrio e armonia con una grande acidità che lo tiene vivo.

A chiusura e per divertimento Alessio svita e mi versa il passito Concubine, una Garganega da uve Stramature con 12°, annata 2017. Basso residuo zuccherino e tanta acidità.

Pochi fronzoli e tanta goduria.

Una sana e vera Great Experience!

Non mi resta che confermare quanto mi era stato raccontato, ovvero la particolarità dei prodotti e una mente giovane e molto tecnica dietro a questo piccolo scrigno di tesori.

Se passate nell’entroterra tra Lazise e Bardolino, segnatevi di chiamare Alessio!

Alla prossima

#cincin e buon inizio di nuovo decennio

Corvezzo Winery – Il Prosecco Biologico – Cessalto (TV)

Per la prima volta…

sono stata a Cessalto (nel trevigiano), terra del Prosecco DOC, ospite della famiglia Corvezzo, vignaioli da quattro generazioni. Giovanni Corvezzo ha rivoluzionato l’azienda portandola ad una conduzione totalmente biologica, certificata dal 2017, con una produzione annua di 4,2 milioni di bottiglie su 150 ettari a corpo unico, prevalentemente di Glera e Pinot Grigio. Durante l’evento di giovedì scorso organizzato da Lionella Genovese è emerso che Esperienza, Tecnologia, Monitoraggio e Conoscenza del Territorio possono permettere di dire al BIO!

Vi avevo lasciato così sabato scorso, dichiarando la meta enoica che avevo raggiunto il 17 ottobre, quando le porte della Corvezzo Winery si sono aperte al mercato italiano, presentandosi a fondo davanti a giornalisti, blogger, enologi e sommelier. Zero filtri nell’esposizione di ogni dettaglio che li ha portati ad essere leader di settore per la produzione di Prosecco e Pinot Grigio biologici.

La prima parte della giornata si è incentrata sulla gestione della viticoltura nei vigneti accanto all’azienda, in compagnia dell’agronomo Filippo Scortegagna. Una vera e propria lezione a cielo aperto, testimone della possibilità di fare biologico su grandi appezzamenti (perché effettivamente siamo abituati a pensare in piccolo quando si nomina la parola biologico).

Innanzitutto si può lavorare in biologico supportati da strumenti e tecnologia: macchinari che effettuano il diserbo meccanico con disco rincalzatore, macchinari che seminano tra i filari miscele di semi, leguminose e avena per il sovescio, colonnine meteorologiche per il monitoraggio climatico delle differenti aree. E’ stato dismesso l’utilizzo di insetticidi convenzionali, sostituiti dalle tecniche di confusione sessuale per la lotta alla tignola e tignoletta mediante bastoncini gommosi porosi imbibiti di feromoni sessuali (circa 650 pezzi per ettaro, posizionati a mano). Come azione di copertura, utilizzo di rame e zolfo per trattamenti fitosanitari, polvere di roccia, semi di pompelmo, olio essenziale di arancia. No pesticidi, no erbicidi, no fertilizzanti di sintesi. Conoscenza del territorio, continua sperimentazione, monitoraggio costante dell’ambiente, del meteo e dei risultati, nonché prontezza nella gestione delle uve sono i concetti principali del team di esperti della Corvezzo Winery.

Un altro traguardo dell’azienda è legato ai vitigni resistenti. Nel 2016 è stato piantato un piccolo appezzamento di barbatelle di Sauvignon Kretos, varietà studiata e perfezionata dall’Università di Udine, prodotta e venduta presso i Vivai cooperativi di Rauscedo (PN). La vendemmia 2019 è stata la prima vinificata con i frutti di questo vigneto di un ettaro e mezzo e potrà diventare un IGT VENETO con un’etichetta che l’Azienda non vede l’ora di spiegare al mercato.
Anche questa scelta dei vitigni resistenti riduce in maniera significativa (60-70%) l’uso di fitosanitari, migliorando l’ecosostenibilità e il benessere dei consumatori.
A vantaggio/ svantaggio (è ancora necessario eseguire studi e sperimentazione) una maturazione precoce delle uve che, al momento, disequilibra i ritmi aziendali e la difficoltà nella comunicazione con il consumatore spesso non ancora pronto ai vini da vitigni resistenti.
E’ tutto in divenire ed io non posso che essere curiosa di quello che sarà, sia per la scoperta all’interno dei calici di una varietà che ancora non ho provato, sia per l’ampliamento di vedute che quest’azienda ha manifestato.

Complici di questa mission green anche i due Enologi Fabio Bigolin, consulente esterno da 18 anni, esperto della sfera biologica, e Andrea Toffoli che ha debuttato nel team interno della cantina in fase pre-laurea nel 2013.
Affiancati da loro, il terzo step della giornata è stato immerso tra tank inox, autoclavi e vasche di cemento termoregolate, i principali attori in questo ciclo produttivo per iniziare a parlare di vino.
TEMPESTIVITA’ è la parola chiave in quanto l’uva vendemmiata sosta al massimo mezz’ora nel carro prima di passare alla tramoggia e poi nella pressa. Una velocità dei processi, con diminuzione dei tempi che riducono la possibilità di uva ossidata e, di conseguenza, meno concentrata di anidride solforosa.

Le altre armi degli enologi, cui prestano molta attenzione, sono MOSTI e TAGLI. Viene effettuata la separazione di un mosto super fiore dallo sgrondo in tramoggia e di un mosto fiore dalla pressa con diraspatura, lavorazioni che permettono di ricavare due nettari soffici e delicati. Il lavoro successivo delle pressate concentra il mosto a contatto con le bucce, rilasciandone uno di secondo ancor più aromatico, soprattutto dalla Glera che risulta carica di profumi grazie ad una buccia più spessa, merito dell’agricoltura biologica.

Ogni varietà a casa Corvezzo è lavorata, vinificata e stoccata separatamente per poi procedere con i blend in base alle caratteristiche dei vitigni, delle annate e al risultato di maturazione in vasca. Un lavoro di tagli tra le grandi masse delle prime e le seconde per mantenere la costanza dei profumi e l’impronta dell’azienda, sempre nel rispetto della vendemmia.

Si procede quindi con l’illimpidimento dei mosti prima della fermentazione o con decantazione statica oppure tramite insufflazione di azoto o aria. A seguire, la fermentazione di 7-10 giorni, al momento fatta con inoculo di lieviti selezionati (in fase di sperimentazione l’utilizzo di quelli indigeni), infine niente chiarifiche prima di passare alle autoclavi.

Tanta cura nei dettagli e tanta professionalità anche in cantina. E allora, armati di camice e calice, abbiamo aperto i rubinetti per scoprire mosti di glera con e senza battonage, vino post malolattica, vino in fermentazione in cemento, Incrocio Manzoni passato e non passato nel legno. Tanti giochi piacevoli nell’assaggio e tante sfumature all’olfatto. E’ stato un vero e proprio divertimento per nulla scontato e soprattutto distante (per mia fortuna) dalla linearità del Prosecco solitamente conosciuta.

La giornata si è conclusa con una panoramica commerciale e marketing per approfondire ancora di più CHI SONO e QUAL E’ IL LORO PROGETTO. Abbiamo conosciuto così Niccolò Dalla Colletta e Mattia Granzotto che hanno riassunto l’essere 100% Bio della Corvezzo con un know-how solido sul biologico, il controllo della filiera e la sostenibilità ambientale ed economica.
Nel mondo vitivinicolo trevigiano, su 1.601 ettari totali di vigneti biologici, Corvezzo è la più grande di 210 aziende che in media possiedono ognuna 7,6 ettari.
Osservando invece il totale della produzione di Prosecco DOC biologico, gli ettari su tutta la zona sono 423, di cui 101 hanno il nome Corvezzo (parliamo del 23,6%).

Farsi conoscere dal mercato italiano che risulta più restio rispetto altri Paesi nei confronti del biologico, valorizzare gli autoctoni Manzoni e Raboso, concludere a breve il Progetto Biodinamico sono i loro prossimi obiettivi.

Per quanto riguarda i prodotti, sono presenti ben tre linee che contraddistinguono l’azienda:

TERRE DI MARCA con un Prosecco extra dry millesimato, un Pinot Grigio e due vini da “shakerare” (in quanto rifermentati in bottiglia col fondo), un Prosecco doc e un rosè di Raboso. Vini freschi, da aperitivo e senza pensieri!

CORVEZZO CLASSICA l’immagine principale e più conosciuta del brand Corvezzo, con diverse varietà di spumanti e di Prosecco dal packaging essenziale ed elegante.

SELEZIONE OLME’ con alternative per palati raffinati o alla ricerca di vini importanti da scoprire.

Prima dei saluti, la presentazione del nuovo packaging con la bottiglia dalla forma esclusiva con in rilievo delle linee verticali che rappresentano i filari, tappo rigorosamente spago, come da tradizione per il prosecco, un’etichetta in materiale riciclato.

Cosa ne pensate?

Personalmente apprezzo l’essenzialità e la pulizia grafica che valorizzano, assieme alle certificazioni marcate nella parte dietro delle etichette, quanta importanza abbia per loro ESSERE BIOLOGICI.

Per non dimenticare, avviso che si parla anche di prodotti VEGAN. Quindi avanti tutta bevitori italiani, le porte sono aperte nei confronti di tutte le vostre scelte alimentari!

Per rimanere aggiornati sui racconti e le avventure di Giovanni “Happy Farmer” vi lascio il link del suo blog http://www.ilproseccobiologico.com

Nel frattempo chiudo la mia parentesi inaspettata legata al Signor Prosecco.

#cincin